Agorà

LA REGISTA AIDA BEGIC. «Il mio film sulla pace per i giovani di Sarajevo»

Luca Pellegrini mercoledì 2 gennaio 2013
​Allo scoccare della mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno scoppiano i petardi per le strade di Sarajevo. Ma per Rahima e il fratello Nedim – e molti, molti loro concittadini – quelle innocue manifestazioni di gioia ricordano le tragiche manifestazioni dell’odio, le bombe e le raffiche di mitra durante una guerra spaventosa. Sarajevo, città martire che cerca di costruire una pace difficile. Con sicurezza e coraggio la racconta la bosniaca Aida Begic, che del film Buon Anno Sarajevo, da domani sugli schermi, ne è la scrittrice, produttrice e regista. Tra i tanti riconoscimenti ricevuti, una Menzione Speciale a Cannes, il Premio come Miglior film e quello "Amnesty International" per i Diritti Umani alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro e il Premio Sigillo della Pace al Festival "Cinema e donne" di Firenze. I due giovani protagonisti – interpretati con fredda precisione dai bravissimi Marija Pikic e Ismir Gagula – tentano di sopravvivere a questi ricordi, nella precarietà del lavoro, della legalità, degli affetti. Lei è la sorella maggiore, sensibile e protettiva, lui un ragazzo irrequieto, in balia di miraggi violenti. Vita difficile per entrambi, inseriti in un contesto urbano di degrado. «Sono ferite ancor oggi visibili – spiega la regista – perché Sarajevo è una città in cui durante l’ultimo assedio sono state uccise 11.541 persone e di queste 1.600 erano bambini. Una città eroica che ha attraversato molte tragedie nel corso della sua storia, ma che rimane anche la più multiculturale e multireligiosa, caratteristiche che l’hanno aiutata a sopportare meglio le violenze subite. È pur vero, però, che molte di queste ferite, sulle quali rifletto nel film, fanno ancora parte della nostra vita quotidiana, come la criminalità e la corruzione. Tutti speriamo che il corpo ferito della nostra città potrà un giorno guarire, ma tutti dobbiamo impegnarci duramente per farlo».Fin dall’inizio scopriamo che il legame tra Rahima e Nedim è teso, difficile.Una relazione complessa, perché i loro genitori sono stati uccisi quando erano bambini. Rahima, come sorella maggiore, assume il ruolo anche di madre, amica e protettrice, ma nella percezione adolescenziale di Nedim viene avvertita quasi sempre soltanto come una nemica. La loro riunificazione, a Capodanno, sarà un evento grande, drammatico e bellissimo.La nuova generazione, che ha vissuto solo parzialmente o superficialmente la guerra, quale percezione ha oggi di questa tragedia?Ho fatto delle ricerche e realizzato che le conseguenze del conflitto sono tuttora visibili nella vita dei più giovani. Diventare criminali non è difficile, perché alle spalle questi ragazzi sono abbandonati, hanno perso uno o entrambi i genitori, non hanno più una famiglia di riferimento. Ma bisogna anche essere consapevoli che stanno crescendo in una città in cui il Museo nazionale, la Galleria nazionale d’arte e il Museo contemporaneo sono chiusi e la Biblioteca nazionale è bruciata. Non offriamo loro sufficienti possibilità costruttive e positive di vita. Cosa possiamo aspettarci da loro in queste condizioni? Questa generazione ci si rivolterà contro, se non ce ne prendiamo cura da subito.Ritiene che i giovani possano trovare la strada per una convivenza matura e civile?Quando rinchiudi i giovani in un ghetto, è facile che nascano diversi estremismi. Sarajevo è un ghetto oggi per la gente giovane. Li teniamo in una specie di isolamento mentale e culturale, non hanno denaro per viaggiare, devono trovare vie di fuga. Purtroppo, per molti, la fuga significa distruzione della vita: armi, droghe, violenza. Alcuni trovano conforto nella religione, ma molti cadono nell’estremismo religioso. Nedim, come tutta la sua generazione, si sente perduto, perché non c’è un sistema sociale che sappia tutelarlo e aiutarlo. I politici, come si vede nel film, vivono di corruzione, sopraffazione e affari disonesti.Siamo ostaggio di politici irresponsabili che non pensano a chi verrà dopo di loro, non si preoccupano di dare spazio alla speranza.La «Pastorale» di Beethoven si oppone, nel film, ai suoni sgradevoli e persistenti che inondano la città. Beethoven ha detto che con la <+corsivo>Pastorale <+tondo>stava dipingendo le emozioni e un panorama interiore. Così ho tentato di utilizzarla come se fosse il suono interiore di Rahima per la pace e, alla fine,  come una musica per la riconciliazione. Donna e artista: come vive il presente del suo Paese? Sto cercando ogni giorno di combattere la mia battaglia per un futuro migliore, di mantenere l’ottimismo, ma la vita a Sarajevo e in Bosnia non è facile, soprattutto per il caos politico e sociale, che non ci fa presagire al momento nulla di buono. Ma io credo anche che dal dolore possiamo ancora far nascere la bellezza, dalla violenza la pace, e che il mio Paese potrà vivere, spero presto, il suo rinascimento.