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Analisi. Viganò: il vero cinema racconta l'invisibile

Dario E. Viganò venerdì 24 luglio 2015
Fin dalle sue origini il cinema è stato contraddistinto da una vera e propria forza mitopoietica, dalla facoltà di assegnare alla materia e ai protagonisti del suo raccontare per immagini una dimensione in tutti i sensi ingigantita e dalla capacità di riorientare in direzioni nuove e diverse non solo i gusti dei suoi spettatori, ma i loro modelli culturali, i loro valori eccetera.  Ecco dunque che se il dispositivo testuale cinematografico è, proprio come ogni altro tipo di testo, anche un esercizio di discernimento, responsabilità e libertà, esso, più di ogni altro tipo di testo, sa parlare in termini convincenti e coinvolgenti di umanità in senso ampio.  Il cinema che non si è ritirato di fronte alla possibilità di misurarsi con le grandi questioni dell’esistenza, con i grandi interrogativi; al contrario, muovendo in questa direzione ha sfidato se stesso e, in un confronto tanto impari quanto ineludibile, ha saputo sfidare l’assoluto cui di volta in volta si è trovato di fronte.  Dare immagine a ciò che non si vede, nel senso più ampio possibile, e ancora, cercare Dio nelle pieghe del visibile, misurarsi con la sua presenza o con la sua assordante mancanza: questo assoluto che ci circonda, e che il cinema più grande ha sempre cercato, è un altrove, un muovere fuori di sé che l’immagine cinematografica porta scritto nella sua stessa essenza, nel fuori campo che la delimita e ce la restituisce come tale.  Lo sguardo del cinema è per essenza uno sguardo estroverso, un guardare che tiene sempre con sè, vivo ai bordi dell’immagine, quello che non si vede. Da questo livello linguistico primario fino alle più articolate architetture semantiche, il testo cinematografico ci mostra i propri confini e si (ci) spinge a oltrepassarli.  Il cinema ha a che fare con la storia perché ne trattiene, in meandri carsici, i segreti nello scorrere del tempo, così come ha a che fare con il mistero, perché esso, costituito da battiti di luce, richiama, non a caso, gli angeli. Gli angeli caratterizzati dal movimento e dalla velocità di volare; angeli di un doppio movimento, quello della spola tra Dio e l’uomo; angeli che rivelano e insieme indicano un orizzonte. Penso in particolare agli angeli lontani dall’iconografia tradizionale, quelli a cui ci ha introdotto Wim Wenders che sono crocevia tra Bibbia e poesia, quella di Rainer Maria Rilke e di Paul Klee. Angeli che sono «un indice puntato verso Dio, un indice puntato verso il mistero, il mistero di Dio».