Agorà

Cannes. Louisiana, il lato oscuro dell’America

Alessandra De Luca venerdì 22 maggio 2015
L’America in corto circuito, paranoica, disorientata dalla paura di non essere ascoltata e protetta, ossessionata dalla minaccia di un fantomatico attacco militare del governo stesso, disposta a cercare rifugio e sollievo tra droga e armi. L’America più fragile e sconcertante, che nessuno racconta e nessuno vuol vedere, ma che Roberto Minervini, marchigiano di origine ma di casa in Texas, quarto italiano sulla Croisette, ha il coraggio di fotografare, raccontare, capire, mai giudicare, con un atteggiamento di grande empatia con i personaggi che accettano di concedersi all’obiettivo. Vicino al cinema di Gianfranco Rosi, lontanissimo da quello di Michael Moore perché a Minervini gli slogan politici non interessano. Louisiana, che il direttore del Festival di Cannes, Thierry Fremaux ha selezionato per Un certain  regard (dove il presidente di giuria è Isabella Rossellini, un’altra italiana che vive negli Usa) perché è anche un dovere morale testimoniare il lato oscuro di un paese ansioso di tramandarci un’immagine di sé forte e rassicurante, è un vero pugno nello stomaco. Tre quarti del film, distribuito nelle sale da Lucky Red il 28 maggio, sono dedicati infatti a una coppia di tossicodipendenti che si amano si iniettano droga, piangono, ridono, parlano delle proprie paure. «Mark e Lisa – racconta Minervini – si sono completamente abbandonati a me nei momenti belli e in quelli difficili. C’è stato un dialogo continuo tra noi, il mio obiettivo era quello di mostrare la loro purezza d’animo, la loro paura e a tale scopo ogni giorno decidevamo cosa fare insieme. Dirigere un documentario come se fosse un film di finzione, con lo stesso lavoro di costruzione, nulla toglie alla verità di ciò che viene mostrato. Io trascorro molto tempo a osservare, ho girato 150 ore in cinque mesi. Poi in fase di montaggio cerco di capire che storia posso raccontare con il materiale che ho a disposizione». Ma alcuni momenti sono davvero scioccanti, come quello della donna incinta che si droga e si esibisce in una lap dance o quello delle iniezioni sul seno. Immagini che non mettono in discussione la purezza dello sguardo del regista, ma che costringono lo spettatore a distogliere il proprio e a chiedersi se sia davvero necessario mostrare da vicino tanto squallore. Minervini spiega così la loro necessità: «Il mio sogno era diventare un reporter di guerra, testimone di quello che non si vede nella foto. Essere parte di qualcosa di molto più grande e sentirmi piccolo. A quel sogno ho rinunciato per mia moglie e i miei figli. Il cinema, che invece spinge a sentirsi troppo grandi, e quindi soli, è stata per me una seconda scelta, più facile. Ma le immagini che ho mostrato in Louisiana sono proprio come le foto scioccanti dei reporter di guerra, quelle che mostrano la punta dell’iceberg, rimandano a qualcosa di molto più grande e profondo, hanno il compito di scuotere lo spettatore, sollecitare il dibattito. Spero di essere riuscito a raccontare delle storie che vanno al di là dello shock delle immagini». L’ultima mezz’ora del film è dedicato invece ai sempre più numerosi gruppi paramilitari che in America si preparano a fronteggiare una possibile legge marziale imposta dal governo per controllare le continue rivolte popolari contro l’amministrazione Obama. «Le nuove generazioni hanno l’impressione che gli Stati Uniti non abbiano mai smesso di fare la guerra. Negli ultimi anni i media hanno regalato un’immagine glamour dell’esercito, ormai esistono centri di reclutamento vicino ai supermercati e al parco giochi dei bambini. E se i veterani del Vietnam sono vittime della politica guerrafondaia americana, i reduci di oggi sono ventenni spesso disabili e tossicodipendenti, ragazzini che ossessionato dalla teoria del complotto trascorrono la loro giovinezza preparandosi alla battaglia. Per loro provo una profonda tristezza ed empatia».I conflitti, politici e sociali, sono al centro anche di Dheepan di Jacques Audiard che ispirandosi a Lettere persiane di Montesquieu è in gara con la storia di un combattente delle Tigri Tamil che per sfuggire alla guerra civile in Sri Lanka decide di raggiungere l’Europa portando con sé due sconosciute, una donna e una bambina estranee tra loro, che fingono di essere la moglie e la figlia. I tre si conoscono appena, ma in una “banlieue” fuori Parigi tentano di costruire una vita insieme. Le cicatrici di ciò che ha vissuto come soldato sono assai evidenti in Dheepan (interpretato dal non professionista Anthonythasan Jesuthasan, ragazzo soldato sin dai 19 anni) e per questo quando in quella violenta terra di nessuno abbandonata persino dalla polizia scoppia una guerra tra bande criminali, il protagonista torna a combattere. Ma forse non tutto è perduto, forse, se non è solo un sogno, i tre sfuggiti all’orrore della morte e della distruzione potranno davvero essere una famiglia.