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LA SCOPERTA. Mara Maionchi: «Ho trovato un talento ma non con X Factor»

Gigio Rancilio venerdì 11 giugno 2010
Che il più interessante nuovo artista italiano fosse scoperto da Mara Maionchi, adesso può sembrare normale. Lei, per chi l’ha conosciuta solo in tv, è il giudice più severo e appassionato (a volte persino troppo, a giudicare da certe sue scenate) di X Factor. Peccato che Martino Corti – perché è di lui che stiamo parlando – «non ha niente a che vedere con la musica e i soggetti da talent show». E che le sue canzoni «fanno fatica ad essere passate dalle radio».Eppure, dopo 43 anni passati nella discografia italiana, Mara non ha smesso di cercare. «Sbagliano, e lo dico proprio io, tutti quelli che guardano solo ai talent show, ai vari X Factor e compagnia bella. Non esistono mica solo quelli. Anzi, un sacco di buona musica non passa da lì. E non deve passare da lì». In che senso? «Che i talent non sono l’unica strada percorribile da chi vuole sfondare nella musica. Per affermarsi ci vuole sì il talento, ma anche tanto studio e fatica. E soprattutto, molta onestà. Al punto che quando ho conosciuto Martino Corti, la prima cosa che gli ho detto è che doveva studiare».Gli ha anche detto che non l’avrebbe mai mandato a un talent show tv? «Sì, perché Martino fa una musica diversa e aveva bisogno di crescere in modo diverso. Infatti l’ho mandato al Centro professione musica di Franco Mussida a fare un corso di chitarra. Lì ha incontrato Sandro Mussida, uno dei figli di Franco, e tra i due è nata una collaborazione intensissima che ha portato alla realizzazione dell’album Stare qui. Martino e Sandro hanno una visione univoca della vita: vogliono raccontare la loro non-ansia del domani, l’importanza del vivere bene, qui e adesso». E lei, a quasi 70 anni, ha trovato la ricetta per vivere bene? «Ho capito due cose: se una società vuole vivere bene deve mettere al centro la meritocrazia; e che solo nella libertà e nella giustizia l’uomo trova la vera pace».Torniamo a «X Factor». Ha aiutato più la televisione o la musica? «Tutte e due. Se però vuole essere ancora più utile alla musica, noi giudici dobbiamo, nella prossima edizione, essere ancora più sinceri. Dire chiaro a tutti che la musica non è un gioco o questione di fortuna. E che le canzoni costruite a tavolino per avere successo, magari scimmiottando qualche artista famoso, non rendono felici».Eppure la musica è anche industria, soldi, successo. «Certo. Ma un artista vero deve essere sempre onesto. Metterci passione e fatica. Se poi produce denaro, tanto meglio. Solo così possiamo pensare di uscire dalla crisi della musica, nella quale siamo finiti anche per colpa di una dirigenza dell’industria discografica che ha fatto un mare di errori». Quali sono stai i più gravi? «Non avere capito in tempo le potenzialità di internet, avere spesso svenduto la musica, non avere avuto una linea politica comune». Come se ne esce? «Non certo piangendo come fanno alcuni. Ma proteggendo di più la musica italiana. È ridicolo, per esempio, che il mio libro abbia l’Iva al 4% e un cd di De André, che vale molto di più, al 20%. E poi bisogna intervenire sulle radio che oggi suonano al 90% cd stranieri.E, cosa ancora peggiore, non ascoltano più la musica: si limitano a ripetere i soliti artisti alla moda che vanno all’estero. Insomma, come ho già detto, dobbiamo tornare alla meritocrazia. Quella che ha fatto emergere i vari De André, Guccini, Lucio Battisti e Vasco Rossi. Tutta gente che, a dare retta alle vendite dei primi album, aveva fallito».