Agorà

Libro postumo. Il cardinale Martini: «Famiglia sii grande»

Mariapia Veladiano sabato 31 ottobre 2015
C’è un parlare pieno di concretezza. Il cardinale Martini conosce il viaggiare faticoso delle nostre famiglie che hanno spesso forme talmente impensate da costringerci a scuola a miracoli di discrezione e anche di destrezza lessicale per non sfiorare i mali di bambini e ragazzi che non hanno ancora, e chissà se ce l’avranno mai, sufficiente distacco o ironia o saggezza per descrivere l’architettura bizzarra dei rapporti dentro i quali trascorrono la loro settimana fabbricata da una sentenza del giudice oppure maldestramente scandita dal malato amor di sé dei genitori. La realtà supera il romanzo sia nel bene che nel male. Dove il bene è sempre il rapporto possibile, da coltivare, e il male invece ha tante facce, a volte è il non saper vedere davvero il bambino che abbiamo chiamato alla vita, e poi l’adolescente così diverso da come lo abbiamo pensato, e anche la società che abbiamo intorno e i suoi riti e pericoli così nuovi, che chiederebbero tempo e pazienza, e chi ce l’ha il tempo e la pazienza oggi. A volte invece il male è solo la stanchezza di essere soli. Martini non idealizza la famiglia. Conosce il mondo, sa che lo spirito è turbato, lo dice più volte, che la paura rischia di renderci educatori timorosi, che non vuol per niente dire rispettosi ma che è il presentarsi timidi e sotto le righe, di fronte a uno spirito del mondo che si fa vanto del suo essere sempre sopra le righe, spavalderia del potere esibito da chi non sa di essere schiavo, del potere. Accanto alla concretezza c’è poi un tratto severo, tipico di Martini. Lo si ritrova quando critica, senza timidezza appunto, la ragazza che prega «perché ciascuno possa regalare un po’ del proprio tempo e delle proprie energie a servizio dei fratelli». Troppo poco, dice. Non è una preghiera cristiana questo prudente desiderare di dare qualcosa. Il cristiano chiede al suo Signore di imparare a dare tutto, per amore verso Chi tutto ha dato. Poi magari non ci si riesce, perché così siamo, impastati di volontà, fede, speranza e anche velleità. Ma questo si desidera quando si ha intravisto la meraviglia della vita regalata e così restituita. E ancora severo Martini si rivolge ai genitori che la bufera del mondo vorrebbe travolgere e indica loro quel che devono essere, cioè grandi malgrado le debolezze: «Il mondo del bambino e del ragazzo è un mondo singolare, nella cui visuale ci sono figure che totalizzano l’esperienza umana, mentre altre sono viste come 'sfondo'.L’importante è che ci siano pochissimi esempi magari, ma talmente insigni da essere, in qualche modo, irrefutabili per quanto l’esperienza del ragazzo li può cogliere». I genitori sono chiamati a cercare una santità dell’intelligenza. Santità critica, consapevole, che non si abbatte davanti al mistero del fallimento perché la vocazione alla vita rimane quale che sia il risultato che ci è dato di vedere. Santità piena di quella radicalità che fa bene ai ragazzi che devono poter credere, semplicemente perché è vero, che il mondo lo possono cambiare e che l’ingiustizia non è scritta nei nostri geni personali o sociali. Per questo il tradimento più terribile della promessa educativa è sottilmente far passare nei figli l’idea che 'così è la vita' e che il massimo che possiamo desiderare è trovare la misura piccola del nostro compromesso quotidiano. Fare come tutti, o appena un poco meglio di tutti. Essere cristiani non è questa cosa qua. Educare i figli a credere significa educarli a un esodo permanente dalla schiavitù di un mondo distratto. Libertà è forse la parola che ritorna di più in questi scritti e Martini la spiega ai genitori come risultato possibile di un’alleanza fra famiglia e società intera. La solitudine dei genitori di fronte al compito educativo è micidiale. Un figlio libero è un figlio felice e questa parola la si può osare più di quanto la nostra paura oggi lo permetta perché il credente sa che questo mondo non è il paradiso ma sa che nelle relazioni costruite, nella giustizia minutamente agita può crescere il buon giardino in cui già ora vivere bene, abbastanza bene. È questa la promessa.