Agorà

Un inedito di Rumi. Il mestiere dello storico con la fede del carbonaio

  domenica 29 marzo 2009
Chi vi parla ha l’impressione che le cose importanti siano state ormai dette, ma gli organizzatori hanno voluto chiamare un non bergamasco a chiudere questa seduta di studio. In sé, non sarebbe poi una grave colpa, dato che mi considero un orobio più spostato verso il lago di Como.... Ma soprattutto non hanno voluto chiamare un giurista, né un teologo o uno studioso di problemi della vita della Chiesa né un portatore di un’esperienza pastorale come il parroco ma uno storico e lo storico è chi professionalmente si occupa del passato. Occorre quindi fare una breve digressione dal momento che, inutile negarlo, qualche problema esiste, nel nostro rapporto col passato. Ho sempre pensato ad un giovane prete o anche ad un viandante – se è vero che la Chiesa è la locanda dove tutti vengono accolti – che entra in una delle nostre chiese e vede un incanto di quadri, di oggetti, di riti, la costruzione stessa della chiesa, spesso plurisecolare. La chiesa matrice del mio paese, ad esempio, Dongo, sul lago di Como, è, come fondazione, di 1500 anni fa e da lì è partito il cristianesimo per tutta una valle. E 1500 anni sono tanti! Questo passato, allora, è un peso? Oppure, che cos’altro è? Bisogna essere molto schietti: non vi è una definizione univoca. I nostri più antichi progenitori avevano del passato un’idea ciclica. Per l’uomo delle caverne, l’uomo di Similaun, ritrovato sul confine italo- austriaco, ma ancora per molti, al mio paese, il tempo é una ruota, il susseguirsi delle stagioni: dopo l’inverno viene la primavera, dopo la gioventù viene la vecchiaia. In seguito, in epoche più raffinate e più colte, il passato è diventato una specie di magazzino teatrale, un posto cioè, come nella cultura classica, pieno di esempi, dove si va a prendere quello che serve per sostenere la tesi che si vuole: un eroe positivo, un eroe negativo, un traditore, la donna bella, quella brutta, la strega, e così via. Non è così per la tradizione cristiana, o meglio, giudaico­cristiana che ha del passato una sua idea che si può definire rivoluzionaria. Vi è infatti un abisso fra noi e il mondo classico, quello, per esempio, di Virgilio o di Cicerone. Per noi cristiani, a un certo punto del tempo, è arrivato il Redentore e quindi c’è stata un’attesa, una venuta e ci sarà un ritorno. Noi stiamo andando da « A » – prima venuta del Redentore – a « B » , il ritorno del Samaritano. Vi é un tempo, quello tra la venuta del Salvatore e il ritorno del Salvatore medesimo che è quello della prova, se è vero che non possiamo guadagnare la salvezza, almeno da soli. Confesso che la mia è, come dicono i teologi francesi, la foi du charbonnier, cioè la fede dell’uomo più semplice che ci sia. In questo nostro tempo, quello che ci è dato – il cardinale Biffi dice che gli angeli non hanno le mani – noi invece abbiamo le mani, abbiamo la responsabilità del tempo e della storia. Allora quello che accade tra la prima venuta del Salvatore e la seconda é importante: noi saremo giudicati in base al comportamento tenuto in questo intervallo. Questo tempo non è ciclico, ma è davvero unico e decisivo. E lo è a tal punto da diventare pesante perché troppo prezioso. Per fare ancora lo stesso esempio, chi entri in una delle nostre chiese così belle, così commoventi, può anche soffrire, persino dal punto di vista artistico, di una certa pesantezza. Forse da qui le frequenti e frettolose liquidazioni anche dell’arredo ecclesiastico ( ai quadri, agli oggetti, agli argenti, hanno pensato poi i ladri. Dalle mie parti hanno rubato tutto e quindi il problema si è parzialmente risolto!). C’è poi anche il dramma del tempo che cambia le cose. Si può capire come, avvicinandosi oggi all’istituzione ecclesiale e alla sua eredità, ci si possa chiedere come collocarsi rispetto ad essa ed ai mutamenti da cui è stata percorsa. I riti, le liturgie, i ruoli sono cambiati come è cambiato anche l’abito ecclesiastico, il rapporto tra preti e laici, tra vescovi e sacerdoti rispetto soltanto a quando, per quelli con i capelli grigi, il vescovo