Agorà

ANTICIPAZIONE. «Ingerenza»? No, difesa della verità e dell'uomo

Angelo Bagnasco mercoledì 23 gennaio 2013
Dal volume di Angelo Bagnasco «La porta stretta» (Cantagalli, pp. 320, euro 17), in uscita venerdì 25 gennaio, pubblichiamo qui sotto stralci della prefazione del cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana.
Le «prolusioni del presidente della Cei» non sono frutto di una riflessione astratta e solitaria, ma la voce di una Chiesa che, proprio a cominciare dai suoi pastori, è una Chiesa che ascolta; che è capace di vedere, incontrare, parlare; che sta con la gente e tra la gente, cercando di capire e farsi capire. Una Chiesa che, inviata ad attraversare un tempo complesso ed esigente, è capace, come Benedetto XVI infaticabilmente ci insegna, di essere il luogo in cui fede e ragione si ritrovano e riescono a fare sintesi nella prospettiva del bene comune. Si tratta di un impegno che avverto come un imperativo pressante e in una duplice prospettiva. Innanzitutto, perché si tratta di riflettere attraverso la nostra azione lo sguardo di Dio, che è pieno di simpatia per la vita dell’uomo, e che trova la sua manifestazione “ontologica” in quello di Gesù Cristo. Questo sguardo, cui la Chiesa dà voce, nasce dalla grazia e dal compito che i pastori hanno di condividere l’esistenza della gente, l’esistenza di un popolo cristiano nel quale persiste un grande tesoro di eroismo umile, che giorno dopo giorno costruisce la storia anche se non fa notizia. Per questo il parlare della Chiesa non è mai «ingerenza», ma è uno stare «dentro» il vissuto, offrire l’esercizio collegiale del discernimento. In altre parole, la Chiesa è sempre un popolo, e la lettura della storia che ne fanno i vescovi risente di questa impronta popolare che nel nostro Paese, nonostante il secolarismo, si conserva e si consolida anche oggi.È da qui che scaturisce la seconda prospettiva che mi preme sottolineare: la profezia della Chiesa, oggi. Il profeta guarda le cose con lo sguardo di Dio, ne coglie la verità interna e ne intravede l’esito, anticipando simbolicamente nella sua esperienza il tempo futuro. Così è per la Chiesa che inizia il Regno nella comunione ecclesiale, nell’annuncio del Vangelo e nei sacramenti. Con il suo magistero, dunque, la Chiesa interpreta il tempo presente contestando i miti dominanti che portano non alla felicità, ma a deserti tristi e disumani. Gesù Cristo va annunciato con gioia e convinzione, nel mistero della sua Persona e nella sua intera verità, comprese le sue implicazioni sul piano antropologico, etico e sociale. E sempre nel «noi» della Chiesa. Diversamente la fede è destinata a restare un fatto puramente emotivo, sentimentale, in fondo irrilevante per la vita concreta. Tali sono le prospettive che animano nel nostro amato Paese il servizio ecclesiale, anche se a volte frainteso. In realtà, se la Chiesa parla e rivendica il proprio diritto a farlo, dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che non è per desiderio di ingerenza, ma solo per difendere la causa della verità e dell’uomo del nostro tempo. Nel mio servizio, peraltro, avverto di essere l’eco di molti, spero di tutti, a iniziare dai miei confratelli vescovi, ai quali rinnovo la riconoscenza per avermi sempre fatto sentire il loro affetto, sostegno e incoraggiamento, tanto più preziosi nella complessità del tempo.