Agorà

Classici. I cinque secoli di Romeo e Giulietta: Luigi Da Porto prima di Shakespeare

Marco Stracquadaini giovedì 29 febbraio 2024

Frontespizio della prima edizione della "Historia novellamente ritrovata", 1530-1531

«Ahimè, come sembrano lunghe/ le ore tristi...», esclama Romeo facendo il suo ingresso nella tragedia di Shakespeare. «Quale tristezza fa lunghe le ore di Romeo?», gli domanda Benvolio. «Non avere ciò che le farebbe brevi». Quanti Romeo conosciamo? Fino a quello di Shakespeare almeno sei, due dei quali italiani, uno spagnolo, un francese e tre inglesi. Tanti Romeo e tante Giuliette che si somigliano ma non coincidono, perché anche le traduzioni allora erano più che rifacimenti. I due innamorati di Da Porto quest’anno dovrebbero compiere i 500 anni, come sembra di poter desumere da una lettera (del 9 giugno del 1524) di Bembo all’autore. L’anno resta incerto, ma probabile. Ed è l’ultimo utile per celebrare una versione che è la prima nel tempo e la seconda in riuscita.

Luigi Da Porto, uomo d’armi e autore di alcune Lettere storiche, non scrisse forse che quest’unica «compassionevole novella da me già più volte udita»: l’Historia novellamente ritrovata di due nobili amanti. Finge di averla ascoltata da un suo arciere durante un viaggio a cavallo. E compone quella prima versione della notissima vicenda che non ha solo il merito della precedenza. Da lì verrà quel che accadrà nelle altre versioni, a partire dalla seconda e ugualmente bella e vicina nell’ordito, di Matteo Bandello, di trent’anni posteriore. Il Mercuzio di Shakespeare si chiama Marcuccio in Da Porto, e non apparirà che per raggelare, in un ballo, la mano di Giulietta, e favorire l’apparizione di Romeo a stringere l’altra: «Voi almanco questa stanca mano calda mi terrete, onde Marcuccio la destra mi agghiaccia». Il destino ormai è deciso anche se Giulietta si dibatterà fra tre pensieri: certo non mi amerà per l’inimicizia delle famiglie; e comunque mio padre non mi darà mai in sposa a lui. Oppure ci farà sposare, per rafforzare la tregua con i Montecchi? Da Porto, come poi Bandello, dissemina le righe di presagi di morte, vera e finta, come nel caso della polvere preparata da frate Lorenzo: «Io ti darò una polvere, la quale tu bevendola, per quarantott’ore, ovvero poco più o meno ti farà in guisa dormire che ogni uomo, per medico ch’egli sia, non ti giudicherà mai altro che morta». La sepolta Giulietta, quando si sveglierà, raggiungerà Romeo che è già suo marito, in un altra città, per un’altra vita... Questo è il proposito. Ma facciamo un salto in avanti di una settantina d’anni, al Romeo and Juliet. L’ultimo atto è affollatisismo. Giulietta è nella cripta nell’attesa di risvegliarsi. Arriva Paride, lo sposo deciso dai genitori, con un servitore. Poco dopo Romeo con un servitore. Presto arriverà frate Lorenzo, poi le guardie...

Se c’è un vantaggio della novella di Luigi da Porto sulla tragedia di Shakespeare è nello spoglio epilogo, favorito dal diverso genere letterario. Ma una circostanza, nella svolta decisiva, va ancora più a suo favore. In Shakespeare Romeo, vedendo morta Giulietta, si uccide, e lei svegliandosi lo trova morto. Nel culmine della novella di Da Porto, che conosce la tensione fin dalle prime scene, i due si vedono e si parlano negli ultimi istanti, Romeo che ha già bevuto il veleno e Giulietta appena ridestata. Potranno spiegarsi, baciarsi e disperarsi insieme, l’una appena uscita dalla morte apparente, l’altro entrando nella vera. Un colpo di genio che, fosse stato immaginato da Shakespeare, celebreremmo come l’ennesimo della sua grandezza. Ma non ha conosciuto nessuna delle versioni italiane. Né conobbe la traduzione francese (Boaistuau, 1559), che però già aveva stravolto la scena, della novella di Bandello. Dovette accontentarsi della prima versione inglese (Arthur Brooke, 1562) di questa traduzione, vale a dire del peggio di cui poteva disporre: una versione, dicono gli esperti, prolissa e maldestra della storia che in Da Porto ha in sé una dose della poesia che vi infonderà il drammaturgo inglese. Quella poesia che soffia dove vuole e che in Bandello decide di rinunciare al balcone addirittura. Vi rinuncia per un’altrettanto suggestiva vietta, per un casolare e un lume di luna che avvicina i due amanti come fosse una scala: «Andava spesso di notte Romeo e in quella vietta si fermava (...) Avvenne che essendo egli una notte in quel luogo, o che Giulietta il sentisse o qual se ne fosse la cagione, ella aprí la finestra. Romeo si ritirò dentro il casale, ma non sí tosto ch’ella nol conoscesse, perciò che la luna col suo splendore chiara la vietta rendeva».