Agorà

Intervista. Il senso di HØEG per Meister Eckhart

Laura Badaracchi sabato 17 settembre 2016
Sincerità batte mistificazione. Trasparenza vince su vischiosità. Grazie a questo dono profondo, alla capacità di svelare la verità nascosta in se stessi, la protagonista del nuovo romanzo di Peter Høeg si frappone come uno specchio davanti ai lettori. L’effetto Susan– è il titolo del volume edito da Mondadori e presentato oggi in anteprima a Pordenonelegge – contagia e suscita nostalgia di schiettezza cristallina nel magma dell’esistenza appannata da ipocrisie e paragonata a «una labile soluzione liquida. E una grossa percentuale della soluzione è sofferenza». Susan Svendsen sembra una donna dalla vita già incasellata in binari precisi: 43 anni, sposata con un compositore, due figli gemelli sedicenni, docente di fisica quantistica. Invece il suo dono diventa la chiave di un intreccio apocalittico all’ultimo respiro. «Normalmente l’idea di un nuovo romanzo mi viene da un libro precedente, scendendo le scale oppure entrando in una stanza. Sento in me un seme che diventa pianta. In questo caso volevo dar spazio al talento di attivare l’onestà nelle altre persone, che sentono così di poter esprimere apertamente i loro sentimenti. Conosco davvero persone che hanno questo dono, le ho seguite per molto tempo: una ragazzina, una donna, una persona anziana. Ero in taxi con una di loro e il tassista ha cominciato a raccontare episodi intimi della sua vita. Così ho provato a scoprire in cosa consiste la capacità di provocare questa totale apertura, con l’ambizione di creare uno spazio per questa abilità particolare», dice lo scrittore. Perché, scrive nel volume, «la sincerità non è un dato di fatto al quale ci si possa abituare una volta per tutte: è un processo, ogni volta è una nuova rinuncia ai nostri punti fermi». E ancora: «In tutte le persone c’è un impulso profondo, istintivo, verso la sincerità». Perché ha scelto di assumere una voce femminile, quella di Susan? «Quando scrivo con voce narrante femminile mi diverto e so che è una provocazione (lo dice in italiano, ndr): mi sento un po’ come un maschio in un’area proibita, ma nel contempo ho l’impressione di addentrarmi più profondamente dentro me stesso per riscoprire valori femminili, perché ognuno ha in sé una parte dell’altro sesso. Sicuramente per un uomo una parte importantissima della vita sta nel provare ad avvicinarsi alla sua sfera femminile: io lo faccio attraverso mia madre, mia figlia, mia moglie». Quanto c’è di Smilla, protagonista del suo romanzo uscito nel 1992, in Susan? «Non ho voluto scrivere il seguito di Smilla, l’avevo chiarito subito al mio editore inglese: non mi interessa ripetere né mantenere un successo raggiunto, sono più un ricercatore e ogni volta mi sposto in nuovi ambiti. Così è la vita, ogni automatismo (lo dice ancora in italiano, ndr) è sempre noioso. Con questo volume non avevo nessuna intenzione di far riferimento a Smilla, ma vedo che alcuni temi si ripetono: torna la femmina che vive dentro di me». Anche per questo romanzo ha scelto il genere del thriller: come mai? «Credo ci debba essere un motivo che ci spinge a leggere la pagina successiva. La trama è un’illusione che dà al lettore una ragione per girare pagina e leggere, e a me dà il motivo per scrivere. In fondo non è la vita stessa a essere un thriller? Siamo nati con un enigma e abbiamo la possibilità di sciogliere l’indovinello della nostra esistenza chiedendoci quale ne sia il senso». Susan è avvolta da una fascinazione particolare: ha il dono di far dire la verità a chiunque. Una qualità soprannaturale? «Cerco sempre immagini di realtà nei miei libri. I talenti che descrivo sono doni speciali ma molto umani, niente di divino: quello di Susan è l’empatia che neppure le piace, perché la costringe a essere troppo in contatto con gli altri. Chi fa meditazione molto profonda dice che potremmo svegliarci dalla realtà in cui viviamo, con fugaci accessi a uno stato di veglia. La mia sensazione è che ci sia qualcosa che va oltre: possiamo aprire una porta, un piccolo sipario, le tende. L’arte ci permette di accedere a una realtà molto più complessa. La mia piccolissima arte la vedo come un buco minuscolo da cui guardare per arrivare a una realtà più allargata». Lei fa meditazione ogni mattina. Com’è nata la sua ricerca spirituale e quali percorsi segue? «Quando avevo 25 anni ho fatto il marinaio per un anno e mezzo sugli yacht delle persone ricche dirette ai Caraibi e nel Mediterraneo. Durante un viaggio attraverso l’Atlantico, dopo 14 giorni in oceano aperto ci siamo fermati a San Miguel, nelle Azzorre; avevo bisogno di stare da solo e mi sono seduto in un parco, nella parte vecchia della città. Mi si è schiusa la mente e in mezz’ora ho provato un senso di veglia; sapevo di aver visto dentro qualcosa, ovvero le possibilità che condividevo con altri esseri umani. Non è un talento speciale, come scrivere bene un romanzo o suonare la chitarra: è una possibilità che ogni essere umano ha. Da qui è nata l’esigenza di raggiungere questo stato e prolungarlo. In Scandinavia dopo la Riforma abbiamo perso ogni pratica spirituale, quindi dobbiamo guardare altrove, per esempio ai grandi mistici cattolici. Ce ne sono così tanti: il monaco domenicano Eckhart, un’ispirazione per la vita, e poi Francesco d’Assisi, Padre Pio, Teresa d’Avila, Teresa di Lisieux e molti altri». Dal romanzo emerge uno sguardo quasi disincantato sulla realtà. Cosa le provoca ancora stupore? «Io non mi sento una persona disincantata, scrivo di persone che a volte lo sono, ma mi ritengo tutto sommato ottimista. In letteratura è un modo per indagare gli estremi, ma a me non piacciono: nella vita di ogni giorno credo nella via di mezzo».