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Intervista. Ingo Metzmacher: «La musica del '900 ha dentro di sé la forza delle stelle»

Alessandro Beltrami sabato 26 agosto 2017

Ingo Metzmacher (Harald Hoffmann)

«Bartók è come un pittore espressionista, ricco di gesti e di pennellate violente. Ravel ha la fluidità di un’acquerello, ma sempre ricchissimo di particolari importanti. Pensate a questo quando cercate il suono». Ingo Metzmacher parla ai giovani musicisti della Gustav Mahler Jugendorchester. Il direttore d’orchestra tedesco è sul podio del Teatro Verdi di Pordenone, dove sta preparando il tour europeo dei 30 anni dell’orchestra giovanile, fondata a Vienna da Claudio Abbado. 112 ragazzi e ragazze da tutta Europa. Hanno tra i 18 e 26 anni e suonano in modo meraviglioso. Per loro due programmi molto impegnativi che spaziano dal Mandarino meraviglioso a Daphnis et Chloé, e poi, con il pianista francese Jean-Ives Thibaudet, il Concerto in Fa di Gershwin e soprattutto la gigantesca Turangalîla-Symphonie di Messiaen, che domani sera eseguiranno per la prima volta a Bolzano. Saranno poi alla Scala il 3 settembre e al Regio di Torino il 4 per inaugurare il festival MiTO, per tornare a Pordenone il 6 e il 7 settembre. «Con un’orchestra giovanile si può parlare più facilmente in questo modo – dice Metzmacher, tra i principali interpreti della musica del ’900 e contemporanea – Gran parte dei musicisti professionisti vogliono soprattutto indicazioni tecniche. I giovani sono più aperti alle immagini, alla scena dietro il pezzo. E il suono cambia immediatamente dopo queste discorsi».

C’è differenza quindi tra lavorare con una grande orchestra tradizionale e una grande orchestra giovanile?

«Penso che la sola vera differenza sia che un’orchestra di professionisti ha maggiore esperienza. Ma la Gustav Mahler è come un’orchestra professionista, con il vantaggio che i giovani hanno ancora energia positiva e non sono già irrigiditi in un modo di pensare o di suonare. C’è qui un entusiasmo difficilmente riscontrabile altrove. I giovani sono più morbidi, cercano opportunità di apertura. E per la musica questo è un bene: perché non puoi irrigidire la musica, è qualcosa di fluido. Devi restare aperto a cosa accade».


Le grandi orchestre hanno un proprio suono e un proprio stile, frutto di una lunga storia. La GMJO è composta di giovani, il suo organico cambia ogni anno... Ma ormai compie trent’anni. Secondo lei esiste invece un “suono” della Mahler?

«Ogni orchestra ha un’anima. Che curiosamente rimane la stessa anche se le persone cambiano. E così l’anima della Mahler resta intatta: entusiasta, aperta, chiara, un suono “impegnato”, specialmente negli archi».

Sembrerebbe un’eredità, un’impronta di Claudio Abbado…

«Sì, penso che aleggi ancora lo spirito di Abbado. Non l’ho conosciuto da vicino, ma so che voleva che i musicisti si ascoltassero, facessero musica da camera insieme, non imponeva la sua visione con la forza. Un tipo di approccio che amo».

Come ha raccontato la Turangalîla a questi ragazzi?

«È molto difficile inquadrarla, anche perché ci sono elementi tecnici molto complessi. Il titolo Turangalîla è composto da due termini sanscriti che implicano due elementi, due caratteri, l’amore e il gioco. E questi sono facilmente individuabili, nelle atmosfere, nei temi e nell’aspetto ritmico. Ma il vero problema è rappresentato dalla lunghezza: dieci movimenti per un’ora e 20 minuti di musica... In questa sinfonia c’è dentro l’universo. Stelle, grandi montagne, i canti che gli uccelli intonano da prima ancora che l’uomo apparisse sulla terra. Messiaen ha orizzonti amplissimi. E ama la lentezza. La sua grandezza di pensiero mi cattura. Messiaen è stato un gigante solitario. La sua voce è fortissima. Il suo linguaggio è chiaro, robusto. Radicato nella fede, un fatto insolito per il Novecento. E molti dei suoi pezzi, come la stessa Turangalîla, Éclairs sur l’Au-Delà, La Transfiguration, il Saint François d’Assise hanno misure enormi. Spesso la musica moderna è complicatissima e breve. Messiaen invece ambisce a proporzioni cosmiche. Ed è una cosa che mi affascina. Anche Stockhausen è così: punta il suo sguardo oltre l’orizzonte umano. Sono musiche con dentro la forza delle stelle».


