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Mostra. Il gran ritorno di Francesco Messina a Linguaglossa

Giuseppe Matarazzo giovedì 28 novembre 2019

Francesco Messina, "Danzatrice", bronzo, 1970, Studio Museo Francesco Messina, Milano (foto Alessandro Mancuso)

Torna a casa Francesco Messina. Torna nella terra natia, alle pendici dell'Etna. E lo fa con i suoi “cavalli” e le sue “ballerine”. Con il suo temperamento forte, ma gentile. È un viaggio, nella vita e nella memoria, quello che compie postumo (è morto a Milano nel 1995) il celebre scultore nato a Linguaglossa nel 1900. Un paese che ha lasciato bambino, ad appena 3 anni, con i genitori emigranti per le Americhe ma poi rimasti a Genova, dove Messina - per un regalo del destino - entrerà nelle botteghe dei marmorari di Staglieno, in particolare in quella di Giovanni Scanzi, scoprendo l'arte dello scalpello. A Genova conoscerà anche Eugenio Montale e la magia della poesia, prima di approdare più che trentenne a Milano, dove ha potuto esprimere la sua arte fino a diventare Accademico d'Italia, direttore a Brera e affermarsi come un riferimento della scultura figurativa del Novecento insieme a Giacomo Manzù, Arturo Martini e Marino Marini.

Anche se a Linguaglossa tornò fugacemente e in maniera assai discreta solo per andare a trovare degli anziani parenti, il legame con la Sicilia era sempre vivo. Non a caso si definiva un “greco di Sicilia” insieme all'amico Salvatore Quasimodo. Le sue sculture rivelatrici di un «credo classico dell'arte» sono accolte in una eccezionale mostra a lui dedicata – “Segni e forma, la ricerca instancabile di una vita” – al Museo regionale “Messina-Incorpora” di Linguaglossa (catalogo della Regione siciliana, a cura di Carmela Cappa, Diego Cavallaro, Andrea Cerra, Maria Fratelli, coordinato da Magika, con le foto di Alessandro Mancuso e alcuni preziosi scatti di Giorgio Lotti) in un progetto che ha unito il Comune di Linguaglossa con il Comune di Milano e lo Studio Museo Francesco Messina. Due artisti – Messina e Incorpora – che idealmente si incontrano in questa terra pur non avendola mai vissuta insieme. Qui il calabrese Incorpora approda, lasciando un patrimonio immenso di pitture, sculture, presepi di rara bellezza. Messina la lascia. E a distanza – l'uno già affermato, l'altro desideroso di confrontarsi – si scriveranno assiduamente e si stimeranno con un'anima intrisa di magma. Come le loro opere, vulcaniche. Trasudanti umanità.

La mostra su Francesco Messina, aperta fino al 10 gennaio, è come un ritorno a Itaca del maestro. Il Nostos. Un viaggio alla ricerca delle radici. Quelle che non si dimenticano, nonostante il tempo, la quotidianità, le incomprensioni e le difficoltà della distanza. Le incisioni della collezione permanente del museo (donate alla Regione Siciliana dalla Fondazione Francesco Messina con cui si è stretto un fortissimo rapporto di collaborazione) incontrano le quattordici sculture che arrivano dallo Studio Museo milanese. Nella piazzetta su cui si affaccia la struttura, ecco uno dei suoi capolavori: lo Stallone ferito di Catania. La sintesi dell'arte, delle forme, della poesia e del pathos che si oppone all’ineluttabilità del destino in questo pezzo di Sicilia dove è forte il rapporto con la morte. «In petto come mandorlo, / mi fiorisce la morte / dall'infero magma che ti comprime, / mia terra / emerso io sono come palo di ficodindia. /Nera di sangue / d'alito e di canto / anima, strappa la tua coltre / e di mare e ti neve m'illuda il tuo cielo». Con questi versi il poeta Messina omaggia la sua terra, Linguaglossa. Che oggi lo abbraccia con emozione e orgoglio, in una mostra che vale il viaggio e che si lega straordinariamente alla collezione di Salvatore Incorpora (di cui il 21 dicembre si presenterà il catalogo a cura di Vittorio Sgarbi, con il supporto di Antonio D'Amico e Stefano Saponaro, per Silvana Editoriale).

«Il pensiero che più mi sgomenta è la quasi certezza che uomini come me saranno presto considerati fossili preistorici. Perché l'arte figurativa è già lettera morta per le nuove generazioni. Solo i musei potranno testimoniare, nella più fortunata ipotesi, la nostra sopravvivenza». Così Messina scriveva in un testo riportato in catalogo dall'Assessore ai beni culturali e all'identità etnea del comune di Linguaglossa, Andrea Cerra, e da Egidio Incorpora, figlio del grande artista e presidente dell'associazione “Salvatore Incorpora”, autentici animatori del museo e del risveglio culturale di Linguaglossa. Dopo la mostra del 2016 che faceva dialogare le opere di Messina con quelle di Guttuso e Incorpora, un nuovo, esclusivo appuntamento nel comune etneo, con la certezza che nessuno di loro è considerato un «fossile preistorico». Anzi, i cavalli (il più famoso, quello morente della Rai ovviamente è rimasto in viale Mazzini) e soprattutto le ballerine di Messina, sono opere che parlano il linguaggio eterno della bellezza. Danzatrici con le forme e la grazia delle sue “modelle” predilette, le grandi Carla Fracci e Aida Accolla. Le “donne di Messina” che ora danzano per lui a Linguaglossa. Lì, dove tutto ebbe inizio.