Agorà

Anniversario. Guarnieri beghina del ’900

Marco Roncalli martedì 23 dicembre 2014
Il 23 dicembre 2004, in un ospedale romano, lasciandosi alle spalle una vita lunga e piena, consacrata alla cultura e alla Chiesa, si spegneva Romana Guarnieri: storica per “elezione” o “vocazione”, più che “di professione”: una studiosa della mistica medievale che scrutava il passato, ma anche il presente. Al capezzale, nei giorni precedenti, s’erano alternati ecclesiastici amici come Agostino Marchetto, Ottorino Alberti, Mario Sensi... Sino a poche settimane prima, però, Romana Guarnieri aveva continuato a lavorare come sempre. Schiava del suo peso, inchiodata davanti al computer nel suo studio-veranda con vista sul Cupolone o sulla poltrona dove trascorreva anche le notti con la tv accesa, circondata da pile di libri e gatti, carte e piante, nell’andirivieni degli ospiti dello Sri Lanka ai quali aveva aperto la sua casa sul Gianicolo “troppo grande per una persona sola”.Sono già passati dieci anni da quell’addio alla vigilia di Natale. Nel frattempo la mestizia legata alla sua assenza si è trasformata in una serena nostalgia: dei suoi consigli, accettati o respinti; della sua accoglienza, generosa e impegnativa; del suo affetto, condiviso con amici e amiche. Un congedo, il suo, che – per certi versi – davvero è stato quello dell’ultima beghina del nostro Novecento: anche se – e lo precisò bene lo storico don Sensi – «a differenza delle beghine del Medioevo», la sua non era stata «una scelta di vita penitenziale», bensì «di studio, inteso come strumento di santificazione personale e di salvezza altrui».«Essere beghina oggi è continuare la scelta di queste figure che ho studiato,.Vivere nel mondo, senza essere del mondo. Essere di tutti e di nessuno. O meglio essere di Uno solo: ma Lui è la libertà assoluta». Così Romana, più volte, ci aveva spiegato il significato di quell’autoidentificazione. Classe 1913, nata a L’Aja da padre italiano (quel Romano Guarnieri legato a Papini e Prezzolini, Marinetti e Rebora, poi tra i fondatori dell’Università per Stranieri di Perugia), e da madre olandese (Iete van Beuge, di cultura riformata, pittrice discreta), cresciuta insieme ai nonni in un ambiente agnostico, Romana arrivò in Italia, adolescente, insieme alla madre che, dopo il divorzio, si era risposata con l’architetto Gaetano Minnucci .Conseguita la maturità al Liceo Visconti, si era poi laureata in Letteratura tedesca alla Sapienza nel 1938: e, proprio in quell’anno, vide la svolta della sua vita nell’incontro con don Giuseppe De Luca. Lui, l’erudito prete romano, il cappellano degli scrittori in partibus infidelium che sognava già di scrivere la storia della pietà, a chiedere a quella giovane – presentatagli da un’altra, cioè Angela Zucconi – di stargli accanto negli impegni editoriali.Da lì l’avvio di un sodalizio intellettuale interrotto solo con la morte di De Luca nel 1962, raccontato poi dalla Guarnieri nel suo libro Una singolare amicizia (Marietti,1998) e documentato dal carteggio tra i due curato da Vanessa Roghi Tra le stelle e il profondo (Morcelliana, 2010). In quelle pagine oltre il racconto di un legame sublimato, il percorso verso un approdo che don Giuseppe così indicava a Romana nel 1940: «Darei e do una parte della mia felicità, perché tu possa conoscer meglio Gesù, e non sperimentarlo come Legge ma come Grazia; non come un dovere, ma come un amore…».