Agorà

Mostra del Cinema. «Il mondo guardi il film su mio fratello Stefano Cucchi»

Angela Calvini, Venezia giovedì 30 agosto 2018

l’attore Alessandro Borghi che impersona Stefano Cucchi nel film di Alessio Cremonini, “Sulla mia pelle” che ha aperto la sezione Orizzonti della 75ª edizione della Mostra di Venezia

«Questo film lo dedico a Salvini e a tutti coloro che dove ci sono persone che soffrono si voltano dall’altra parte perché si sentono rassicurati dalla sofferenza degli ultimi». Ilaria Cucchi, determinata come sempre, è in sala alla 75ª Mostra di Venezia non solo per ricordare suo fratello Stefano, morto il 22 ottobre 2009, 148° decesso in carcere sui 176 avvenuti quell’anno, ma per dedicare il film Sulla mia pelle di Alessio Cremonini a tutti coloro che non hanno voce, compresi i migranti che sbarcano sulle nostre coste. Quando si accendono le luci in sala al Lido alla proiezione per il pubblico, tanti applausi e molti occhi lucidi per il film targato Netflix (prodotto da Lucky Red e Cinemaundici) che il 12 settembre sarà nelle sale e sulla piattaforma online distribuito in 190 Paesi. Una pellicola attenta a mantenere un rigoroso equilibrio, dato che il processo in cui sono imputati cinque carabinieri è ancora in corso (la prossima udienza sarà il 27 settembre), «rispettosa ma non prudente», dice il regista che lascia alla magistratura il compito di giudicare. Piuttosto si vuole raccontare lo stato d’animo, grazie alla sorprendente e mimetica interpretazione di Alessandro Borghi, di un ragazzo fragile che affronta da solo un calvario durato sette giorni. E lo sbigottimento di una famiglia normale, che si ritrova all’improvviso in un girone infernale. I genitori sono i commoventi Max Tortora e Milva Marigliano, Jasmine Trinca la sorella Ilaria. Che racconta ad Avvenire la sua opinione sul film.

Ilaria, la sua famiglia si ritrova in questo film?
«È un film asciutto, che racconta senza esagerare la realtà. Il regista Alessio Cremonini ha consultato subito noi della famiglia e il nostro avvocato Fabio Anselmo. La cosa che mi è piaciuta è che il regista è entrato nella nostra vita in punta di piedi, rispettando il nostro dolore. La cosa più dolorosa è che non saprò mai cosa ha provato mio fratello in quei sette giorni: questo film in qualche modo cerca di restituirlo e per me è una consolazione».

Alessandro Borghi si è calato nel personaggio con una trasformazione fisica e vocale impressionante.
«Borghi è stato eccezionale. Lo avevo visto in altri film, ma qui è un altro attore. Era proprio mio fratello: gli ho chiesto “Ma come hai fatto?”. Riesce a restituire quello che era mio fratello nel privato. Soprattutto nelle scene iniziali, dove si vede Stefano che fa palestra, che va a Messa, che è affettuoso con i suoi. Ma che è anche fragile. Questo film ha il potere enorme di restituire umanità e dignità alle persone che quando diventano dei casi vengono spersonalizzate. La gente a casa li sente distanti e non si indigna, invece è essenziale affinché la giustizia faccia il suo corso per tutti».

Nel film, in ospedale Stefano chiede a una volontaria una Bibbia. Alla domanda se è credente, lui risponde «sono sperante». Che rapporto aveva con la fede?
«È una frase che rispecchia il pensiero di mio fratello. Lui andava alla Messa delle 8 tutte le mattine nella parrocchia del suo quartiere, Moreno. Lui cercava nella fede la forza di reagire ai suoi problemi con la droga. Noi siamo una famiglia cattolica, papà è stato scout e pure Stefano. Io lo sono stae ta pochi mesi, poi ho lasciato».

Lei invece non lascia la battaglia per i diritti umani. Jasmine Trinca quanto somiglia a Ilaria Cucchi?
«Mi sono sorpresa, in certi momenti sembravo proprio io. La conoscevo già perché ha partecipato di sua iniziativa ai nostri memoriali. Nel film si sente tutto il suo entusiasmo, come del resto si avverte quello di tutto il cast».

Sulla mia pelle
verrà trasmesso tramite Netflix in 190 Paesi.
«È un fatto importante e fortissimo. Se penso a tutti coloro che fin dall’inizio speravano che di quelle cose non se ne parlasse più. Questo film dà un ulteriore senso al nostro dolore, è bellissimo che possa portare a un risveglio della coscienza. È un film molto attuale in un momento in cui il nostro benessere è legato alla violazione dei diritti delle persone e di gruppi di persone. Ci inculcano la paura dell’extracomu- nitario, quando dovremmo avere paura della mafia, della corruzione della politica e di chi fa crollare i ponti».

I suoi genitori hanno visto il film?
«Ancora no, non hanno avuto il coraggio. Ma sono certa che lo vedranno in televisione, seduti sul loro divano, tenendosi per mano. Anche nel film hanno un ruolo fondamentale. Da una parte c’è un ragazzo che si consuma ora dopo ora nel disinteresse di tutti, dall’altra una famiglia che non conosceva le regole del carcere. In una notte i miei genitori sono stati catapultati in un incubo. Hanno saputo nel peggiore dei modi che loro figlio era tornato nel tunnel della droga, erano arrabbiati, delusi, disperati, ma erano comunque lì per salvarlo. La droga maledetta distrugge le famiglie, ma la nostra era riuscita a uscirne. Era tornata ad avere un figlio splendido, che provava a cambiare vita. Non so se un giorno riuscirò a perdonare per quello che gli hanno fatto, ma come cattolica dovrei farlo».

Nel finale si vede la battaglia per la verità che continua e lei ne è il simbolo.
«All’inizio mi sentivo in colpa per non essere riuscita ad aiutare Stefano. Ma ora so che è una battaglia per la giustizia. E per tutti. La gente si immedesima nella nostra storia perché può capitare a chiunque. Per noi sono stati anni di sofferenza, cattiverie, falsità e sconfitte. Oggi siamo in una fase diversa. E anche questo film coraggioso è uno strumento importante e fa paura».