Agorà

Anniversari. I duemila anni di Plinio il Vecchio, scienziato ingenuo ma dal gran cuore

Marco Stracquadaini giovedì 22 giugno 2023

Particolare del francobollo emesso da Poste Italiane in occasione dell'anniversario di Plinio il Vecchio

Quest’anno calviniano, un secolo dalla nascita, è forse ancora più rotondamente (due millenni) un anno pliniano. E tra i più penetranti e giusti lettori di Plinio il Vecchio è stato Calvino, nelle pagine che introducono l’edizione Einaudi della Naturalis Historia, l’unica integrale. Scrittore per lui più che congeniale, nella immaginosa scientificità di tante pagine pliniane, benché proprio da questo rischio Calvino mettesse in guardia: dimostra «di essere qualcosa di più del compilatore dal gusto immaginoso che si dice di solito, e si rivela uno scrittore che possiede quella che sarà la principale dote della prosa scientifica: rendere con nitida evidenza il ragionamento più complesso traendone un senso d’armonia e di bellezza». E poco prima aveva precisato: «Potremmo distinguere un Plinio poeta e filosofo, con un suo sentimento dell’universo, un suo pathos della conoscenza e del mistero, e un Plinio (...) compilatore ossessivo, che sembra preoccupato solo di non sprecare nessuna annotazione del suo mastodontico schedario».

La lettura di Plinio in Italia si trova ancora davanti a un blocco si può dire da sempre, per una circostanza del tutto esterna. Non è disponibile se non la citata, bellissima edizione nei Millenni Einaudi: sei volumi al prezzo di 90 euro ognuno. Rizzoli ha pubblicato i soli libri zoologici, nei quali si raccolgono le maggiori curiosità o stranezze. Un bel gesto dovuto all’autore, per un tale anniversario, sarebbe stato rendere disponibile la Storia naturale nei tascabili, come accade per tanti altri classici. Detto questo, è difficile non cadere nella tentazione del citare quel Plinio ingannevole e delizioso. Per esempio in questa scena presa a Taprobane, odierna Ceylon: «Trovano diletto anche nella pesca, soprattutto delle testuggini, il guscio delle quali serve da tetto a famiglie intere: di tale grandezza se ne trovano».

Quel che non smetterà di attrarre nella stupefacente proto-enciclopedia è l’ingenuità con cui si raccolgono tesi inverosimili e all’opposto le parole di biasimo con cui stigmatizza le assurdità altrui. Ma delle stranezze che riporta è facile sorridere, e spesso sono registrate come tali dall’autore stesso. A inaugurare lo zoo pliniano è l’elefante, al quale si dedica la sezione più lunga dell’ottavo libro: «È noto il caso di un elefante di ingegno piuttosto lento nell’apprendere ciò che gli veniva insegnato e quindi abbastanza spesso punito a frustate, che fu trovato di notte mentre andava ripetendosi quegli stessi esercizi». Più avanti un riccio, di cui si ricorderanno i bestiari medievali, fa scorte nell’imminenza della stagione fredda: «Anche i ricci preparano il cibo per l’inverno: dopo essersi rotolati sopra i frutti che giacciono per terra, li infilano con le loro spine e, tenendone ancora un altro in bocca li portano nelle cavità degli alberi». Il cervo: «In complesso è un animale semplice, che si meraviglia di tutto come di un miracolo fino al punto che, se gli si avvicina un cavallo o una giovenca, non vedono l’uomo che caccia più vicino a loro o, se lo scorgono, guardano stupiti l’arma e le frecce».

Dal giardino zoologico di Plinio non si vorrebbe uscire mai. Faremo l’ultima tappa, all’acquario: «Vi sono pure inimicizie e solidarietà straordinarie. Il muggine e il lupo marino sono infiammati di odio reciproco, e così il grongo e la murena, che si rosicchiano l’un l’altro la coda. L’aragosta teme a tal punto il polipo che, se lo vede affatto vicino, arriva a morirne (...) Ma al contrario sono esempi di amicizia (...) la balena e il topolino di mare: dal momento che essa ha gli occhi oppressi dal peso oltremodo grave delle sopracciglia, nuotando davanti a lei il topolino le indica i guadi dannosi per la sua grossezza, e svolge per lei la funzione degli occhi». Ingannevole e incantevole. Plinio è molto più che un raccoglitore di curiosità riferite con una certa grazia, anche questa in fondo scarsamente riconosciuta. Il suo stile non ha ricevuto particolari apprezzamenti anche tra gli esperti, per un pregiudizio classicistico che perdura. Ma l’esperto di scrittura Calvino prova a far giustizia: «È anche autore che merita una lettura distesa, nel calmo movimento della sua prosa, animata dall’ammirazione per tutto ciò che esiste e dal rispetto per l’infinità diversità dei fenomeni».

La data di nascita la conosciamo dal nipote desumendola da quella della morte. L’eruzione del Vesuvio che colpì Pompei, Ercolano, Stabia è del 79 d.C, Plinio il Giovane scrive al suo amico Tacito che lo zio aveva 56 anni.

Erano una strana coppia di amici Tacito e Plinio, condiscepoli alla scuola di Quintiliano. Duro, moralista inflessibile, pessimista lo storico. Ottimista e di buon carattere, e alquanto molle il letterato: i tre tratti fanno sì che gli siano perdonati ormai gli ossequi all’imperatore, così sentiti e ben composti che il discorso in cui li diffuse maggiormente, alla presenza dell’interessato, diventò un modello di panegirico. Quello che fu giudicato smaccato servilismo si tende ora a valutarlo con occhi più indulgenti, ma già era un’implicita assoluzione, forse, l’amicizia dell’intransigente amico. Tacito gli chiede di raccontargli della morte dello zio per ben documentare una sua pagina, e l’amico gli risponde con ogni dettaglio.

Lo zio si trovava a Miseno, e anche lui (allora diciottenne) e la madre erano là. La madre indica al fratello la grande nuvola nera all’orizzonte, verso il mare. Senza esitare Plinio fa preparare una barca. Nel frattempo una conoscente gli fa arrivare un messaggio: non c’è modo di sottrarsi al pericolo se non via mare, ma non sanno come. Plinio raggiunge la casa con una barca più grande, porta in salvo la donna con i familiari, carica altre persone. Poi si dirige verso la nuvola di cui ormai si conosce l’origine. La caligine e le pietre che cadono sull’imbarcazione lo spingono a riparare a Stabia, dove si trova un amico. Cerca di confortarlo facendosi vedere calmo. La mattina dopo, nel dubbio se restare in casa o uscire, decidono - gli uni mossi dal timore, lui dalla ragione, scrive il nipote - che minor pericolo sarà all’aperto. Raggiunta la spiaggia per valutare se poter riprendere il mare, per le polveri che hanno attaccato le vie respiratorie perde conoscenza. Lo trovano disteso, il giorno dopo, «più simile a uno che riposa che a uno senza vita». «Dio, per un mortale, - ha scritto nella Naturalis historia - è aiutare un mortale ed è questa la strada per la gloria eterna».