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250 ANNI DALLA MORTE. Händel, dall’Hallelujah alla Champions League

Pierachille Dolfini martedì 14 aprile 2009
Le cronache del tempo ce lo raccontano come un uomo che non diceva di no ai piaceri della vita, primi fra tutti quelli della tavola tanto che un dipinto del tempo lo ritrae al clavicembalo con il muso da maiale, seduto su una botte di vino e cir­condato da selvaggina. Un genio della musica, capa­ce di raggiungere vette spirituali come quelle del­l’Hallelujah che in questi giorni è risuonato assai spes­so nelle nostre chiese. Ma anche un uomo che ama­va la vita. E anche per questo, forse, non è difficile – fantasticando, s’intende – immaginarlo oggi allo sta­dio a vedere una partita di Champions league, ma­gari del Chelsea, squadra di calcio di Londra che per 48 anni è stata la sua città, mentre gli altoparlanti diffondono le note del suo Zadok the Priest, brano di­ventato, appunto, l’inno della Champions. George Frideric Händel – o anche Georg Friedrich Haendel per dirlo alla tedesca, dato che il musicista nacque ad Halle, in Sassonia, il 23 febbraio del 1685 – amava la buona tavola e pare fosse assai tirchio. Al­meno stando a una ricerca di David Hunter (il quale azzarda l’ipotesi di morte per avvelenamento da piombo, ai tempi usato per conservare il vino durante il trasporto in nave), pubblicata sui principali quoti­diani inglesi alla vigilia dell’anniversario, che si cele­bra oggi, dei 250 anni della morte del musicista. Due secoli e mezzo – e debolezze umane – che non ne hanno offuscato la fama. Anzi. Basta andare su un motore di ricerca in Internet e scoprire che le pagine dedicate al compositore sono oltre un milione, a par­tire dal sito italiano haendel.it. Aprire You tube e tro­vare qualcosa come 900 video. Entrare in Facebook e contare 4658 fan virtuali. Numeri impressionanti, co­sì come quelli della sua produzione: oltre seicento i lavori che Händel ha lasciato tra cui 40 opere per il teatro ( Alcina, Ariodante, Giulio Cesare in Egitto, Or­lando, Rinaldo, Semele sono alcuni titoli regolarmente in repertorio, a differenza dell’Italia, nei teatri di tut­to il mondo), 32 oratori (due su tutti, il Messiah e La Resurrezione), 300 cantate e un consistente numero di composizioni strumentali (basti ricordare la Wa­ter music o la Musica per i reali fuochi d’artificio). Numeri da fare invidia a una rockstar. Tanto più che Händel – che vanta il primato di essere l’unico mu­sicista al quale è stata dedicata una statua mentre e­ra ancora in vita e che fu sepolto nell’abbazia di We­stminster – ha molto in comune con i grandi della canzone di oggi: se sono sempre numerosi i giovani che affollano i teatri dove c’è in cartellone un’opera del compositore, in un’ipotetica hit parade della mu­sica classica il nome di Händel risulterebbe sicura­mente ai primi posti. Per questo anniversario si sono moltiplicate le usci­te discografiche: Cecilia Bartoli ha inciso Semele, Ot­tavio Dantone si è confrontato con i Concerti per or­gano, Giovanni Antonini ha diretto i Concerti grossi, Alan Curtis una nuova edizione di Alcina. E persino il tenore del momento, il messicano Rolando Villazon, ha voluto cimentarsi per la prima volta con arie han­deliane. Londra si prepara a celebrare il composito­re con la mostra Händel ritrovato, allestita nella sua casa di Brook street. Händel era un uomo che amava la vita. Che amava la musica tanto che all’età di 12 anni si esercitava di notte su un cembalo nascosto nel granaio di casa per­ché il padre, che sognava per lui un futuro come uo­mo di legge, ostacolava la sua passione. Una passio­ne che coltivò sino all’ultimo: diventato cieco per un intervento agli occhi praticatogli con strumenti non sterilizzati da un mezzo ciarlatano (un tale John Tay­lor che compromise nello stesso modo la vista anche a Bach) non smise mai di scrivere musica. Lo fermò solo la morte, il 14 aprile del 1759.