Agorà

Società. Industria e Sud, un amore sbocciato ma tradito

Luca Miele sabato 29 giugno 2019

Le storiche acciaierie di Bagnoli / Beppe Avallone

«Noi amavamo Bagnoli – dice uno dei personaggi di La dismissione di Ermanno Rea –. Perché rappresentava mille cose insieme ma, prima di tutto, perché incarnava ai nostri occhi una salutare controcopertina della città. Una controcopertina che trasformava in alacrità l’indolenza, in precisione l’approssimazione, in razionalità l’irragionevolezza, in ordine il caos, in rigore la rilassatezza». Lo “smontaggio” dell’Ilva di Bagnoli è soltanto uno dei tanti pezzi di una dismissione più ampia che ha interessato l’intero Mezzogiorno e travolto il suo (fragile) sistema industriale. Parlare di industrializzazione del sud significa, oggi, parlare di “resti”. Resti tragici, ferite ancora vive e sanguinanti nel tessuto sociale, nel territorio, nelle vite, come testimoniano i casi dell’Ilva di Taranto e dell’Enichem di Manfredonia, presidii in due settori chiave come l’acciaio e la chimica, le cui vicende – una ancora viva ( Taranto), l’altra ormai consegnata all’archeologia industriale (Manfredonia) – vengono restituite da due libri coraggiosi. Il primo – Salvatore Romeo, L’acciaio in fumo. L’Ilva di Taranto dal 1945 a oggi( Donzelli, pagine 295, euro 27,00) – ha un taglio storico, l’altro esibisce un passo da indagine sul campo, articolandosi in una «una ricerca partecipata» – Giulia Malavasi, Manfredonia. Storia di una catastrofe continuata ( Jacabook, pagine 348, euro 25,00).

La storia dell’industrializzazione al sud non può non collocarsi in un ambito più ampio, quello nazionale. Una cornice percorsa da movimenti (e strappi) imperiosi. Il primo segue l’unificazione e vede il sistema produttivo del sud – che a dispetto della vulgata, non era affatto così residuale (Bevilacqua) – sacrificato in nome del nuovo interesse nazionale. Secondo, il torrenziale movimento migratorio interno che smotta e, al tempo stesso, ridisegna il volto della giovane nazione e crea le premesse per il prepotente sviluppo nazionale. Terzo, la reindustrializzazione delle regioni meridionali attraverso lo strumento della Cassa del Mezzogiorno, con tutti gli slanci e gli squilibri, le criticità che essa ha generato. A partire dalla più drammatica di tutte: nelle parole di Romeo, «l’insopprimibile contraddizione tra la salute e il lavoro». Romeo, da storico, non sposa logiche manichee. L’indagine scava nelle pieghe tormentate della vicenda dell’acciaio in Puglia, ne ricostruisce i passaggi, dalla promessa di sviluppo sociale oltre che economico che essa costituì fino alla traumatica espulsione della fabbrica dal tessuto comunitario, sempre più percepita come un corpo estraneo, come un «mostro» che fagocita la città e uccide i suoi figli.

Luci e ombre che si addensano, si intrecciano in una trama irrisolvibile nella consapevolezza che «il siderurgico è stato un potente medium che ha rafforzato l’integrazione di Taranto nello sce- nario nazionale e globale, sollecitandone la modernizzazione e, al contempo, ponendo problemi di grande portata». Perché si arrivi a una ricostruzione non parziale della vicenda dell’insediamento tarantino «storia economica e storia d’impresa, storia urbana e storia ambienta-le, storia politica e storia sociale» devono necessariamente intersecarsi, rimandare uno all’altro. Quale “volto” della fabbrica consegna al nostro presente questa storia polifonica? La realtà di una progressiva marginalizzazione della comunità rispetta alla produzione, la cui “testa” è ormai altrove: la globalizzazione ha, di fatto, spostato i centri decisionali. La città e la politica nazionale sono sempre più periferiche rispetto alla fabbrica. Se la storia di Taranto e della sua 'vocazione industriale' è ancora tutta da scrivere, diverso è il caso di Manfredonia. La fabbrica qui non esiste più. E all’opera di smantellamento “fisico” degli impianti – prima Anic, poi Enichem – è seguita quella che Giulia Malavasi non esita a definire una rimozione.

L’esperienza industriale di Manfredonia è stata rimossa dalla comunità garganica, nonostante essa abbia profondamente ferito il suo territorio e lacerato la cittadinanza che la ospitava. Portando la divisione fin dentro le famiglie, tra chi lavorava all’Enichem e chi ne pretendeva l’espulsione dal tessuto cittadino. «Quella spaccatura di Manfredonia – racconta una delle voci dei testimoni raccolta dall’autrice – non si è mai sanata… quella era la fabbrica che era un po’ la grande madre che dava latte, e tutti adesso, riconoscere dopo questo rapporto simbiotico come era allora, riconoscere che era una madre cattiva è stato difficilissimo per tutti, e ancora adesso non ce la fanno a dire che quello che ci ha dato era veleno, arsenico, che ha fatto morire». A spezzare il rapporto tra la città e il petrolchimico è il disastro del 26 settembre 1976: scoppia la colonna di lavaggio dell’impianto di sintesi dell’ammoniaca nell’Isola 5.

Non fu, purtroppo, l’unico episodio: una serie di incidenti hanno punteggiato la vita dello stabilimento fino alla sua chiusura negli anni Novanta. Quale senso ci restituisce l’esperienza della cittadina pugliese? Una storia tragica che – è la tesi dell’autrice – si è innestata, sfruttandola, sulla fragilità endemica di un territorio per dar vita a «forme nuove di colonizzazione, funzionali alla massimizzazione dei profitti industriali e alla distribuzione sociale dei costi umani – in termini di salute – e ambientali». «Una catastrofe continuata» di fronte alla quale si sono aggrumate forme di resistenza civile: un sentire consapevole, diffuso, dal basso, declinato al femminile. «Una comunità resistente» che, disperso il «nemico » da abbattere, fatica oggi ha ritrovare la sua identità.