Agorà

Musica. Springsteen, i primi 40 anni di "Born to run"

Luca Miele lunedì 24 agosto 2015
Dopo sarebbero arrivati il livore di Darkness on the edge of town, le tenebre e gli assassini di Nebraska, la disillusione di The river, i fasti planetari (e gli equivoci) di Born in The Usa, l’intimità crepuscolare e i fallimenti di Tunnel of love. Ma tutto questo sarebbe potuto non essere senza Born to run, il capolavoro indiscusso di Bruce Springsteen che spegne le sue (prime) 40 candeline. Perché quel musicista di una delle tante periferie abbandonate d’America, barbuto e mingherlino, troppo presto consegnato alla peggiore trappola che potesse essere tesa a un giovane di belle speranze - essere definito il nuovo Dylan -, era a un bivio. Con tanti pronti a scommettere che l’artista voluto da John Hammond nella scuderia della Cbs si sarebbe inabissato presto, prestissimo, in un anonimato senza riscatto. Non erano bastate, infatti, le due generose prove precedenti – Greetings from Asbury park, NJ e The wild, the innocent & the E street shuffle -, non era stato sufficiente quel mix di folk, jazz, anarchia compositiva e profluvio di immagini che li rendeva belli ma difficilmente catalogabili. Insomma, Bruce Springsteen, si giocava tutto. Ma con l’ostinata, meticolosa e un po’ folle sete di perfezione (che avrebbe abbandonato solo negli anni della maturità), riuscì a vincere la scommessa.Arrivò così Born to run, miracolosa sintesi di epica stradaiola e misticheggiante, celebrazione della fuga e dell’amicizia, compendio della storia del rock (da Roy Orbison citato in Thunder road a Bo Diddley, "copiato" in She’s the one), dichiarazione di intenti - “i vagabondi come noi sono nati per correre” -, testimonianza di un nomadismo esistenziale che sarebbe stato la cifra dell’intero universo poetico di Springsteen. Insomma in Born to run c’era la strada, osannata come l’unica redenzione possibile. C’era l’amicizia, celebrata già nella copertina nella quale campeggiava il colossale sassofonista Clarance "Big man" Clemons. C’era l’epica narrazione di Jungleland, che quel sax - dolorante, magnifico, “marmoreo” – ha reso indimenticabile.  

 

Che ne è stata dell’innocenza perduta che ancora scorre intatta in Born to run? In che direzione è andata la poetica del rocker del New Jersey? Passi avanti o indietro (come credono i più inguaribili nostalgici)? Come inevitabile che fosse, i personaggi che affollano Born to run, sono cresciuti. Si sono scrollati di dosso i sogni. Hanno fatto i conti con l’eredità dei padri, sono entrati nelle fabbriche, hanno (in alcuni casi) smesso di correre, si sono sposati, hanno avuto dei figli, sono invecchiati, hanno scoperto il male, lo hanno commesso, vi si sono ribellati. Al mito (enfatico e auto celebrativo) Springsteen ha preferito la realtà. La corsa del vagabondo di Born to run, anni dopo, si sarebbe conclusa dietro le sbarre. La promessa illimitata della strada nella desolazione, nella solitudine, nella condanna. “Nessun posto dove andare/ nessun posto verso il quale correre”, sarebbe stato l’urlo liquidatorio di quell’altro inno che fu Born in the Usa. Ma quella è già un’altra storia.