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L'INEDITO. Il capitano «Neri» e l'oro dei «rossi»

Roberto Festorazzi mercoledì 19 settembre 2012
​«Certi uomini non si possono neanche dire compagni, adoperano il partito e se ne servono per coprire tutte le loro brutture». Così scrive, in un memoriale inedito, Maddalena Zanoni, la madre del «capitano Neri», il comunista Luigi Canali, leader morale della Resistenza comasca, che ebbe un ruolo di primissimo piano nelle ore dell’arresto e dell’epilogo di Mussolini sul lago di Como, alla fine di aprile del 1945. Il documento è di straordinaria importanza, perché rappresenta un violento atto di accusa contro il Pci reo non soltanto di avere soppresso il valoroso comandante partigiano, ma anche di aver insabbiato la ricerca della verità, coprendo i responsabili. Il «capitano Neri» venne prelevato a Como da sicari del suo stesso partito la mattina del 7 maggio 1945, mentre si accingeva a reclamare l’apertura della cassaforte della federazione lariana del Pci, che secondo testimonianze attendibili era stipata del famoso «tesoro di Dongo» e di documenti sottratti a Mussolini, come il carteggio con Winston Churchill. Suo intendimento era infatti impedire l’incameramento illegale di ori e carte da parte della forza politica egemone della lotta di liberazione, nella quale egli pure militava. Per raccontare questa storia bisogna però cominciare dall’inizio. E cioè dalle origini del «capitano Neri».Luigi Canali nacque a Como il 16 marzo 1912 da una famiglia interamente comunista. Il padre Edoardo era stato consigliere di maggioranza nell’amministrazione comunale socialista che precedette il fascismo. Dopo la scissione di Livorno del ’21, lui e la moglie passarono al Pci. Luigi crebbe in questa famiglia eccezionale, nella quale il credo marxista si coniugava con la fede cattolica. La sua scelta antifascista maturò definitivamente dopo la disfatta della campagna di Russia, alla quale prese parte. Le sue capacità organizzative e le sue doti morali ne fecero subito un dirigente di primo piano della Resistenza lombarda, nelle file delle Brigate Garibaldi. «Neri» e la sua staffetta «Gianna», la milanese Giuseppina Tuissi, caddero nelle mani delle Brigate Nere, a Lezzeno sul lago di Como, la notte tra il 6 e il 7 gennaio 1945. Sebbene torturati, entrambi non cedettero. Canali, anzi, con un’azione che resta un capolavoro del suo ingegno, riuscì a evadere dalle carceri fasciste e a guadagnare la salvezza. Si diffuse tuttavia rapidamente la voce del suo presunto tradimento. Il Partito comunista, allora infetto dal virus contagioso dello stalinismo, senza l’ombra di una prova emise una sentenza di morte contro i due partigiani. Un tribunale del popolo riunito sotto le insegne delle Brigate Garibaldi, nel retrobottega di un negozio di piazza Emilia a Milano, ordinò a tutti i combattenti di passare per le armi i due supposti traditori, senza indugio. Chi scrive, in anni ormai molto lontani, ha lungamente parlato di questo caso delicato e controverso con Amerigo Clocchiatti, il presidente di quel tribunale, ed è giunto alla conclusione della totale innocenza di «Neri» e «Gianna» e quindi dell’infondatezza delle accuse contro di loro. Ma il Pci era allora una «macchina da guerra» di spietata durezza, Clocchiatti stesso era un pezzo da novanta del monolitico gruppo dirigente comunista stalinian-togliattiano. Anzi era più «ortodosso» dello stesso Palmiro Togliatti, di cui fu segretario a Mosca e con il quale ebbe un violento litigio nel 1932. Capo delle Brigate Garibaldi nel Veneto, dove agiva con inesorabile pugno di ferro, Clocchiatti si guadagnò l’accusa di settarismo da Giorgio Amendola. Chiamato a Milano da Luigi Longo, si batté per l’istituzione dei tribunali del popolo.Nei giorni della fine di Mussolini, «Neri» si presentò sulla piazza di Dongo