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INTERVISTA. Heaney: «A Belfast con il conte Ugolino»

Riccardo Michelucci giovedì 9 maggio 2013
Virgilio, Ovidio, Dante. In tempi recenti anche Pascoli. L’Italia è una fonte d’ispirazione costante per l’opera di Seamus Heaney. Forse la principale, subito dopo la natia Irlanda, «il mio guscio – lo definisce così – che ha cominciato a schiudersi tanti anni fa, attraverso le mie liriche». Cresciuto in una famiglia di contadini cattolici della contea di Derry, in Irlanda del Nord, Heaney ha passato la sua infanzia in una fattoria e ha sempre rivendicato le sue radici culturali, al punto da protestare vivacemente, alcuni anni fa, per essere stato inserito in un’antologia di poeti britannici contemporanei edita da Penguin. La sua poesia, come quella del suo connazionale W.B. Yeats, parla di un’Irlanda arcaica, che emerge dai ricordi di un’infanzia contadina. Il suo è un mondo fisico che cerca di mediare tra natura e scrittura, di raccontare una realtà che non può essere facilmente descritta con le parole. Non a caso nel 1995 gli fu conferito il premio Nobel per le sue opere «di lirica bellezza e profondità etica, che esaltano i miracoli quotidiani e il passato che vive». Considerato da molti il più grande poeta vivente, Heaney è tornato in questi giorni nel nostro Paese, ospite dell’American Academy di Roma, dove il 16 maggio terrà una lettura pubblica di alcune sue poesie ispirate ai testi classici. Oggi e domani sarà invece l’ospite d’eccezione di due giorni di celebrazione letteraria della vita e del lavoro di Ovidio incentrati sulla sua traduzione del mito di Orfeo ed Euridice.Che tipo di insegnamenti la lettura dei classici può fornirci nell’interpretazione della complessità del nostro tempo?«In primo luogo citerei la ricorrente attualità dei temi della tragedia greca. Penso ad esempio al rapporto tra l’individuo e il potere, penso a Sofocle. La rilettura dell’Antigone che ho fatto con la Sepoltura a Tebe conteneva riferimenti al conflitto dell’Irlanda del Nord. I personaggi di Antigone e Ismene rappresentano due modi diametralmente opposti di affrontare gli imperativi morali, gli stessi che si sono trovati ad affrontare gli irlandesi. Ma i classici possono, anzi devono, essere letti anche per il semplice piacere di farlo, per la loro bellezza».Spesso nelle sue opere lei ha fatto riferimento a fatti tragici dell’attualità anche recente, come l’attentato dell’11 settembre. Quale ritiene che possa essere il ruolo della poesia di fronte a questi eventi?«Credo che il suo aspetto più importante sia quello della consapevolezza. Ma la poesia, come ogni altra forma d’arte, è un fatto finito, fermo, consolidato e come tale può essere soltanto una forma di resistenza di fronte alla desolazione».In tempi recenti lei ha scoperto di avere un legame che ha definito “antropologico” con un poeta italiano come Pascoli, ma il suo rapporto con l’Italia e gli autori italiani è ben più antico. A quando risale?«Agli anni Settanta e alle mie riletture e traduzioni di Dante Alighieri che contenevano, anche in quel caso, un riferimento indiretto ai tragici fatti che stavano accadendo in quegli anni nel mio Paese. L’episodio del conte Ugolino dell’Inferno era riferito alle proteste dei detenuti del carcere di Long Kesh. Attraverso Dante ho cercato di dare voce ai prigionieri repubblicani in sciopero della fame, in particolare a uno di loro, Francis Hughes. Era originario di Derry come me e nel 1981 fu il secondo a morire nello sciopero, subito dopo Bobby Sands. Non lo conoscevo personalmente ma conoscevo la sua famiglia, che abitava vicino a casa mia, dunque il mio coinvolgimento personale con quei fatti fu molto forte».Nel 1966, in occasione del 50° anniversario della Rivolta di Pasqua, lei scrisse una poesia intitolata “Requiem for the croppies” che si concludeva con un’immagine di risurrezione. Dopo la sepoltura dei ribelli, orzo novello cominciò a germogliare sulle loro fosse: i semi della resistenza. Tra breve si celebrerà il centenario di quell’evento fondativo dello Stato irlandese. Quei versi sono ancora attuali?«No, quella poesia commemorava i caduti di un’altra rivolta repubblicana, quella del 1798, e ha senso soltanto se viene collocata in un determinato momento storico, prima cioè dell’inizio della fase moderna del conflitto. L’ultima cosa che vorrei è che la mia poesia venisse usata per legittimare la violenza».Perché in una recente intervista al “Times” ha affermato che non ci sarà mai la riunificazione del suo Paese?«In realtà sono stato molto meno drastico di quello che è stato riportato, calcando un po’ la mano, in quell’intervista. Semplicemente penso che l’attuale meccanismo di suddivisione dei poteri introdotto con gli Accordi del Venerdì Santo abbia soddisfatto la maggioranza della popolazione, e che l’Ira sia ormai entrata del tutto all’interno della dinamica politica, rinunciando alle antiche rivendicazioni indipendentiste».Da intellettuale di formazione cattolica, che cosa pensa di papa Francesco?«Credo che sia senza alcun dubbio l’uomo giusto nel posto giusto».