Agorà

Intervista. Stile Nedved la Juve dentro

Dario Pelizzari giovedì 12 febbraio 2015
Nella prefazione della sua autobiografia (La mia vita normale, Add editore, 2010) il presidente Andrea Agnelli lo definisce «uno che ha sempre giocato per vincere e lo ha fatto senza uscire dal gruppo, rispettando le regole». È così che lei, Pavel Nedved, è diventato un calciatore straordinario e poi un dirigente di successo?«Ho fatto così, ho scelto di seguire le regole per diventare un professionista al cento per cento. Altrimenti non sarei mai riuscito a competere con giocatori che avevano più talento di me. Agnelli mi conosce bene». Cosa ha imparato lavorando al suo fianco nella cabina di regia del club bianconero? «Tante cose. E per questo sono grato al presidente di avermi dato fiducia. Inizialmente, non ero a mio agio nel nuovo ruolo, per me era tutto nuovo. Ma ho seguito i consigli di Agnelli e pure quelli che mi hanno dato Marotta e Paratici, i migliori in circolazione nel loro ambito di competenza. Sono ormai cinque anni che faccio questo lavoro, devo imparare ancora tanto. La malizia che ho fatta mia? Il modo di interagire con i procuratori dei giocatori. Ora ne so decisamente di più». Cos’è per lei lo “stile Juve”? Esiste ancora?«È difficile da spiegare. Indossare questa maglia ha un significato importante che non tutti possono comprendere». Conte prima e Allegri ora. Lei chi avrebbe preferito avere in panchina da giocatore?«Antonio era più duro, mi ricorda Capello, mentre Max preferisce usare le parole, come Lippi. Mi sono trovato bene con entrambi». Qual è l’eredità che ha lasciato l’attuale ct della Nazionale alla squadra di Allegri?«Un gruppo forte, molto unito e ben allenato. Un’eredità importantissima per una squadra come la Juve». Non ci fosse stato Conte prima di Allegri? «Ci sarebbe stato un altro allenatore. È la società che fa la differenza». La Juventus vince e convince, eppure ancora si parla di presunte agevolazioni arbitrali. Come se lo spiega?«Ho capito sulla mia pelle, prima da calciatore e ora da dirigente, che quando domini i campionati come abbiamo fatto noi, dai fastidio e ti fai tanti nemici. Succederà sempre. Per questo, devi riuscire a gestire quanto accade perché non provochi danni alla squadra e alla società. Devi essere bravo a guardare oltre. Chi è veramente forte, vince sul campo». La Roma è ancora convinta di poter vincere lo scudetto...«E fa bene. Siamo poco oltre la metà del campionato, ci sono ancora tantissime partite da giocare. I 7 punti di vantaggio non danno alcuna sicurezza. E sarebbe lo stesso anche se fossero 10».Per spegnere i fuochi della violenza fuori e dentro lo stadio è necessario che gli addetti ai lavori abbassino i toni dello scontro. Perché non accade?«Perché si polemizza troppo e su tutto. Ma per cambiare davvero le cose, è necessario ripartire dagli stadi. La costruzione di nuovi impianti è fondamentale per rilanciare il campionato italiano. Finché non verrà fatto, la Serie A non potrà mai competere con la Premier League inglese o la Liga spagnola. Anche sotto il profilo del controllo della violenza. Guardate cosa abbiamo fatto noi con lo Stadium: nel nostro stadio, chi sbaglia paga». David Trezeguet potrebbe presto diventare uno stretto collaboratore della Juventus. E Del Piero invece?«I grandi campioni sono sempre utili perché possono mettere a disposizione della squadra la loro esperienza. Del Piero è stato un grandissimo, ma non tocca a me decidere». Secondo il procuratore Mino Raiola, Paul Pogba oggi vale più di Cristiano Ronaldo e Messi. Il calcio italiano può permettersi oggi un giocatore così determinante?«Sento dire che è quasi certo che a fine stagione Pogba non sarà più un giocatore della Juve, ma è un’affermazione affrettata, perché non è in scadenza di contratto. Paul ha 21 anni e qui ha tutto quello che gli serve per diventare un fuoriclasse assoluto. Se poi sarà lui a chiedere di andare via, ne parleremo». Nel 2001 la Juve rinnovò traguardi e ambizioni cedendo Zidane in cambio di 150 miliardi di lire. Via lui e dentro Buffon, Nedved e Thuram. Per spostare sempre più in alto l’asticella, è giusto vendere un campione quando raggiunge quotazioni stellari?«Secondo me, sì. Anche il Manchester United ha venduto Cristiano Ronaldo al Real Madrid per 90 milioni di euro, ma pare che non tutti lo ricordino». Quali sono le rinunce che ha dovuto fare per diventare un grande calciatore? «Non ho mai fatto vacanze, nel senso che non ho mai staccato completamente. Riposavo qualche giorno e poi riprendevo ad allenarmi. Per me non sono però stati grandi sacrifici».Corre ancora tutti i giorni?«No, non riesco più, sarebbe troppo impegnativo e stancante, ormai ho 43 anni. Il mio non è un vero e proprio allenamento. A me piace chiamarlo mantenimento, perché prima il mio fisico era abituato a sedute quotidiane per trovare il massimo della forma, ora non è più possibile».Cosa le manca di più del mestiere che l’ha resa popolare in tutto il mondo?«Vivere la partita insieme ai compagni di squadra. Ma grazie a questo incarico sono comunque vicino a loro, negli spogliatoi e in campo. Se devo essere sincero, mi manca calciare il pallone in porta. Soprattutto, in un impianto bellissimo come lo Stadium, ma tutto non si può avere». Se avesse accettato le lusinghe di José Mourinho e fosse diventato un giocatore dell’Inter probabilmente sarebbe riuscito a vincere il “triplete”. Rimpianti?«Assolutamente, no. La Juve mi ha dato di più, un grande affetto da parte dei tifosi che sento ancora vicini. Non mi vedevo con la maglia dell’Inter. Non me la sentivo e per questo decisi di dire no».Cosa è rimasto oggi di Calciopoli? «È una storia infinita che ha stancato molti tifosi e che non credo troverà presto soluzione. In ogni caso, io resto convinto delle nostre ragioni: si vince sul campo». Il popolo bianconero gioisce per gli scudetti, ma desidera l’Europa. La conquista della Champions crede sia un traguardo raggiungibile nel prossimo triennio?«Sì, penso sia un obiettivo possibile, anche se dovremo confrontarci con corazzate come Real Madrid e Bayern Monaco che certo avranno sempre qualcosa in più. Ma non sono imbattibili. Abbiamo visto come sono andate le cose lo scorso anno con l’Atletico Madrid. È arrivato vicinissimo a vincere la coppa contro il Real. In 180 minuti può succedere tutto». La prossima presidenza della Fifa: ancora Blatter o Luis Figo?«Dico Figo, ma sarà difficilissimo avere la meglio su Blatter, che è ancora molto forte. Cosa cambierei io se avessi la possibilità di guidare la Fifa? È una cosa troppo grande per me. Se però un giorno dovessero propormi di diventare il presidente della Federcalcio ceca, ci potrei pensare. Un passo alla volta, per cortesia».