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L'intervista. Il sindaco Adduce: la via della cultura per uscire dall'arretratezza

Giacomo Gambassi martedì 16 settembre 2014

“Matera ha scelto di puntare sullo sviluppo culturale per costruire il suo futuro”. Il sindaco Salvatore Adduce, alla guida di una coalizione di centrosinistra, guarda dall’ultimo piano di un grattacielo che è il municipio la città dei Sassi. E racconta l’impegno per conquistare il titolo di Capitale europea della cultura nel 2019 su cui l’amministrazione comunale insieme con la Regione Basilicata ha già investito più di tre milioni di euro.

Sindaco, partiamo dall’inizio. Come è nata la corsa verso la ribalta internazionale? “L’idea della candidatura non è venuta all’amministrazione comunale. E’ stata lanciata da un gruppo di giovani quando venne stabilito che sarebbe toccato all’Italia ospitale la Capitale europea della cultura nel 2019. E fu costituita l’associazione Matera 2019. Adesso si chiama Matera-Basilicata 2019. Nel 2010 il Comune ha preso il testimone dell’iniziativa e l’ha trasformata in un primo programma organico. E’ stato creato il Comitato promotore e nella prima fase l’amministrazione comunale è stato il volano dell’impresa. Oggi la candidatura è una scommessa per tutta la Lucania ed è sostenuta persino da Potenza. Sa, riuscire a mettere insieme Matera e Potenza è come immaginare che Pisa e Livorno si alleino. Comunque è l’intera regione che crede nell’avventura”.

Matera è in cerca di un riscatto? Ma in parte lo ha già trovato… “Le vicende dell’ultimo mezzo secolo dimostrano che anche il luogo meno adatto a capitalizzare saperi e conoscenze può rovesciare la sua condizione di arretratezza investendo sulla cultura. La città ha vissuto una frattura enorme. Dopo millenni, 17mila abitanti sono stati trasferiti forzatamente durante gli anni Cinquanta nelle case di mattoni e cemento. E’ stato un evento che ha lasciato strascichi. E’ questa la prima rivoluzione che ha investito Matera nella sua storia recente. E’ scaturita dalla legge del 1952 che sanciva la «vergogna nazionale» della vita nelle grotte, caratterizzata dalla fame, dalla miseria, dalla promiscuità con gli animali, dall’alta mortalità infantile, e imponeva l’esodo di chi abitava nei Sassi”.

La seconda rivoluzione? “E’ stata la battaglia civile intrapresa negli anni Ottanta per il ritorno nei Sassi. Non abbiamo voluto creare un museo a cielo aperto. Si è trattato di ricomporre la ferita che la città si portava dietro. Poi è arrivato il riconoscimento dell’Unesco che ha inserito Matera nella lista dei tesori dell’umanità. Questo ci ha fatto prendere coscienza del nostro patrimonio. E la terza rivoluzione è quella turistica. Abbiamo centinaia di migliaia di visitatori ogni anno. Oggi i Sassi vengono considerati luoghi eletti e sono ammirati in tutto il mondo. Potevamo accontentarci di questa terza rivoluzione. Invece abbiamo scelto di rilanciare: con la sfida europea. Vogliamo vincere gli stereotipi del Mezzogiorno come terra medicante. Desideriamo scrollarci di dosso le immagini di maniera e riprende in mano il nostro destino”.

Quale messaggio può giungere all’Europa da Matera? “La città dice al continente che territori come il nostro non chiedono assistenza. E siamo la prova provata che anche il luogo più infame può reinventarsi. Lo dicono le tante esperienze creative che qui convivono: dal cinema alla musica passando per la letteratura o la radio. Il tutto inserito nella cultura rupestre di cui siamo la capitale mondiale. Se riusciremo a esportare il ‘modello Matera’ sarà il nostro più grande successo. L’Europa deve concentrare la sua attenzione sulle città che cercano di risorgere. Aggiungo che Matera è gemellata con una città della Finlandia, Oulu. A loro portiamo un po’ di felicità visto che lassù per otto mesi l’anno non c’è il sole. Con un pizzico di ambizione ci definiamo missionari della felicità dal Sud del continente”.

Su che cosa ha puntato l’amministrazione comunale? “Sul concetto di avvicinare le istituzioni. L’Unione Europea è un organismo sovranazionale che in troppi avvertono lontano. La nostra candidatura vuole che la cosa pubblica vada a braccetto con i cittadini. Del resto abbiamo chiesto che questa sfida fosse della cittadinanza e non dei sindaci”.

L’idea centrale del dossier di candidatura è quella dell’abitante culturale. “L’abitante culturale è colui che si prende in carico il destino della città. Tutti devono sentirsi primi cittadini anche se non lo sono formalmente. Inoltre vogliamo mettere in moto le migliori energie. Quaranta anni fa, quando si entrava in un bar di Matera, il locale era in genere tetro. Oggi la città accoglie con il sorriso chi arriva anche se la nostra cifra resta l’umiltà”.

Quali progetti accompagnano la candidatura? “Innanzitutto vogliamo ultimare il Museo demoetnoantropologico che racconterà la vita fra i Sassi e che sarà ospitato nel Sasso Caveoso. E’ un progetto che si trascina da trenta anni”.

Poi c’è il completamento di Borgo La Martella che porta la celebre firma di Adriano Olivetti e che è considerato un intervento urbanistico da manuale. “E’ uno degli abitati nati con lo svuotamento dei Sassi e costruito per dare un tetto a chi lasciava le grotte. E’ un monumento alla buona architettura ma anche alla politica a servizio della gente. Quando il Borgo fu creato, gli abitanti erano i contadini che avevano vissuto fra i Sassi. La progettazione del Borgo coinvolse Adriano Olivetti e vide in azione l’architetto Ludovico Quaroni. Erano previste case con ampi spazi davanti, ma anche un asilo, la biblioteca, il teatro. A distanza di sessanta anni vogliamo completare quello che era il progetto originario realizzando in particolare il teatro e la biblioteca che in piccola parte c’è già ed è stata inaugurata nel 2012 intitolandola proprio a Olivetti. Sarà un investimento da 10 milioni di euro”.