Agorà

Intervista. Raffaele Guariniello: «Il calcio è ancora troppo malato di omertà»

Massimiliano Castellani giovedì 22 giugno 2017

«La giustizia non può essere un sogno né una cosa esclusiva dei magistrati, ma un diritto che va garantito e che tutti i cittadini devono pretendere». È uno dei tanti messaggi civili, positivi «ma io oserei dire di speranza», sottolinea il giudice Raffaele Guariniello dietro il suo classico ghigno divertito di chi, con ironia e profonda conoscenza del diritto, non ha mai smesso di portare avanti la battaglia per la legalità. I suoi ricordi e le speranze si possono leggere nel libro che ha pubblicato per Rizzoli, La giustizia non è un sogno (sottotitolo: “Perchè ho creduto e credo nella dignità di tutti”; pagine 236, euro 19,00). Incontriamo il giudice, in pensione (è un classe 1941) «ma – puntualizza – lavoro il doppio o forse il triplo di prima», nel suo ufficio torinese in via Massena. «È in questa strada che giocavo a calcio da piccolo. Calzettoni tirati giù alla Sivori, si doveva fare gol nelle porte piazzate laggiù, tra il lattaio e l’edicola... Le partite finivano quando mio padre da lassù – indica il balcone di casa Guariniello – estraeva il “cartellino rosso”, non voleva che sudassi appresso al pallone».

Eppure il calcio le ha dato notorietà grazie all’unico processo per doping intentato contro una squadra di calcio, quello contro la Juventus (delle stagioni 1994-’98).

«Infatti. Nonostante nella mia lunga carriera abbia fatto decine di processi importanti, dall’antimafia alle morti bianche della ThyssenKrupp e dell’Eternit, ovunque vado c’è sempre qualcuno che tira fuori l’argomento, e di colpo divento esclusivamente il “giudice del processo Juventus” ».

Le capita ancora? Eppure sono trascorsi vent’anni da quella sua intuizione a seguito del celebre monito di Zdenek Zeman, che nell’agosto del ’98 bofonchiò sornione: “Il calcio deve uscire dalle farmacie”...

«È capitato anche di recente. In una pausa di un convegno di scienziati in cui ero stato invitato c’è stato chi ha chiesto lumi sul processo Juventus e il clima pacato e intellettuale in un attimo si è fatto pesante, rissaiolo – sorride –. Una cosa pazzesca. Ho avuto la conferma che il pallone manda in tilt la nostra società e trasforma delle persone amabili in dei potenziali violenti».

Della violenza nel calcio si era accorta anche sua madre vedendola alla tv.

«Aldo Biscardi mi chiamava di notte a dire la mia al Processo del lunedì. La sera dopo, quando andavo a trovare la mamma per farle fare una passeggiata nell’isolato mi raccontava la puntata (io non mi sono mai rivisto) con una certa apprensione. Mi diceva sempre: “Raffaele sai, mi sembra che quelli ce l’abbiano proprio con te...”. Mi dispiaceva sentirla così in ansia e allora la rassicuravo, ma no mamma è solo teatro...».

Anche l’uscita di Zeman per molti, specie per gli juventini, era puro teatro.

«Zeman non è che sapesse più di tanto, ma il suo allarme ci aprì un fronte fino ad allora ignoto, quello dell’abuso dei farmaci nel calcio. La Figc non aveva dati né voglia di collaborare, perciò seguendo i miei metodi, che sono sempre andati oltre la denuncia, ci basammo sull’unica fonte disponibile: l’album delle figurine Panini» .

Album alla mano ha indagato su 24mila calciatori professionisti in attività dal 1970 al 2001: dall’ultimo panchinaro fino a Maradona. Risultato?

«Decine di morti sospette, denunce raccolte per voce di molte vedove di calciatori. Casi “misteriosi” come quello di Bruno Beatrice [mediano della Fiorentina morto a 39 anni di leucemia a causa di un ciclo scellerato di raggi Röntgen, ndr] ancora irrisolto. Centinaia di interrogatori. Maradona venne da me in procura a Torino, sapeva di più di quello che ci ha detto...».

Deluso dal“Pibe de oro”?

«I calciatori sentiti furono un po’ tutti una delusione, le omissioni sono state molte di più delle ammissioni. Del resto, nel mondo del calcio l’omertà è una regola non scritta».

Durante il “Processo Juventus” tra “i non so” e i “non ricordo” ha assistito a siparietti tragicomici.

«Beh ricordo un Deschamps esilarante, dava lezioni di posologia farmaceutica ai nostri periti scientifici. Montero si alterò – sorride al ricordo –... vedendo la folla in aula pretendeva di parlare con il giudice Casalbore in separata sede. Zidane fu il più sincero, ammise che senza quella quantità spropositata di creatina e altri farmaci [Epo, ndr] che gli somministravano i medici della Juventus non “avrebbe mai potuto giocare sessanta partite l’anno”».