era, si può dire, un grande potente, un grande feudatario. Si poteva addirittura delineare la figura del vescovo in termini di forza: il vescovo era quello che comandava e, se non voleva comandare, era un altro discorso. desso tutto è cambiato. Ci si chiede allora come porsi rispetto al passato, come giudicarlo, come definirlo e come agire di conseguenza; se lo si possa addirittura considerare una specie di camicia di forza oppure, con un’interpretazione forse più umana, come una risorsa. Noi, a ben vedere, non siamo obbligati dal A passato e siamo liberi di valutarlo, al caso di utilizzarlo, a condizione però – non per tirare l’acqua al mio mulino professionale – di non trascurarlo, cosa che non possiamo fare anche perché noi siamo fatti di passato. I biologi ogni giorno ci martellano con informazioni sul Dna. È inutile illudersi: quando un bambino nasce, ha dentro di sé già quasi tutto. I biologi, gli studiosi di genetica, ci dicono adesso tranquillamente anche le predisposizioni alle malattie ed in un certo senso tutto il destino mortale del bambino alla nascita: una prospettiva terribile. Possiamo sapere prima se il bambino sarà un criminale o un genio. Nascono quindi ulteriori problemi che vanno dall’educazione all’evangelizzazione. Se infatti questa prospettiva è vera, si assiste allora al trionfo della storia. Noi infatti siamo figli della storia e non soltanto negli aspetti esteriori: la faccia, il colore degli occhi, la somiglianza col padre, il nonno o lo zio, ma anche nelle predisposizioni, nel carattere. L a storia non è finita ma ce la portiamo dietro e, ogni giorno che passa, vediamo che vince e capiamo perché possa provocare addirittura un senso di soffocamento. È per questo che propongo, al contrario, di considerare il passato come una specie di libro, un libro amico, che ci racconta le esperienze dei nostri vecchi. La vita dello spirito è infatti più prossima parente dell’arte o della musica che della tecnologia e il passaggio tra le generazioni non è come quello dalla carretta all’automobile o all’aeroplano, al jet o all’elicottero personale e va valutato con criteri diversi. Nessuno si sognerebbe di sostenere che uno scrittore di oggi è « migliore » di Dante perché vi è stato il progresso, categoria estranea al campo della letteratura o della filosofia. Il che non significa che la nostra ricerca non debba e possa progredire e migliorare senza però che ciò legittimi a sostenere che noi siamo a priori meglio dei nostri vecchi perché siamo venuti dopo. Per esempio, la libertà sessuale di oggi non è detto che sia necessariamente migliore della disciplina che in materia avevano i nostri nonni e le nostre nonne, anche se ciò non vuol dire che noi dobbiamo seguire per forza gli stessi stili e modelli H di comportamento. Per andare a Milano oggi si prende la macchina o il treno e nessuno si sognerebbe di andarci a piedi o in carrozza come facevano i nostri bisnonni, ma non per questo noi siamo meglio di loro. o accennato all’arte e alla musica nel tentativo di avvicinarmi con timidezza a un campo che non è il mio, quello della fede, alle manifestazioni dell’esperienza di fede dei nostri antenati. Se non abbiamo il dovere di replicare gli stili del passato abbiamo però quello di conoscerli, di osservarli, di capirli prima di emanare frettolose sentenze, anche perché saremo giudicati a nostra volta. Una delle poche cose sicure é che certamente i nostri figli e nipoti saranno criticissimi verso di noi, al di là del nostro destino personale, ed è quindi forse molto meglio pensare anche alla sfera più alta della vita dello spirito. Non si deve disprezzo, quindi, ma grande rispetto verso il passato. «Il progresso è una categoria estranea all’arte o alla morale: la nostra ricerca deve farci andare oltre, senza però che ciò legittimi a sostenere che siamo a priori migliori dei nostri vecchi perché siamo venuti dopo. Se non abbiamo il dovere di replicare gli stili antichi, dobbiamo però conoscerli, osservarli e capirli prima di emanare frettolose sentenze, anche perché saremo giudicati a nostra volta: i nostri figli e nipoti saranno criticissimi verso di noi»