Agorà

IL LUTTO. Monicelli, il ricordo alla Camera Ancora polemiche sul fine vita

Ilario Lombardo mercoledì 1 dicembre 2010
L'Aula della Camera ricorda Mario Monicelli con un applauso unanime; ma la commemorazione delregista, morto suicida in un ospedale romano, dà la stura a un dibattito sul fine vita. Gianfranco Fini definisce il regista scomparso «un personaggio illustre». Walter Veltroni ricorda il personaggio «antiretorico e coerente», sottolineando che «l'ultimo atto della sua vita gli assomiglia». Nessun accenno all'eutanasia; ma l'ex sindaco di Roma rileva che «Mario ha vissuto e non si è lasciato vivere; non si è lasciato morire» e »ha deciso di andarsene».La radicale Rita Bernardini coglie la palla al balzo, e invita l'Assemblea a riflettere «sul modo in cui Monicelli ha posto fine alla sua vita. Quest'Aula dovrebbe riflettere su come alcune persone che non ce la fanno ad andare avanti sono costrette a lasciare la vita invece di morire vicino ai propri cari con la dolce morte». E qui parte un dibattito. Con Paola Binetti dell'Udc, che sbotta: «Basta, per piacere, con spot a favore dell'eutanasia partendo da episodi di uomini disperati, perché Monicelli era stato lasciato solo da famiglia e amici e il suo è un gesto tremendo di solitudine non di libertà».Ed Enrico La Loggia (Pdl) attacca «l'elegia del suicidio da parte di Rita Bernardini». Lo choc è di quelli che prendono alla pancia, e la stritolano. «Monicelli si è ucciso»: queste quattro parole si sono rincorse confusamente, sui cellulari, tra colleghi, sul web, nel mondo delle istituzioni. Un lutto che barda un’intera nazione, la unisce. Il cinema che si fa Paese. Come nei suoi film. A differenza di quelle storie, però, qui nessuno accenna un sorriso: anzi, i volti sbiancano a sapere com’è morto il grande regista. «Si è buttato dal quinto piano» ci si ripete sgomenti. A 95 anni. Sconvolto il collega fraterno Luigi Magni, compagno di set e di serate romane: «Non so cosa dire di fronte alla scelta estrema di Mario. La morte è sempre una brutta storia e decidere di andarsene così è comunque terribile». Abituato a sorprendere, sempre pronto al contropiede dialettico, Monicelli se n’è andato senza lasciare una riga, senza razionalizzare quello che ha fatto, insano gesto estremo compiuto all’ospedale San Giovanni di Roma, dov’era ricoverato per un tumore, su cui la procura di Roma ha doverosamente aperto un fascicolo. E questo, forse – il silenzio –, potrebbe essere l’ultima battuta conclusiva su se stesso, destinata a zittire chi invece su quella scelta si è già lanciato per ingrossare il proprio olimpo ideologico, come i radicali che lo hanno già fatto diventare un testimonial, preconfezionato a orologeria, della loro battaglia per l’eutanasia. Ma il nipote Niccolò taglia corto e ammonisce: «Ricordatelo con i suoi film». I suoi film, appunto, con cui Monicelli ha annotato ottant’anni di storia e contro-storia italiana. Di quello parlano i suoi amici registi. Pupi Avati racconta di avergli chiesto l’ultima volta: «"Mario ma quanti film hai fatto?". E alla sua risposta, ben 62 film, avevo sentenziato: non ti batterò mai"». Oltre sessanta film, e più di ottanta sceneggiature, instancabile guascone fuori e dentro il set. Monicelli era ironia, provocazione, spirito caustico: profondamente antifascista, si metteva automaticamente dalla parte di chi protestava, in strada con attori e registi come con gli studenti: «Ribellatevi ai tagli» diceva. E ogni tanto tirava fuori pure il pallino della rivoluzione: «Fate delle cose che vi impegnino, bisogna spingere con la forza e non tacere, sovvertire». Erano parole che venivano da lontano, da una cultura in cui affondavano le sue radici di albero secolare, ma che sapeva anche moderare di ottimismo: «Nella protesta dei giovani non c’è cupezza, solo certezza di vincere». Era moralista senza paura di esserlo, temperato da una certa cinica lucidità con cui osservava l’Italia di oggi: «È un continuo di feste in tv, balli, nudità, sesso. Sembrano gli ultimi giorni di Babilonia, come un vecchio film. Poi Babilonia crollava». «Era depresso e si sentiva solo» raccontano gli amici, come Carlo Verdone e Mimmo Calopresti, rivelando un uomo che in fondo assomigliava alle sue tragicomiche: La grande guerra, Un borghese piccolo piccolo, Amici miei, il film delle zingarate, della goliardia che lascia sul fondo sempre un umido di amarezza. Non ci sarà nessun funerale per Monicelli. «Era la sua volontà», ripete la moglie Chiara Rapaccini: la salma sarà portata al quartiere Monti, il rione in cui viveva e che amava, e poi alla Casa del cinema (dalle 11 alle 17), dove oggi riceverà l’ultimo saluto. Quindi il corpo verrà cremato in una cerimonia privata.«Non solo la commedia, ma il cinema italiano tout court deve molto a Monicelli» scriveva ieri l’Osservatore Romano. «Grazie a lui – dice il quotidiano vaticano –, e a pochi altri, la commedia è diventata non solo meno leggera, più amara, cattiva, a volte cinica, ma anche adulta», al punto «da interpretare quel Paese sfaccettato e pieno di contraddizioni che va dal dopoguerra all’epoca del boom e oltre».«Si chiude un’epoca» dice Vincenzo Cerami. «Ora Monicelli e gli altri – gli fa eco Maurizio Costanzo – potranno rifare i Soliti ignoti. Mi raccomando, divertitevi». Gassman, Mastroianni, Sordi, Tognazzi, Manfredi, Dino Risi. Mancava solo lui. La commedia dell’Arte è finita. Ilario Lombardo