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DIALOGHI PER FRANCESCO / 6. Janeczek, il «primato» dei gesti

Alessandro Zaccuri martedì 19 novembre 2013
Da un po’ di tempo Helena Janeczek ha rivalutato il bar sotto casa. Per il suo romanzo Le rondini di Montecassino (in cui si intrecciano le vicende dei soldati di ogni nazionalità coinvolti nella celebre battaglia) aveva letto, viaggiato, svolto ricerche in archivi e biblioteche. Poi un giorno, davanti a una tazzina di caffè, aveva scoperto che il giovane cingalese dietro il bancone era nipote di uno di quei combattenti arrivati in Italia inquadrati nel contingente inglese. È stato in quel momento che ha deciso di prestare più attenzione a quello che succede tra la macchina per l’espresso e l’espositore delle sigarette. «Il bar che frequento è un posto normalissimo – aggiunge la scrittrice, nata in Germania da una famiglia di ebrei polacchi –. Lo gestisce un gruppetto di ragazzi che non hanno l’aria particolarmente devota, eppure anche lì, pochi giorni dopo l’elezione di Francesco, è apparsa una fotografia del nuovo Papa».E questo l’ha sorpresa?«Più che sorprendermi, mi ha confermato nell’impressione che la figura di Bergoglio stia suscitando una vastissima corrente di interesse e simpatia che riguarda tutti: i cattolici, i fedeli di altre religioni, i non credenti. Fenomeno rarissimo di questi tempi, in cui la tendenza generale coincide semmai con un crollo di fiducia verso chiunque sia chiamato a impersonare una qualche forma di autorità. Al contrario di quanto si pensa, non è un fenomeno solamente italiano. Basta guardare agli Stati Uniti, dove perfino il presidente Obama viene messo in discussione per le sue scelte politiche in materia di sicurezza. Il nostro non è il tempo dei grandi statisti, purtroppo, e la disillusione è sempre più diffusa. Fa eccezione il Papa, che sta risvegliando la speranza collettiva».Come?«Con l’immediatezza del gesto, in primo luogo. Anche questo, a pensarci bene, è un indizio di quanto sia profonda la crisi dei nostri anni. Nel momento in cui ogni promessa di credibilità appare svuotata e non affidabile, c’è bisogno di qualcuno che torni a costruire partendo dalla concretezza del quotidiano. Il gesto fisico è esattamente questo: un linguaggio che si dimostra efficace proprio perché riesce a superare ogni sospetto di falsificazione».Sta dicendo che le parole di Francesco sono meno importanti delle sue azioni?«No, ma resta il fatto che i suoi gesti arrivano per primi. Con tutti i rischi che ne derivano, specie in una società come l’attuale, incline alla spettacolarizzazione e al fraintendimento mediatico. Lasciar circolare un’immagine significa già metterne a repentaglio la purezza, scatenando un’ambivalenza che minaccia di produrre un rovesciamento cinico o, meglio, una disgiunzione tra ciò che viene mostrato e ciò che viene recepito. Sono convinta che di tutto questo il Papa sia pienamente consapevole. Nondimeno, sa anche che una simile rifondazione dal basso, direi quasi dal grado zero della comunicazione, è oggi più necessaria che mai. La volontà di essere fisicamente presente fra le persone, la vicinanza ai malati, la frequenza del gesto di abbracciare (che è inclusione, accoglienza, prossimità assoluta) sono la dimostrazione di quanto sia determinante la dimensione del corpo nel pontificato di Francesco».Però questo è anche un Papa di buone letture, amico di Borges e studioso di Hölderlin...«Oltre che estimatore del tango, no? Lo ripeto: non intendo affatto sminuire il ruolo svolto dalla parola in questi primi mesi di pontificato, ma resto persuasa del fatto che la dimensione della corporeità metta in prospettiva tutto il resto. Che anche le parole, insomma, vadano ascoltate in relazione con i gesti del Papa. Se si presta attenzione ai suoi discorsi, è evidente che l’insegnamento di Bergoglio è in piena continuità con quello dei predecessori. Ma è il tono che cambia la musica. Quando affronta il tema dell’omosessualità o quando si riferisce alla presenza della donna nella Chiesa, il Papa non sta annunciando alcuna rivoluzione in ambito dottrinale. Però sta spostando l’accento sul versante della misericordia, in una dinamica che, dal punto di vista teologico, mi sembra che renda evidente la centralità dell’Incarnazione».Vale anche per il dialogo con i non credenti?«Vale per il dialogo in generale. Neppure questa preoccupazione rappresenta una novità assoluta, come alcuni osservatori vorrebbero far intendere. Si tratta di una sollecitudine che, con sfumature diverse, si trova in tutti i Papi dell’ultimo mezzo secolo, ma che Bergoglio attua in modo personale. La sua è la postura di chi si protende verso gli altri, in un atteggiamento di piena universalità. Si intuisce, in lui, una curiosità originaria, un desiderio di confrontarsi dal quale si sprigiona un’energia destinata a infondere nuova fiducia».Un’apertura che si fa misericordia?«È uno dei temi portanti del pontificato. Ed è, mi permetto di sottolineare, un elemento di straordinaria convergenza non solo tra la Chiesa cattolica e le altre confessioni cristiane, ma anche nei confronti dell’ebraismo e di ogni altra tradizione religiosa o filosofica, come per esempio il buddhismo. La misericordia costituisce il fondamento universale del porsi concretamente, con piena umanità, in relazione col trascendente».