Solo Zidane si è sbottonato?

«La dichiarazione del francese, sommata a quella di qualche suo collega e alle nostre accurate indagini, permise di condannare in primo grado gli imputati (poi assolti in appello). Ronaldo dell’Inter lo convocammo di ritorno dal Mondiale di Francia ’98 dopo aver visto la scena in cui non riusciva neppure a scendere dalla scaletta dell’aereo. Il mio prezioso collaboratore, il dottor Gianmartino Benzi, mi segnalò il fatto dicendomi: “Potrebbe essere colpa degli antidolorifici che gli hanno dato”. A domanda Ronaldo rispose: “Qualcosa mi hanno dato, ma non so cosa”. Non mi pare che sia stato più in forma da allora...».

Ha citato il dottor Benzi, il quale ci parlò di centinaia di scatole di farmaci – usati di solito in cardiochirurgia – ritrovati negli armadietti dello spogliatoio di una squadra del settore giovanile.

«Il calcio ha sempre pensato e ci ha fatto credere di trovarci dinanzi a dei santuari dove si vive e si opera al di sopra di ogni sospetto. La legge sul doping del marzo 2000 è il frutto dell’intuizione geniale del nostro ispettore Raimondo Romanazzi, il quale ci fece scoprire che gli anabolizzanti o altre sostanze dopanti non erano rintracciabili nelle urine dei calciatori per il semplice motivo che nel laboratorio dell’Acqua Acetosa non venivano cercate».

Parla al passato: vuol dire che l’abuso di farmaci e lo spettro del doping non aleggia più sul calcio, dato che non si registrano più casi di positività?

«Dopo un’azione così forte come quella che abbiamo esercitato a Torino sono due i possibili scenari: o nel calcio non si fa più uso e abuso di farmaci e sostanze, oppure stanno continuando ma con metodologie più raffinate e quindi diaboliche».

Intanto però i casi di Sla nel calcio sono aumentati dopo la fine della vostra inchiesta. E con la morte di Stefano Borgonovo (nel 2013) si sono spenti nuovamente i riflettori sul “Morbo” che nel calcio ha mietuto oltre sessanta vittime.

«Borgonovo lo feci sentire dai miei collaboratori e ci diede l’impressione che si autocensurasse sulle reali responsabilità del calcio rispetto alla sua malattia. Ma questo è un atteggiamento diffuso tra i calciatori. Mentre l’operaio che muore di mesotelioma per colpa dell’amianto reclama il suo status di vittima, il calciatore rifiuta l’idea che la sua malattia dipenda da ciò che può aver assunto in carriera, perché nella sua testa significherebbe ammettere: “Ho avuto successo grazie ai trattamenti farmaceutici”».

La giustizia non è un sogno, ma far luce sulle verità del “calcio malato” vent’anni dopo sembra ancora una chimera.

«La verità del processo Juventus è scritta nelle 48 pagine della sentenza della Cassazione del 29 marzo 2007 che accolse la prescrizione. Ma grazie a quella sentenza siamo riusciti a introdurre il reato di “frode sportiva” e il monito che abbiamo lanciato al calcio è stato: “Aiutarsi con dei farmaci per ottenere un risultato non è da atleti leali”».

Ma quanti davvero hanno recepito il monito?

«In Europa sicuramente in pochi. Il quotidiano “As” mi invitò a Madrid a un convegno in cui venni presentato come il “pioniere” della lotta al doping. E lì i giornalisti, davanti all’allora ministro dello Sport spagnolo, mi dissero che nel loro Paese non si faceva assolutamente nulla per combattere la piaga del doping. Da noi si è fatto molto ma si può fare ancora di più».

Per esempio?

«Costituire un pool su scala nazionale composto da magistrati e medici che con mandato della Procura della Repubblica indaghi dalle fabbriche ai campi sportivi e abbia la possibilità di portare a processo i casi sospetti e le anomalie che si verificano in qualsiasi ambiente di lavoro. E il calcio professionistico, qualcuno a volte lo dimentica, è un ambiente di lavoro nel quale la giustizia sportiva come è strutturata ora non è efficace. Meglio affidarsi a quel pool che agisca con indagini e azioni penali».

Giudice, per chi ancora non lo sapesse: ma lei per che squadra fa il tifo?

«La Juventus. Il mio idolo? Michel Platini: in campo aveva uno stile unico che mi appassionava. Ora ho visto che è finito in un giro un po’ scandaloso, si parla di parecchi milioni di euro... Mi dispiace. Ma ora io chiedo a lei: perché nel calcio dilaga questo malcostume del dover guadagnare sempre più e ad ogni costo?». Mi dispiace signor giudice, mi avvalgo della facoltà di non rispondere.