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Omossesualità. Il teologo: «È ora di parlarne»

Luciano Moia martedì 15 settembre 2015
​«Il testo affronta in modo lucido una questione esistenziale e pastorale rilevante, a lungo repressa ma non più rinviabile. Non nasconde i problemi, ammette le difficoltà e sollecita un dialogo effettivo con i credenti omosessuali, quale finora la Chiesa non ha favorito». Don Aristide Fumagalli, docente di teologia morale al Seminario di Venegono, autore di vari saggi su sessualità e matrimonio, non si trincera dietro difese d’ufficio e accetta di affrontare a viso aperto un tema che non è tra i più agevoli.Cosa l’ha convinta di questo libro?«Mi sembra che illustri un percorso di sincera ricerca personale, senza cedere a ideologie che non mancano nemmeno nell’orizzonte della cultura omosessuale. Sa per esempio smarcarsi in modo deciso dall’ideologia gender, invitando a non confondere tra questione omosessuale e questione gender».Nodi critici?«Il rapporto tra differenza sessuale e alterità personale. È convinzione comune, anche nella Chiesa, che non si possa far coincidere la persona con la sua sessualità, che pur tutta la connota. In ogni caso la considerazione per la dignità della persona deve andare al di là dell’orientamento e dei comportamenti sessuali. Il problema è se vi possa essere autentico amore personale, anche sul piano sessuale, qualora non vi sia differenza sessuale tra le persone che lo vivono. L’autore sostiene che, in ogni caso, l’amore – anche l’amore omosessuale – non possa non avere espressione esplicitamente sessuale».E questo diventa un problema?«Questo pone la questione di fondo tra persona e corpo. Dobbiamo chiederci: il corpo sessuato è dato da un insieme di lettere che la libertà personale può disporre in qualsiasi ordine o rappresenta una grammatica dalla quale non si può semplicemente prescindere? La dottrina morale cattolica sostiene che vi siano delle azioni, tecnicamente dette "atti intrinsecamente disordinati", che non possono raccontare autenticamente l’amore personale, perché, come nel caso degli atti omosessuali, non salvaguardano la differenza sessuale».Savarese invece sostiene una cosa diversa…«Sì, la tesi espressa nel libro potrebbe essere riassunta dall’osservazione, oggi assai diffusa, secondo cui: "Se due si amano, che importanza ha la differenza  o meno dei loro corpi sessuati"? È il cuore della  sfida antropologica:  quale rapporto intercorre tra l’amore e la sua espressione corporea? Questa sfida non è certo nuova, ma oggi si pone nuovamente per via dell’evoluzione nella comprensione dell’uomo e della donna, favorito anche dallo sviluppo delle scienze umane».Che conseguenza può avere questa premessa?«Innanzitutto quella di interrogarci sulle ricadute in termini morali del rinnovamento dell’antropologia. Se noi concepiamo diversamente il rapporto tra persona e corpo, non dobbiamo riconsiderare anche le norme morali? Per quanto riguarda la sessualità coniugale ciò è già in parte avvenuto. La valorizzazione del significato unitivo dell’atto coniugale, superando una sua finalizzazione solo procreativa, ha legittimato il ricorso ai cosiddetti "metodi naturali" in vista della procreazione responsabile».La valorizzazione del valore unitivo degli atti sessuali potrebbe legittimare anche le istanze dell’amore omosessuale? «Il giudizio negativo sugli atti omosessuali da parte della Chiesa cattolica è oggi motivato, più che in riferimento all’aspetto procreativo – non possono generare figli – in riferimento all’aspetto unitivo, sostenendo che, qualora l’amore voglia esprimersi anche a livello sessuale, l’assenza della differenza sessuale compromette l’autentica apertura alla persona dell’altro. La sterilità della coppia omosessuale, che a differenza dell’eventuale sterilità della coppia eterosessuale non è dovuta a fattori accidentali (malformazioni, malattie, ecc.) ma strutturali, confermerebbe il limite dell’amore omosessuale».Quindi torniamo al problema della procreazione. Immorale perché infecondo?«A questo riguardo – e il libro lo fa giustamente notare – occorre osservare che la fecondità non è riducibile alla procreazione. Due coniugi eterosessuali non perché sterili sono infecondi. La fecondità dell’amore personale, prima ancora che nella generazione dei figli, si esprime nel reciproco "darsi vita" dei due, come pure nel loro aprirsi, in quanto coppia, all’accoglienza del prossimo. Quanto queste considerazioni di ordine antropologico possano e debbano essere tradotte in norme morali, anche a riguardo delle unioni omosessuali, è un problema aperto».