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Spiritualità. Hadjadj: la vera gloria di Dio è accogliere la nostra quotidianità

Laura Badaracchi martedì 13 settembre 2022

Fabrice Hadjadj

In tempi di autocelebrazioni effimere sui social e di immagini vincenti ma intrinsecamente fallibili, A me la gloria del filosofo franco-tunisino Fabrice Hadjadj arriva come una staffilata chiarificatrice a ristabilire le priorità per chi crede nel Vangelo e anche per chi tiene al genere umano. Uscito in Francia nel 2019 e appena tradotto da Emiliano Fumaneri per Berica, il saggio fa pensare a quante volte si pronunci 'gloria' nella preghiera personale e nella liturgia senza forse coglierne la profondità spirituale e teologica. «Certo, il Signore ci domanda di rendergli gloria, e noi cantiamo che è grande, che è bello, che è potente, ma non è per lui, come se ne avesse bisogno, come se avesse gravi problemi d’autostima e occorresse che la sua creatura lo rassicurasse ogni volta sulla sua divinità. Se ci fa questa domanda, come tutto ciò che ci domanda, non è per lui, ma per noi», scrive l’autore, con un linguaggio graffiante e provocatorio. Chiarendo che la nozione biblica di gloria «è stata spesso trascurata a profitto di un’umiltà che sembra convenire più ai pusillanimi che non ai magnanimi». Perché la gloria divina «rifulge sulla sua creatura» e non va nascosta né demonizzata, perché «essere glorioso equivale a essere te stesso». Lo aveva compreso, ferito a una gamba, sant’Ignazio di Loyola: nella conversione «il suo 'vano desiderio di guadagnare l’onore' si trasforma in un 'grande slancio per servire a Nostro Signore' e di agire ad majorem Dei gloriam. È il medesimo temperamento cavalleresco che diventa semplicemente più radicale». Un motto talmente cruciale che il fondatore dei gesuiti lo volle per caratterizzare i libri e gli edifici della Compagnia di Gesù. Se sant’Ireneo di Lione afferma che «la gloria di Dio è l’uomo vivente», a sua volta «la sua gloria presuppone il suo vuoto, la sua ricettività è appesa a un dono verticale», perché «dipende dalla sua capacità di portare una croce»: in ebraico, infatti, kabod (gloria) significa peso. Con una rivelazione conseguente: «Nel momento stesso in cui ho mostrato di non avere il petto gonfio, scopro che devo avere le mani trafitte». Quindi nella logica evangelica la gloria non si procura ricercando «fatiche e pericoli», ma «davanti alle esigenze del quotidiano »: «Alcuni devono affrontare dei draghi perché non possono restare un minuto a conversare con la suocera. Altri compiono opere colossali perché non sanno giocare con un bambino o perché rifiutano di trovarsi di fronte alle complicazioni del loro adolescente brufoloso e ingrato. La grande avventura può farmi da pretesto per fuggire il domicilio coniugale », esemplifica Hadjadj. Quindi «il mistero dell’Incarnazione corrisponde allo sposalizio della gloria e del quotidiano ». Sta qui lo scintillio: nell’amare a fondo perduto senza cercare gli applausi di un pubblico reale e virtuale. Invece «si rinuncia alla vita della gloria per gli indicatori della performance, per le spie luminose degli schermi di controllo». Dimenticando che «nulla è più brillante di colui che illumina» e regala, per amore, la luce ricevuta in dono già su questa terra. E se «l’apparire è la primavera dell’essere », la gloria «del Padre sta nella fecondità dei figli e delle figlie: ritorna veramente a lui solo andando sempre in avanti, fruttificando e moltiplicandosi, di generazione in generazione».