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SERIE TV. Hanks e Spielberg, la guerra svela l’uomo oltre la fiction

Mirella Poggialini domenica 9 maggio 2010
Si definisce telefilm, ma del termine si coglie soprattutto la seconda parte, "film", seguendo con inevitabile emozione la prima puntata di The Pacific, prodotto da Steven Spielberg e Tom Hanks e proposto da Sky Cinema 1 da domenica prossima, con doppio episodio per cinque settimane. È un telefilm anomalo, si diceva: perché ha del film il respiro e il senso dello spazio, del movimento di massa e degli orizzonti ampi. Ma anche la capacità tutta americana della sintesi per immagini, in cui l’occhio precede l’orecchio e ciò che si vede, in abile semplicità, racchiude il racconto e lo trasmette. Lo sbarco dei giovanissimi marines a Guadalcanal, nella seconda guerra mondiale, è introdotto da una serie di sequenze nelle quali l’antefatto – l’arruolamento, l’addio alle famiglie, l’ingenua esaltazione, l’insinuarsi della paura e della riflessione – è riassunto e  comunicato con forza  e le scene di battaglia notturna, in cui ritroviamo gli stilemi del grande cinema di guerra, che ha saputo condensare più generi nel raccontare la storia, si alternano a lunghi momenti di silenzio in cui sono le espressioni dei giovani a descrivere le emozioni contrastanti. Ma è soprattutto il senso diffuso e profondo della spiritualità che anima il film, sin dall’esordio, con la scena in cui un uomo dal viso assorto entra in una chiesa e accende un cero davanti alla statua della Madonna. C’è la costante espressione di una preghiera tacita, quando i giovani si affacciano alla morte dei compagni e il dolore li sovrasta: e senza retorica, ma costantemente l’esperienza di ognuno diventa seme di crescita e di umanità. Denso e vitale, nel rendere l’incontro  con la morte e l’orrore dei diciottenni – tre soprattutto emergono fra gli altri – il telefilm (tratto  dai diari di tre marines che vissero direttamente quelle esperienze) riprende in qualche misura il tono e lo stile del memorabile binomio che Clint Eastwood ha realizzato nel 2004 e nel 2006 (Flags of our fathers e Lettere da Iwo Jima)  ma soprattutto si rifà a Band of Brothers, il film che i due produttori girarono nel 2001. E lo scenario esotico e sconosciuto, il senso di uno smarrimento che è distacco dalla giovinezza e nuova consapevolezza si realizza  lungo le puntuali e vaste ricostruzioni di agguati e di scontri: ma la spiaggia coperta di cadaveri nel silenzio allucinato  di un mattino  chiaro è un’alba amara che si legge sui volti dei diciottenni, improvvisamente adulti.  Non sono quindi le convulse scene di battaglia così efficaci e precise, a caratterizzare il telefilm, ma le tappe attraverso le quali i giovani spavaldi e insieme spaventati che erano partiti per la guerra, nel 1941, si ritrovano uomini ricchi di una nuova capacità di analizzare la vita e di affrontarla. Già le prime puntate introducono in una serie di incontri nei quali via via si colgono i momenti di una faticosa e dolorosa maturazione dei personaggi, che lo spettatore si trova a seguire con partecipazione imprevista. La storia di allora, la storia di sempre e di tutti. È una serie da seguire, secondo personali scelte di lettura: è un telefilm che racconta, rifacendosi alla storia, un’esperienza universale, lo scoprirsi uomini e fratelli in mezzo allo sconforto e al dolore.