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VACLAV HAVEL. Noi «senza potere» contro i muri dell’Est

Vaclav Havel martedì 20 dicembre 2011
Direi che la caduta del comunismo rappresenta nel suo significato più profondo una grande era della storia dell’umanità. È un punto d’arrivo non solo per i secoli diciannovesimo e ventesimo, ossia per l’epoca moderna, ma soprattutto per l’era moderna, l’era del culto dell’oggettività spersonalizzata, l’era dell’accumulazione di nozioni oggettive e del loro sfruttamento tecnico, l’era della fiducia nel progresso automatico trasmesso dallo spirito scientifico della conoscenza. È stata l’era dei sistemi, delle istituzioni, dei meccanismi, delle medie statistiche, l’era delle informazioni intese come qualcosa di liberamente trasferibile e privo di garanzia esistenziale. È stata l’era delle ideologie, delle dottrine, delle interpretazioni della realtà, il cui scopo era trovare la teoria universale del mondo e con essa la chiave universale della prosperità.
 
Il comunismo ha rappresentato il culmine mostruoso di questa tendenza fondamentale moderna. È stato il tentativo, sulla base di alcuni assiomi spacciati per unica reale verità scientifica, di organizzare la vita intera secondo un unico modello nonché di pianificarla e di dirigerla centralmente, senza porsi il problema se ne valesse la pena o no. Il comunismo non è stato sconfitto da una forza militare, ma dalla vita, dallo spirito umano, dalla coscienza, dalla resistenza dell’essere e dell’uomo contro la manipolazione, dalla rivolta della natura variopinta, della storia articolata e della singolarità umana contro la reclusione delle celle dell’ideologia uniformante.
 
Questo segnale potente, questo eloquente messaggio all’umanità è giunto cinque minuti prima della mezzanotte. Il grande paradosso dell’attuale momento storico è che l’uomo – quale grande accumulatore di informazioni – da un lato conosce bene tutto questo, ma dall’altro non è assolutamente capace di fronteggiare tale minaccia. La scienza tradizionale descrive con freddezza le diverse alternative della nostra rovina, ma non è tuttavia ancora in grado di proporre reali istruzioni per l’uso, efficaci e applicabili, per evitarle. Proprio perché questo supera le nostre possibilità, rimane nel vago e non si riesce più ad afferrare e a comprendere simili processi, né tantomeno a dominarli e a interromperli. L’uomo moderno è fiero di essere riuscito, grazie alla ragione impersonale, a evocare uno spirito, ma solo ora si rende conto di non essere in grado di ricacciarlo da dove era venuto.
 
Cerchiamo nuove «istruzioni per l’uso» scientifiche, nuove ideologie, nuovi sistemi di governo, nuove istituzioni, nuovi meccanismi con i quali poter scansare le spaventose conseguenze delle precedenti istruzioni per l’uso, dei precedenti sistemi di governo, delle precedenti ideologie, istituzioni e meccanismi. Affrontiamo tutti le conseguenze letali della tecnica come se si trattasse di semplici difetti tecnici riparabili a loro volta con la tecnica. Cerchiamo una via d’uscita oggettivistica dalla crisi dell’oggettivismo. Ma tutto sembra indicare che per questa strada non si va da nessuna parte.
 
È necessario qualcosa d’altro e qualcosa di più. È necessario cambiare radicalmente la posizione dell’uomo verso il mondo. È necessario svincolarsi dal concetto altezzoso secondo il quale il mondo è solo un rebus da risolvere, un congegno per il quale basta inventare nuove istruzioni per l’uso, un complesso di informazioni che basta inserire nel calcolatore con la speranza di vederne uscire prima o poi una soluzione universale.
Sono profondamente convinto che sia necessario liberare dalla sfera dei particolarismi privati e riabilitare forze quali l’esperienza naturale, singolare e irripetibile del mondo, il senso elementare della giustizia, della condivisione, la responsabilità trascendente, la saggezza archetipica, il gusto, l’audacia, la compassione e la fiducia nel significato dei passi concreti che non aspirano a essere una chiave per la salvezza universale oggettiva o addirittura tecnica.
 
È necessario restituire alle cose la possibilità di svilupparsi secondo quel che sono, percepire la loro singolarità, percepire la pluralità del mondo e non limitarla sempre e unicamente mediante la ricerca di denominatori comuni, oppure inserendola definitivamente in un’equazione comune. È più necessario capire che spiegare. La via d’uscita non si trova tanto nella semplice costruzione di soluzioni da sistema universale applicate alla realtà dall’esterno, quanto piuttosto nella penetrazione individuale nel suo interno. Questa posizione rafforza l’atmosfera di solidarietà tollerante e di unità nella diversità, fondate sul rispetto reciproco, su un reale pluralismo e parallelismo. È necessario, in breve, riabilitare la singolarità umana, l’azione umana e l’anima umana.
 
Ho la sensazione che prima o poi la politica si troverà davanti al compito di trovare un nuovo volto postmoderno. L’uomo politico deve diventare una persona che crede non solo al concetto scientifico e all’analisi specialistica del mondo, ma anche al mondo in quanto tale; che crede non solo alle statistiche sociologiche, ma anche alla gente, non solo alla interpretazione oggettiva della realtà, ma anche alla sua anima; non solo all’ideologia confezionata, ma anche al proprio pensiero; non solo al demone del meriggio, ma anche al proprio sentimento.
 
L’anima, la spiritualità personale, lo sguardo individuale e non mediato sulle cose, il coraggio di essere se stessi e procedere sulla strada consigliata dalla coscienza, l’umiltà di fronte al segreto ordine dell’esistenza, la fiducia nella sua tendenza naturale e soprattutto la fiducia nella propria soggettività come principale linea di collegamento con la soggettività del mondo – questi sono, penso, le particolarità che dovrebbero coltivare i politici del futuro.
(questo testo è stato pubblicato nel 1992 dalla rivista «La nuova Europa»)