e fu portato in trionfo dai suoi garibaldini, salutato come un eroe. Tutti credevano alla sua innocenza. Canali sovraintese alla contabilizzazione dei valori sequestrati ai gerarchi fascisti e gestì, come prigioniero, il Duce. Sicuramente fu presente all’esecuzione del dittatore e di Claretta Petacci, con ruoli non solo direttivi, ma molto probabilmente anche esecutivi. Quando «Neri» sparì senza lasciare traccia, inghiottito nell’ombra dai suoi sequestratori, la famiglia si rivolse ai capi del Pci per conoscere la verità e reclamare una riabilitazione. Il 23 giugno 1945 venne assassinata anche «Gianna», che indagava sull’oscuro omicidio del proprio uomo e comandante. La madre di Canali, Maddalena, incontrò Togliatti, sua moglie Rita Montagnana, e dirigenti del Pci come Gaetano Chiarini. Tutti promisero il loro interessamento, ma nessuno fece niente. Il caso era troppo incandescente. Senza contare che molti degli interpellati avevano le mani lorde di sangue: «Neri» fu ammazzato a Milano, ad opera di sicari di una squadra speciale agli ordini di Luigi Longo. Del resto lo stesso Longo, in un comizio a Como al quale fu presente anche la mamma di «Neri», pronunciò una sorta di pubblica rivendicazione dell’assassinio, con quest’affermazione: «Abbiamo soppresso, sì, anche dei nostri compagni, e abbiamo fatto bene! Anche se tra di essi vi era uno che non beveva e non fumava!». Quest’ultima allusione al figlio, noto per la sua morigeratezza, fece gelare il sangue alla povera madre. Il memoriale di Maddalena Zanoni Canali contiene accuse molto precise e circostanziate verso il gruppo dirigente comunista, oltre al racconto degli incontri avuti con esponenti del partito. Accuse che, in larga parte, coincidono con le risultanze processuali.Per l’omicidio di «Gianna» e «Neri» furono infatti rinviati a giudizio, tra gli altri, il comandante delle Brigate Garibaldi lombarde, Pietro Vergani «Fabio», e il capo della federazione comunista di Como, Dante Gorreri. Purtroppo il processo di Padova del 1957 non giunse a sanzionare i responsabili dei crimini con sentenze definitive. Ecco come la madre di «Neri», nel memoriale inedito, rievoca un incontro con Gorreri: «Sono passati ben 4 mesi da che sei venuto a casa mia, dietro mio invito, e ti dissi quello che meritavi in presenza anche di altre persone, e per ben due ore tu sei rimasto sempre a bocca chiusa, avrai detto in tutto dieci parole, ma inconcludenti. Mi hai promesso che nella settimana entrante ti saresti adoperato per la riabilitazione di mio figlio. […] Ecco cosa hai fatto tu, Dante Gorreri, appoggiando questo grande assassinio, hai colpito il cuore di sua madre, e dei suoi fratelli, e dei parenti tutti che lo adoravano, hai resa orfana una povera bambina, e hai danneggiato il partito tremendamente. […] Levati di lì che il sangue delle tue vittime grida vendetta». Non meno dure le parole e i giudizi rivolti contro Pietro Vergani: «Questo personaggio molto ambizioso e molto vanaglorioso non ha saputo, e non ha neanche tentato, di allontanare i miei sospetti, per salvaguardare il partito». Vergani, ex allievo della scuola di partito di Mosca, era tra i più stretti collaboratori di Longo, in ruoli sia ufficiali, sia clandestini. Stalinista di provata fede, nel dopoguerra fu al crocevia delle attività paramilitari illegali del Pci, al fianco del gappista Giovanni Pesce nella Commissione di vigilanza rivoluzionaria, e in cooperazione con Pietro Secchia nella Commissione centrale di organizzazione, fucina della cosiddetta «Gladio Rossa». Il Pci, per proteggere gli assassini di «Neri» e «Gianna», li mandò in Parlamento, perché grazie allo scudo dell’immunità divenissero intoccabili. L’ex partigiana Rossana Rossanda provò a sollevare nel Partito la questione della morte dei due compagni, ma fu ammonita assai energicamente a non immischiarsi.