Agorà

La biografia. Il Dante di Alessandro Barbero è come un'opera aperta

Franco Cardini sabato 31 ottobre 2020

Dante Alighieri secondo Alessandro Botticelli (1495)

Non so se ne vedremo delle belle o delle brutte. O magari delle bruttissime. Certo è che il 1221, settimo centenario della morte dell’Altissimo Poeta, si annunzia denso di celebrazioni. Ed ecco puntualmente Alessandro Barbero, con un denso volume dal titolo eloquente e perentorio, Dante (Laterza, pagine 361, euro 20,00). Bisogna dire che ce lo aspettavamo. Ma bisogna anche subito dopo aggiungere che lo storico torinese, ch’è ormai anche una star della tv – né ci stupirebbe se prima o poi si affacciasse perfino sul grande schermo – non manca mai di stupirci. Una quantità impressionante di libri pubblicati – e spesso, da Lepanto a Costantino a Waterloo, “grandi” libri (grandi in tutti i sensi), affiancati da una serrata attività anche di romanziere, e di successo: il suo Bella vita e guerre altrui di Mr. Pyle, gentiluomo (1996) gli valse lo Strega quando aveva poco più di trent’anni. Non proprio enfant prodige come Mozart, ma poco ci manca. E, per gli standard delle carriere dei romanzieri e soprattutto degli accademici di questi tempi, una precocità impressionante.

Il fatto che come studioso egli possa trascorrere tranquillamente dall’antichità romana fino alle battaglia di caporetto e all’impresa fiumana del D’Annunzio non deve trarre in inganno. Barbero, che crede profondamente nella buona volgarizzazione anche come servizio civico e ne ha fornito prove molteplici, è un analista attento e un cultore erudito delle ricerche di prima mano: lo ha dimostrato in massicce ricerche, come quella su Il ducato di Savoia.

Questo suo Dante però, al pari di Carlo Magno. Un padre dell’Europa, è solo la seconda volta nella quale egli si cimenta in un “genere” storiografico quale la biografia. E “biografia”, peraltro, pensata e redatta secondo un’ottica speciale e alla luce di un rigoroso impegno metodologico. Non solo e non tanto “storia di un uomo”, sia pure di un protagonista; e tanto meno histoire d’un’âme, bensì storia delle vicende di un protagonista nel prisma e nel contesto del suo tempo: storia di un’epoca della quale tutti gli aspetti, dall’istituzionale all’economico al quotidiano all’intimo, vengono attraversati.

E questo, bisogna dirlo – e il dirlo fa piacere – è un bel libro: scritto con impegno ma anche con ben visibile divertimento su un argomento tanto più difficile quanto più la vita del poeta fiorentino è stata arata per ogni dove e sul suo conto sono state redatte biblioteche intere. Un libro che riesce a non intimidire il lettore magari poco uso ai grossi temi scritti da accademici: perché è concepito in stile accattivante, evita le note (ma è dotato di una robusta bibliografia), adotta un tipo di discorso semplice e diretto.

Eppure, il Dante–enigma sussiste: qualcosa che, nella sua insondabile grandezza, ci sfugge. E ardua è la materia del suo capolavoro. Di un grande santo dell’XI secolo, che gli italiani chiamano “d’Aosta”, i francesi “di Bec” e gli inglesi “di Canterbury” un agiografo racconta che da bambino fosse convinto che, arrampicandosi sulle cime delle sue Alpi natìe, si potesse da lì accedere alla dimora di Dio; e che una volta, bambino, sognò di essere arrivato fino ai suoi piedi e aver mangiato il suo pane. La Divina Commedia, si sa, è presentata nel I canto dell’Inferno come qualcosa che avrebbe potuto essere un sogno o una visione.

Ma, accanto alla struttura del sogno – rigorosamente formalizzato secondo i canoni della teologia scolastica – il poema presenta quella del viaggio, ch’è metafora della vita, e al tempo stesso dell’aventure cavalleresca come ricerca del senso dell’esistere. E le vicende della massima fra le molte opere di questo poeta e studioso dalla profondissima mente filosofica sono a loro volta sorprendenti: famosissima al suo tempo – al punto che sembra egli la sentisse cantare, rabberciata e storpiata, dalla gente di strada del suo tempo: e non ne fosse per nulla felice –, quindi perduta e cercata e ritrovata, poi fatta oggetto d’un lungo silenzio e infine posta al tempo stesso alla base d’un’identità nazionale e al culmine d’un esemplare modello.

“Commedia”, certo, nel senso medievale di un’opera che ha triste e cupo inizio e sfolgorante fine; ma “divina” nel suo equilibrio, nella sua forza, nel suo senso di fondo che a molti e per molte ragioni è apparso come profetico. Barbero è un narratore nato, e ama raccontare: in un lavoro che pure ha aspetti di straordinaria forza sintetica, egli riesce a intrattenere talora il lettore su aspetti particolari, talvolta su eleganti minuzie da miniatura gotica: il sangue e il sudore della battaglia di Campaldino, sui quali si apre – magistralmente – il racconto; e quindi le sue giovanili frustrazioni di aspirante a una vita aristocratica alla quale la sua nascita familiare lo avrebbe destinato ma le vicende tempestose degli avi allontanato; e le storie degli avi e dei collaterali, qualcuna non commendevole; e l’innamoramento, e l’amore; la passione politica, le “compagnie malvage e scempie”, il pane altrui che sa di sale, la condanna (forse) ingiusta e le pene dell’esilio, e l’amore, e la speranza di gloria, e la Beatifica Visione.

Qualcuno ha detto che si fa presto a immaginar l’Inferno: basta guardarsi dentro. Basterebbe replicare che, per farlo, bisogna averne il coraggio: e non ce l’ha quasi nessuno. Qualcun altro ha osservato che è incredibile come Dante riesca, lui uomo del Due–Trecento, a gettare sull’immensità dei cieli uno sguardo che sembra partire dall’oblò di un’astronave: un’esperienza che egli avrebbe potuto avere solo durante una visione, magari mistica.

E allora, chi era davvero Dante Alighieri? Barbero ce lo mostra, ce lo presenta, ce lo racconta. Riesce davvero anche a spiegarcelo? Egli sceglie di sistematicamente adottare il principio dell’“opera aperta”: pone con chiarezza i problemi e gli interrogativi del caso, fornisce gli elementi per possibili soluzioni, ma lascia al lettore l’onere della risposta. Come nella vexata quaestio dell’autenticità della lettera a Cangrande, croce e delizia della critica dei nostri giorni. Lo storico– narratore, che non dimentica mai di essere anche un romanziere, risponde facendo di continuo implicitamente notare che un bel libro, un libro riuscito, non è quello che risponde o pretende di rispondere a tutti i problemi posti, non è quello che fornisce soluzioni: bensì quello che apre nuovi problemi, che dischiude orizzonti magari prima impensati. Che fa crescere.