Chi secondo lei è destinato a diventare un autentico “classico” del secondo Novecento?

«Oltre a Messiaen e Stockhausen, Luigi Nono soprattutto. Per me è lui il più grande. Ho una sua fotografia nella mia camera, mi guarda sempre quando studio… Nono ha trovato le sue radici in una tradizione molto antica, che risale al Rinascimento e prima ancora: alla fine della sua vita mi disse che stava studiando la musica del Trecento siciliano. Non si interessava molto alla tradizione classico-romantica. La sua musica è moderna e allo stesso tempo ha qualcosa di molto antico. Affonda nelle origini, ha a che fare con gli elementi. La sua era un’anima profonda e onesta. Prometeo è il pezzo più visionario del XX secolo. Mi batto sempre per fare Prometeo, l’avrò eseguito una decina di volte. È un’impresa difficile perché è molto costosa. E lotto perché venga eseguito negli Stati Uniti: dove non è mai stato fatto perché Nono era comunista».

Proprio la politica e l’ideologia sono un altro tema interessante della musica del Novecento. Il diktat progressivo ha creato ombre e steccati. Oggi tutto questo è caduto, ma allo stesso tempo non sembrano esserci più differenze…

«Sì, sono cadute le ideologie ma tutto ora sembra meno forte. Quella era una generazione che ha vissuto la guerra. Messiaen è stato in un campo di prigionia, un’esperienza che non puoi dimenticare. Se sopravvivi ti dà una forza differente. La generazione di Boulez, Berio e dello stesso Nono non l’ha combattuta ma l’ha conosciuta. Qualcosa che non possiamo immaginare oggi. Quando finì fu un nuovo inizio, totale. Penso che la musica degli anni ’50 tornerà per restare. È radicale, ma anche molto forte. Ma anche figure come Henze torneranno, non capisco perché sia eseguito così poco».

Alcuni anni fa lei ha realizzato una serie di concerti e dischi dal titolo “Who is afraid by XXth century music?”. La gente ha ancora paura?

«Non so, spero di no… (ride, ndr). Molto meno di prima, credo. Il XX secolo ormai è storia della musica. E penso che non ci sia un secolo interessante come il Novecento. Ci sono tante cose diverse, è come se tutto fosse esploso: gli stili, i linguaggi… C’è Schönberg, c’è Ives, c’è Janácek, c’è Bartók, i francesi. Quante idee diverse su come sia possibile organizzare la musica e il suono. È fantastico! Non capisco perché l’arte moderna sia così popolare e la musica moderna no. C’è un problema di cattivo marketing… Credo forse che la tecnologia e il Web offrano nuove opportunità. Si è rotto quello che appariva come un circolo borghese, ora è più facile scoprire altre musiche. Il pubblico arriverà da un’altra direzione, è importante aprire le porte. Ma ci vorrà tempo».


Ingo Metzmacher, nato ad Hannover nel 1957, è tra i più ricercati e acclamati direttori d’orchestra per il repertorio del Novecento e contemporaneo. È chiamato regolarmente sul podio delle principali orchestre internazionali, dai Berliner e Wiener Philarmoniker al Concertgebouw di Amsterdam, da Parigi e Londra a Chicago. Al Festival di Salisburgo negli ultimi anni ha diretto le produzioni delle opere Dyonisos di Wolfgang Rihm, Al gran sole carico d’amore e Prometeo di Luigi Nono, Gawain di Harrison Birtwistle e Die Soldaten di Zimmermann, che poi ha diretto due anni fa al Teatro alla Scala. Hans Werner Henze l’ha scelto per la prima della sua Nona sinfonia. Di Olivier Messiaen ha inciso Éclairs sur l’Au-Delà con i Wiener Philarmoniker e in dvd il Saint François d’Assise con le compagini del teatro dell’opera di Amsterdam. Ad Amsterdam a marzo 2018 porterà in scena il Das Floss der Medusa di Henze con la regia di Romeo Castellucci.