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TENDENZE. Il «morbo anglicus» del signor Rossi

Giacomo Gambassi mercoledì 6 febbraio 2013
​All’aeroporto di Roma la voce che esce dagli altoparlanti annuncia che l’imbarco avverrà al «gate 6 del terminal». A Milano i manifesti lungo le strade presentano la Fashion week, cioè la Settimana della moda. Il pieghevole del convegno indica che alle 11 ci sarà il coffee break (la pausa caffè), proprio come il titolo di una programma tv su La7. E su Rai 4 vanno in onda le repliche di Desperate Housewives (Le casalinghe disperate). Poi l’azienda del gas invita a rivolgersi al customer service (il servizio clienti) per misurare la customer satisfaction (la soddisfazione dell’utente). E come la mettiamo con le università che si muniscono di student point o con i giornali che per settimane discutono di election day? Beh, siamo (quasi) più inglesi degli inglesi che si prendono persino gioco di noi e dell’ossessione tutta italiana di condire la lingua con un diluvio di vocaboli anglosassoni. Ci ha scherzato su il britannico Telegraph che racconta come nella Penisola si usi un frasario in simil-inglese che «suona decisamente strano per un madrelingua», come baby parking. E si è divertito a descrivere il dilagare di workshop (seminario di studio) o brand (marca). Figurarsi se arriva un messaggio di posta elettronica come quello giunto allo scrittore Marco Missiroli. «Un’amica che non sentivo da tempo – rivela il 32enne autore dei romanzi Bianco e Il senso dell’elefante – mi informava di lavorare nel food, ossia nell’alimentazione, e chiedeva quale fosse il mio attuale core business, in pratica la mia attività. Ma che razza di lingua parliamo?». Già, siamo ormai prigionieri dell’«itanglese», un idioma «caratterizzato dal ricorso frequente e arbitrario a termini e locuzioni inglesi», spiega il dizionario Hoepli. In sette anni l’importazione di vocaboli anglosassoni si è moltiplicata per dieci. E, nota l’agenzia di tradizioni Agostini Associati nella sua ultima ricerca sul fenomeno, a trainare la crescita sono parole legate alla tecnologia (sei fra le dieci più usate, come tablet, social device) e all’economia (ad esempio default). «Tutte le lingue sono soggette all’influsso dell’inglese – sottolinea la vice-presidente dell’Accademia della Crusca, Paola Manni, docente di linguistica italiana all’Università di Firenze –. Ma tratto specifico dell’italiano è una sorta di dipendenza acritica. Qualcuno lo ha definito morbus anglicus. E di fatto il ricorso in quantità esorbitante a un lessico d’oltre Manica, come sembra talvolta di constatare, rischia di mettere in crisi le strutture dell’italiano». Ne è convinto anche Missiroli. «L’anglomania snatura il nostro parlare e il nostro scrivere: l’italiano ha nella parola morbida la sua etica e il suo codice. Tutt’altro accade nell’inglese. E, quando in una pagina di mille vocaboli, trecento arrivano dalla Gran Bretagna o dagli Usa, resta poco delle radici che ci sostengono». Contro l’abuso dell’inglese si batte il sito stopitanglese. Uno degli animatori è Massimo Arcangeli, docente di linguistica italiana all’Università di Cagliari e direttore dell’Osservatorio linguistico Zanichelli. Nel suo libro Cercasi Dante disperatamente (Carocci editore, 222 pagine, 19 euro) racconta «fatti e disfatti» di questa debolezza imperante che ha fatto del nostro vocabolario corrente una Little England. «Sicuramente l’importazione di termini anglosassoni può essere dovuta a motivi di necessità. Infatti si fa difficoltà a tradurre in modo opportuno alcune espressioni del campo economico-finanziario o informatico». Ironizza Missiroli: «Lo spread ha ossessionato i sogni della mia estate. Ed è un vocabolo che ormai associo alla Germania anche se non è tedesco». Arcangeli cita mobbing: «In nessun caso persecuzione potrebbe subentragli». E la vice-presidente della Crusca chiarisce che un anglicismo assodato è stop che ha dalla sua la brevità. «Certo la concisione che è una delle peculiarità dell’inglese non può giustificare l’abuso». Preoccupante è lo snobismo linguistico. «Perché dietro c’è un’idea balzana – dichiara il direttore dell’Osservatorio Zanichelli –: siccome l’inglese fa fino, più lo utilizzo, più dimostro di essere moderno e brillante. A questo si aggiunge la pigrizia: si tratta della non voglia di trovare un equivalente. Penso a spending review che finalmente abbiamo capito essere una banale revisione della spesa». Il sito propone una regola aurea: non più del 5% di un testo o di un discorso dovrebbe contenere parole anglosassoni. «Non dobbiamo avere paura dei forestierismi – dichiara Arcangeli –. E i nostri suggerimenti non hanno nulla a che vedere col purismo di Stato o l’autarchia linguistica. Però, se i termini di matrice inglese possono essere rimpiazzati con quelli nazionali, facciamolo. Red carpet è un comune tappeto rosso. Box office sta per botteghino. Second-hand ha lo stesso significato di seconda-mano. Non serve puntare sull’esterofilia per alzare il tono». Manni si affida a un confronto. «Le parole straniere entrate nell’italiano prima della seconda Guerra mondiale si sono riplasmate obbedendo alle regole della nostra lingua. Così oggi è arduo rendersi conto che ragù sia un francesismo o bistecca provenga dall’inglese beefsteak. Invece, in questi anni, gli anglicismi non si sono adattati. E di fatto costituiscono corpi estranei». Sul banco degli imputati salgono non solo le imprese ma anche giornali e tv. «Quando leggo un documento aziendale o sfoglio un quotidiano – afferma Arcangeli – mi chiedo se la maggioranza delle persone sia in grado di decifrare la mole di vocaboli inglesi di cui ci si riempie la bocca. E anche nel caso delle cronache sportive una maggiore sobrietà sarebbe auspicabile». Insomma al posto di corner può essere scritto angolo e il coach è il nostrano allenatore. Diversa la scelta di Francia o Spagna dove si è optato per autentiche barriere anti-inglese: così Oltralpe il computer è l’ordinateur e il marketing la mercatique, mentre nel Paese iberico il mouse si è trasformato in ratón (topo) e il part-time in media jornada. «La chiamerei dogana sociale», dice Missiroli. E la docente fiorentina aggiunge: «Sono necessari cura e rispetto diffuso per la lingua. Per questo la scuola è tenuta a far acquisire una nuova consapevolezza dell’italiano». Arcangeli lancia una sfida. «Proviamo a imboccare anche qui la via creativa alla traduzione: non per imporre soluzioni stravaganti, ma perché giocare con la lingua è salutare». Un esempio? «Il blog  può diventare il digidiario: non è un vocabolo funzionalmente appropriato, ma è sintomo di una vivacità che forse abbiamo perso».