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IL CASO. Il Concordato e lo scoop che non c'è

Andrea Galli venerdì 25 gennaio 2013
Vaticano, fondi occulti, Mussolini. In Gran Bretagna gli ingredienti sono più che sufficienti per creare il caso e attirare l’attenzione, come ha fatto lunedì il quotidiano Guardian, ripreso all’estero da un po’ di testate di bocca buona. La notizia, in un breve articolo firmato da ben tre giornalisti, sarebbe l’individuazione di due immobili di pregio a Londra di proprietà di una società britannica, la Grolux Investments, controllata da una società svizzera, la Profima, la quale a sua volta, avrebbero rivelato dei documenti risalenti alla seconda guerra mondiale ritrovati negli Archivi nazionali di Kew, è riconducibile al Vaticano. E il nome spuntato assieme alla Profima è quello di Bernardino Nogara (1870-1958), il banchiere che amministrò per conto della Santa Sede il risarcimento ottenuto dal regime fascista con i Patti Lateranensi, tramite l’Amministrazione speciale per le Opere di Religione, che fu poi sostituita dall’Apsa. Il direttore della Sala Stampa Vaticana, padre Lombadi, si è detto mercoledì «stupefatto» per tanto clamore, notando che l’articolo del Guardian «sembra provenire da qualcuno che sta tra gli asteroidi: sono cose note da 80 anni, con il Trattato del Laterano, e chi voleva una divulgazione del tema a livello popolare si poteva leggere Finanze vaticane di Benny Lai». Aggiungendo: «Che l’Apsa, cioè la Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, abbia una sezione straordinaria è scritto anche sull’elenco telefonico del Vaticano». Difficile dargli torto. Di come nacquero la Grolux Investments e la svizzera Profima, quali società facenti capo al Vaticano, ha ampiamente parlato proprio uno storico inglese, John Pollard, in uno studio del 2005 dal titolo Money and the Rise of the Modern Papacy: Financing the Vatican, 1850-1950 (Cambridge University Press), che rende il pezzo del <+corsivo>Guardian<+tondo> in ritardo di sette anni. Pollard ricorda come la creazione della Grolux, nel 1933, si inquadrasse in una strategia per diversificare gli investimenti della Santa Sede nei difficili anni a ridosso della Grande Depressione, puntando sull’oro e sul mattone. Se oggi la Grolux avrebbe come intestatari due banchieri cattolici, John Varley e Robin Herbert, allora la società fu intestata alla famiglia Radcliffe, di antico lignaggio cattolico. Sulla figura di Nogara, come ha ricordato sempre padre Lombardi, si è soffermato anche il decano dei vaticanisti Benny Lai in Finanze Vaticane, libro da poco edito dall’editore Rubbettino. Nogara, nato a Bellano vicino a Como, con un fratello vescovo di Udine e un altro direttore dei Musei Vaticani, fu un alto funzionario della Banca Commerciale, attivo soprattutto nei Balcani e in Turchia, e in questo senso uomo di collegamento tra gli ambienti cattolici e quelli della finanza laica. Fu Achille Ratti, che lo conosceva tramite il fratello poi divenuto vescovo, a volerlo in Vaticano una volta eletto Papa. Il giornalista economico Giancarlo Galli, che di Nogara si è occupato in un libro del 2004, Finanza Bianca, ci ricorda che «era anche un diplomatico negli organici ministeriali, con funzioni speciali, ovvero di intelligence. All’esplodere nel 1911 del conflitto italo-turco si trovava in missione a Costantinopoli. Mentre il corpo diplomatico rientrò, lui restò ospite di ambasciate neutrali, quella svizzera e tedesca. Dietro le quinte mediò tra il governo ottomano e quello italiano, tra le banche del Sultano e la la Banca Commerciale, che nell’area aveva molteplici interessi. Ma disponeva anche di un mandato del Vaticano, che era preoccupato dei luoghi santi della Palestina. Pertanto l’Ingegnere, come veniva chiamato, aveva avuto modo di essere apprezzato su entrambe le sponde del Tevere».Sul fatto poi che i «soldi di Mussolini» dati al Vaticano fossero un modo per ottenere il riconoscimento del fascismo da parte della Chiesa – come scrive dal suo asteroide il GuardianCarlo Cardia, docente di Diritto canonico e Diritto delle istituzioni religiose all’Università degli Studi di Roma Tre, trasalisce e commenta così: «Non siamo di fronte a nessun regalo di Mussolini. Quello che fu dato alla Santa Sede con la convenzione finanziaria del 1929 era il parziale risarcimento delle somme che alla Santa Sede spettavano in virtù della legge delle Guarentigie del 1871, somme che però la Chiesa non aveva mai preso perché non accettava la legge. Nel 1929 la convenzione finanziaria considerò i danni subiti dalla Sede apostolica e le diede una somma molto inferiore rispetto a quella che le sarebbe spettato». Sottolinea poi Cardia: «Teniamo presente che tutte le grandi organizzazioni confessionali, a partire dalla Chiesa d’Inghilterra, hanno dei patrimoni di scopo, ossia finalizzati alle esigenze missionarie o alla tenuta della struttura ecclesiastica e di questo patrimonio, per evitarne il depauperamento, una parte è destinata all’investimento». Riguardo alla trattativa che portò ai Patti Lateranensi, anche Danilo Veneruso, emerito di storia contemporanea all’Università di Genova, ricorda che «non fu fatta per valorizzare il regime di Mussolini. Pio XI aveva la ferma intenzione di promuovere e stipulare patti o concordati con Stati di tutto il mondo. Quando il 6 febbraio 1922 Achille Ratti salì sul soglio pontificio, benedisse la folla assiepata nella piazza San Pietro, lasciando cadere la consuetudine di benedirla dentro la Basilica di San Pietro per protesta per la conquista dello Stato pontificio. Subito dopo pregò l’arcivescovo di Genova di assistere alla conferenza internazionale per la Pace nella sua città, pregandolo di stare alla calcagna del sovietico Cicerin per tentare un concordato anche in Urss. Il Papa aveva pensato a vari modelli, a seconda del numero di cattolici e delle politiche presenti nei vari Stati. Il regime politico e sociale non contava».