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Cinema. In trincea con i ragazzi di «1917» la Grande Guerra di Mendes è reale

Angela Calvini giovedì 23 gennaio 2020

George MacKay protagonista di "1917" di Sam Mendes

«La prima volta che ho capito cos’è una guerra è stato quando mio nonno da bambino mi ha raccontato la sua esperienza della Prima Guerra Mondiale. Ma questo film non esplora la storia di mio nonno bensì lo spirito che la permeava, gli eventi vissuti da quegli uomini, i loro sacrifici, cosa voleva dire credere in qualcosa che andava al di là di se stessi». Sam Mendes (il regista premio Oscar di Skyfall, Spectre e American Beauty) si è ispirato per 1917 ai ricordi del nonno Alfred H. Mendes, caporale, durante la Prima Guerra Mondiale. Il film esce nelle sale italiane oggi, presentato da Leone Film Group e Rai Cinema. Nel 1917, Alfred era un ragazzo di 19 anni che si era arruolato nell’Esercito Britannico, e che era stato scelto per portare messaggi fra i vari accampamenti del Fronte Occidentale attraversando di corsa la Terra di Nessuno, quel pericolosissimo territorio indefinito situato fra gli Alleati e le trincee nemiche. Il lavoro di Mendes sulla memoria personale diventa presa di coscienza collettiva dell’orrore della guerra e dell’insensatezza dei nazionalismi. Il regista ha svolto molte ricerche in prima persona, attingendo in particolare dall’Imperial War Museum di Londra. E insieme alla scrittrice Krysty Wilson-Cairns ha scritto il film basandosi, oltre che sui ricordi di suo nonno, anche sulle storie e i diari dei soldati dell’epoca. Reale è quindi la situazione in cui è ambientata una storia di fantasia, anche se le riprese sono state effettuate in Inghilterra.

Nel 1917 i tedeschi ripiegarono verso Siegfriedstellung, nota anche come Linea Hindenburg, nel Nord Ovest della Francia. Per sei mesi scavarono enormi trincee di difesa e un sistema di artiglieria nascosta, trasferendovi poi le numerose truppe che si trovavano sulla linea del fronte. Nel breve periodo in cui gli inglesi non sapevano se i tedeschi si fossero ritirati o arresi, è ambientato il viaggio epico di due giovanissimi soldati in missione, soli e terrorizzati in una terra desolata disseminata di trappole, mine antiuomo, cecchini, paesini distrutti e morte. Un viaggio “epico” che dà il senso dell’enormità della prima guerra globale dell’umanità, attraverso una piccola storia umana, narrata in tempo reale. Dopo il trionfo a sorpresa ai recenti Golden Globes, dove ha meritato i premi per il miglior film drammatico e per la regia, l’intenso lavoro di Mendes è candidato ora a 10 Oscar. Questa monumentale e accurata ricostruzione d’epoca, si propone, e qui sta la sua originalità, come una narrazione continua, creata attraverso una serie di riprese lunghe e ininterrotte che sono state successivamente collegate fra loro in modo da sembrare un’unica ripresa.

Un’esperienza totalmente immersiva fra le trincee e le battaglie della Grande Guerra, con il ritmo di un videogame (adatto ad attrarre i giovani) e una pietas da grande tragedia greca. Mendes sfoggia virtuosismo, certo, ma per farci camminare davvero fianco a fianco dei due soldati, interpretati da due credibilissimi talenti britannici: l’eroico e riflessivo caporale Schofield, un giovane borghese col bel volto antico di George MacKay, e l’estroverso caporale Blake, un genuino ragazzo di campagna interpretato da Dean-Charles Chapman. Ai due viene affidata una missione apparentemente impossibile: consegnare un messaggio nel cuore del territorio nemico al colonnello McKenzie, (Bendict Cumberbatch, qui in un cameo al pari di Colin Firth, Richard Madden, Mark Strong e altri). Un messaggio che potrebbe salvare la vita di 1600 soldati inglesi, fra cui anche il fratello di Blake, destinati a cadere in una trappola se attaccheranno i nemici. E sin dalla prima scena, ci ritroviamo anche noi a sgomitare fra migliaia di giovanissimi soldati nelle strette trincee. La tensione sale tanto da percepire quasi il palpitare i cuori di questi due coraggiosi ragazzi, sperduti in questo “deserto dei tartari” fra paura, orrore, nostalgia di casa e senso del dovere. Ma la guerra incalza e la corsa contro il tempo si fa sempre più concitata e irta di pericoli. Anche se il pericolo più grande sta nella durezza di cuore di chi vuole continuare a combattere coltivando “orizzonti di gloria”. Perché la guerra non ha nulla di bello o di eroico, ci fa capire Mendes, che già solo per questo meriterebbe l’Oscar