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23 agosto 1939. 80 anni fa il patto Germania-Urss, doppio inganno tra Hitler e Stalin

Roberto Festorazzi martedì 20 agosto 2019

3 Agosto 1939 - Ratifica al Cremlino, a Mosca, del patto Russo Tedesco di non aggressione. Russia Germania. Da sinistra: il ministro sovietico degli esteri Molotov, Giuseppe Stalin, l¿ambasciatore tedesco a Mosca, Conte Friedrich Von Der Schulenburg, il consigliere tedesco d¿ambasciata Hencke e il ministro tedesco degli esteri Joachim Von Ribbentrop con il sottosegretario tedesco Gaus

Il 23 agosto 1939, ottant’anni fa, a Mosca il ministro degli Esteri della Germania nazista, Joachim von Ribbentrop, firmò, insieme al suo collega sovietico, Vjaceslav Molotov, il Patto che impegnava le due potenze a non aggredirsi. Fu un accordo di realpolitik spinto fino agli estremi del machiavellismo. Grazie a questo impegno alla desistenza reciproca, Adolf Hitler poté, alcuni giorni più tardi, invadere la Polonia, avendo le spalle coperte, a Est della Vistola.

Il Patto di non aggressione germano-sovietico venne siglato dopo alcuni mesi di negoziati e a seguito della rimozione, da parte di Stalin, del predecessore di Molotov: il commissario agli Esteri, Maksim Maksimovic Litvinov, di origine ebraica, e fautore di intese con le potenze democratiche, in funzione antinazista. Non c’è dubbio che il Patto abbia rappresentato la risposta ritorsiva del Cremlino alle politiche, soprattutto condotte dal premier conservatore britannico, Neville Chamberlain, che miravano a dirigere il militarismo hitleriano a Oriente, per determinare lo scontro tra la Germania e l’Orso sovietico.

L’intesa bilaterale stabiliva l’astensione da ogni violenza reciproca, la benevola neutralità nel caso di impegno bellico di uno dei contraenti, l’impegno di entrambe le parti a non partecipare a raggruppamenti ostili all’altra. Stalin, con astuzia criminale, concordò con il Führer la liquidazione della Polonia, con ciò sanzionando una provvisoria divisione dell’Europa in zone di reciproca influenza. La spartizione delle spoglie polacche fu oggetto di un successivo accordo, firmato a Mosca il 28-29 settembre ’39, il quale regolava l’amicizia tedescosovietica, ora che le due potenze avevano un confine comune. Il Patto russo-germanico spiazzò totalmente, oltre alle cancellerie di mezza Europa, anche i partiti comunisti dei Paesi occidentali, che dovettero abbandonare le prospettive dei Fronti popolari e delle politiche antifasciste, inaugurate alla seconda metà degli anni Trenta.

Analizzeremo questo sconcertante testacoda di Mosca alla luce di la testimonianza di Gino Longo: suo padre, Luigi, divenne segretario del Partito comunista italiano dopo la morte di Palmiro Togliatti, nel 1964, mentre sua madre, Teresa Noce, oltre ad essere stata una dirigente di spicco del Pci, fu una leader sindacale e una delle poche parlamentari donne elette nel 1946 all’Assemblea Costituente. Gino Longo, che oggi ha 96 anni, conserva una prodigiosa memoria storica diretta che copre praticamente la gran parte degli avvenimenti del Novecento. Si trovava a Parigi, nella tarda estate del 1939, quando assistette alla reazione del governo guidato da Édouard Daladier di fronte al Patto germano- sovietico.

Nelle ore in cui la Francia e la Gran Bretagna entravano in guerra contro il Terzo Reich, le istituzioni dell’ormai comatosa Terza Repubblica di Parigi mettevano fuori legge il Partito comunista francese (Pcf), che era stato alleato dei socialisti nel Fronte popolare, vietando la diffusione dei suoi organi di stampa. Daladier usò il pugno di ferro contro il Pcf, imprigionandone molti militanti, e avviò ai campi di concentramento quasi tutti i comunisti stranieri presenti sul territorio nazionale. Ne fecero le spese anche Palmiro Togliatti e Luigi Longo, che vennero tratti in arresto: il 1° settembre, il Migliore, e due giorni più tardi, il secondo, immediatamente internato. Riflette Gino Longo: «Il Patto Ribbentrop-Molotov fu la più grande batosta che il comunismo internazionale si sia dato da sé. Fu un compromesso temporaneo ricercato per dare modo a ciascuno dei due contraenti di poter ingannare l’altro. Stalin pensava di passare all’attacco di Hitler nel 1942. Solo che fu spiazzato dalla troppo facile vittoria tedesca in Francia, nel maggio-giugno del ’40. Il crollo della Francia, eccessivamente rapido, rese Hitler troppo sicuro di sé e gli permise di attaccare l’Urss con un anno di vantaggio sul nemico sovietico, nel giugno del 1941. Ciò mise in grande difficoltà Stalin».

Longo fu osservatore diretto delle convulsioni tremende che attraversarono il comunismo internazionale, dopo la sigla del Patto russo-tedesco. Camilla Ravera e Umberto Terracini vennero espulsi dal Pci, per aver condannato il diabolico accordo Ribbentrop-Molotov, mentre Leo Valiani, traumatizzato, abbandonò di propria iniziativa il partito. Ancora peggiore il dramma che scosse il Pcf, il cui leader, Maurice Thorez, dovette ingoiare il rospo, ossia il Patto. Rievoca Longo, ripescando dai suoi ricordi personali: «Thorez io lo vidi a Mosca, nel febbraio del 1941, profondamente umiliato dalla situazione. Chiese a me informazioni su quello che succedeva in Francia: non capiva niente. Lui, figlio del popolo, era stato costretto a passare in Unione Sovietica, disertando, mentre il suo Paese combatteva contro Hitler. Tutto il disonore ricadeva sul povero Thorez. La sua diserzione mise il Pcf in crisi. Il suo partito si spezzò in cinque tronconi. La cosa più ridicola è che uno [di questi tronconi] era convinto che bisognasse andare a collaborare con Hitler. Tale raggruppamento era persuaso che gli occupanti nazisti avrebbero consegnato il governo della Francia a ex comunisti».

Quanto osservato da Longo permette di introdurre un altro interrogativo, dibattuto dagli storici. Il Patto di non aggressione del 1939, fu semplicemente l’espressione della ragion di Stato, oppure era il risultato di una profonda affinità ideologica tra i due totalitarismi, quello nazista, e quello comunista? Non v’è dubbio che entrambe le rivoluzioni, quella bolscevica, in Russia, e quella delle camicie brune, in Germania, avevano un comune il disprezzo totale per le istituzioni liberali e borghesi, a cominciare dal radicale rifiuto della democrazia elettivo-rappresentativa. Il fascismo italiano, che nella sua espressione statuale fu tra i primi a riconoscere ufficialmente la nuova Russia sovietica, tendeva a vedere l’Urss stalinista come modello totalitario ancora imperfetto, ma in via di maturazione. Mussolini stesso teorizzò che il bolscevismo nel 1939 era diventato «una forma slava del fascismo».

Analogamente, in Germania, vi erano ampi settori del cosiddetto “nazionalsocialismo di sinistra” che si spingevano a sottolineare i tratti identitari comuni tra le due rivoluzioni, in nome del rifiuto del capitalismo e della valorizzazione dei lavoratori quale autentica linfa vitale posta a fondamento della vita dello Stato e della comunità. Quando poi Hitler decise di invadere l’Urss, con l’Operazione Barbarossa del 22 giugno 1941, il nodo gordiano venne spezzato.