«Anche se battezzata, io ero venuta su come una bestiolina, in famiglia nessuno mi aveva mai parlato né di Dio, tantomeno di Gesù...», proprio con queste parole Romana ci ricordò più volte la premessa della sua storia. E subito continuava richiamando le prime volte in cui aveva messo piede in chiesa e s’era fermata davanti al tabernacolo sollecitata da don Giuseppe a salutare per lui il suo “Amico”. Piano piano avrebbe imparato a pregare. Avrebbe ricevuto la Comunione e la Cresima. Avrebbe udito diversamente – lo ha sottolineato Lucetta Scaraffia – gli echi di quella spiritualità brabantina, affrontati sino ad allora con passione di filologa, ma senza coinvolgimento religioso.Insomma, pian piano, l’approdo, se non piace la parola “conversione”. E anche la scelta, senza entrare in un istituto religioso, di consacrare la propria vita alla castità e allo studio della spiritualità, in una fedeltà alla Chiesa senza restrizioni o ipocrisie. E la decisione di far fruttare i suoi talenti per l’incontro tra il cattolicesimo e la cultura alta, di spendersi in faticose ricerche, accanto a De Luca nella fondazione (con Roma ancora occupata) delle Edizioni di Storia e Letteratura, poi dell’Archivio italiano per la Storia della pietà, vivendo poi sotto la sua guida un’intensa esperienza (si veda, a questo proposito, l’inedito pubblicato in questa pagina, per il quale ringraziamo Adriano Guarnieri).Ricordare Romana significa però non dimenticare, con lei, opere particolari. Non solo l’inedito duecentesco noto come Specchio delle anime semplici dal quale era derivata l’utopia eretica definita del “Libero spirito”, scritto che grazie alla Guarnieri apparve per la prima volta nel 1962 e, con l’attribuzione a Margherita Porete, saldò mistica e filosofia occidentale per l’ influenza esercitata su Meister Eckhart da questa beghina condannata al rogo.Penso ai suoi studi sul Verschaeve, sul Gezelle,o le traduzioni da Hadewych di Anversa o da Guardini (con la Morcelliana negli anni Quaranta e Cinquanta). Penso al suo Don Giuseppe De Luca tra cronaca e storia (uscito con il Mulino nel 1974, poi con la San Paolo nel 1991). Infine come dimenticare l’avventura di “Bailamme”, la rivista che dal 1987 al 2002 trasformò periodicamente casa Guarnieri in caravanserraglio per compagni di strada lungo un cammino spirituale e politico tutt’altro che preordinato. Una rivista che si è nutrita via via delle differenze e delle passioni offerte da intellettuali come Sergio Quinzio ed Edoardo Benvenuto, Luisa Muraro, Rosetta Stella, Emma Fattorini, Salvatore Natoli e Mario Tronti, Fabio Milana e Giovanni Bianchi eccetera: giovani e non più giovani che Romana spronava a “dire Dio” e “dire il mondo”, tra pareti cariche di libri dov’era difficile – me lo ripeteva spesso Mariano Apa – trovare titoli “sbagliati”.Quella biblioteca si trova ora a Bologna, per la donazione fatta dai nipoti di Romana, Adriano e Massimo, all’Istituto Veritatis Splendor. Sostare innanzi a questo patrimonio significa percepire ancora tutta la vivacità intellettuale della nostra. Accanto a volumi di teologia e mistica, profili di carismatiche, opere di storia della pietà e della Chiesa, studi sulle religioni e la spiritualità d’Occidente e d’Oriente, testi di arte e letteratura: cinquemila volumi, che, dal 2004, risalgono sino al XIX secolo, anche se non mancano libri antichi, ad esempio seicentine sulla vita di santa Begga. Peculiarità del fondo le opere in lingua straniera, specie ovviamente in olandese, e soprattutto, nessun libro intonso. La maggior parte anzi, sottolineata, glossata, studiata. E anche qui troviamo con la studiosa, l’amica di tanti studiosi da lei aiutati. Insomma: “e i libri e le anime”. Lo documentano le dediche lasciate sui frontespizi dei volumi donati da parecchi autori, testimonianze di legami veri e omaggi alla nostra anche per il suo ruolo – conquistato sul campo – nella comunità scientifica. Peccato che dopo l’uscita di Donne e Chiesa tra mistica e istituzioni: secoli XIII -XV (Edizioni di Storia e Letteratura), proprio dieci anni fa, primo di una serie annunciata di quattro dedicati a raccogliere l’opera scientifica di Romana, non si sia visto più niente.