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30 anni fa la caduta. Il poeta Durs Grünbein: «Il Muro era l'essenza stessa della Ddr»

Alessandro Zaccuri venerdì 25 ottobre 2019

Il poeta tedesco Durs Grünbein ha ricevuto ieri a Milano la “Pergamena della città"

A trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, Durs Grünbein riconosce qualcosa di sé nelle immagini dei manifestanti di Hong Kong. «Oggi come allora – dice – i giovani hanno una percezione più acuta della realtà. Nell’aria si sente il piombo delle pallottole che la polizia potrebbe esplodere da un momento all’altro, ma proprio per questo l’urgenza di un cambiamento si avverte con forza ancora maggiore. È un’insurrezione delle idee ed è, inevitabilmente, una ribellione dei corpi».

Nato nel 1962 a Dresda, nell’ex Ddr, Grünbein è uno tra i più importanti poeti europei dei nostri anni. Ieri, durante un incontro svoltosi all’Università Statale per iniziativa della germanista Rosalba Maletta, il Comune di Milano gli ha conferito la “Pergamena della città”, rendendo ancora più stretto il legame con il nostro Paese.

In Italia i libri di Grünbein sono pubblicati da Einaudi, che ha reso disponibili il diario narrativo Il primo anno (2004), i saggi di I bar di Atlantide (2018) e, nella traduzione di Anna Maria Carpi, una selezione molto significativa della sua opera in versi: due raccolte antologiche ( A metà partita, 1999, e Strofe per dopodomani, 2011) e il poemetto Della neve (2005), che si ispira a un episodio apparentemente marginale della biografia di Cartesio. «Nel 1619, durante la “piccola era glaciale” di quattro secoli fa, il filosofo rimase bloccato in una cittadina tedesca – racconta Grünbein –. E fu allora che, circondato dalla neve, cominciò veramente a pensare. Non le pare straordinario? L’illuminazione da cui nasce la moderna coscienza del soggetto proviene dall’iniziativa di un solo uomo. Meglio, dal fatto che quell’uomo, in quelle determinate circostanze, si sia concentrato su di sé».

Separando la mente dal corpo?

«Si è fatto troppo rumore sul dualismo cartesiano. Anche prima del Discorso sul metodo, la mente ha sempre avuto la tendenza a prevalere sul corpo. Lo fa ancora adesso, imponendo le regole del fitness e del benessere, e lo ha fatto lungo tutto il Novecento, attraverso la pretesa di coercizione esercitata dai totalitarismi».

Si riferisce al Muro?

«Il Muro non è stata la causa dell’isolamento della Ddr, ma la conseguenza di un atteggiamento ideologico che ha segnato fin dal principio il regime della Germania orientale. Anche in questo caso entra in gioco la volontà, tipicamente totalitaria, di accanirsi sulle fragilità del corpo. La Ddr ha origine da quello che definirei un trauma staliniano. Sopravvissuti al nazismo, i dirigenti comunisti replicarono in maniera deliberata la struttura oppressiva dell’Unione Sovietica, instaurando una dittatura dei quadri basata su un apparato di controllo che agiva sia sulla idee, impedendo la libertà di pensiero, sia sui corpi, limitandone i movimenti».

Un tradimento degli ideali socialisti?

«Sono sempre stato dell’opinione che non ci fosse alternativa al Muro e a tutto quello che il Muro ha rappresentato. Per esistere la Ddr aveva bisogno di contrapporsi al resto del mondo e, in particolare, alla Germania dell’Ovest, esattamente come accade oggi tra le due Coree. Ma quando la frattura è così profonda, diventa impossibile ragionare in termini politici. Soccorrono fisica e geologia, piuttosto. Forze che cozzano, rivolgimenti tellurici fra una placca tettonica e l’altra».

Come giudica la cosiddetta Ostalgie?

«La nostalgia per il vecchio Est comunista, intende? Incomprensibile. Ogni volta che qualcuno rimpiange i bei tempi andati, mi torna in mente la definizione che il mio maestro Heiner Müller dava del Muro: non è solo un monumento a Stalin, sosteneva, è anche un monumento a Rosa Luxemburg. L’utopia che precipita nella dittatura, il socialismo che finisce nella sua stessa trappola»

Che ricordi ha di quel periodo?

«Ricordo la prima volta in cui mi capitò di pensare: ecco, è finita. Fu un paio di anni prima della caduta del Muro, quando nella Ddr fu finalmente autorizzata la pubblicazione delle opere di Nietzsche. Davanti a una libreria di Berlino stazionava un intellettuale molto noto, di provata ortodossia marxista, che metteva sull’avviso i potenziali acquirenti. Nietzsche era un fascista, ripeteva, uno di Hitler. Si trattava di un’iniziativa talmente velleitaria, talmente disperata, da dare l’impressione che il regime avesse davvero le ore contate».

Era davvero così, no?

«Sì, ma nessuno sapeva prevederlo con certezza. Vorrei insistere su questo: a Berlino, durante le proteste che precedettero la caduta del Muro, si rischiava la vita in ogni istante. Sarebbe potuto accadere di tutto, l’esito non era affatto scontato. Un giorno, per esempio, apparve dal nulla un carro armato russo. Era l’inizio dell’invasione? Non potevamo saperlo. Personalmente, fui sopraffatto da un immediato senso di spossatezza. Avessi potuto, mi sarei appoggiato al blindato e mi sarei addormentato lì, in mezzo alla strada».

È arrivato il lieto fine, invece.

«Semmai è arrivato un inizio, l’inizio di una trasformazione che ha investito non solo la Germania, ma l’intera Europa, Italia compresa. La prima grande migrazione degli scorsi decenni, per esempio, è stata proprio quella che ha portato verso ovest i tedeschi dell’Est. Molte famiglie si sono trovate nella necessità di scegliere se restare nelle loro case oppure partire per ricostruirsi una vita altrove. E andarsene significava abbondare letteralmente tutto».

Nel discorso che ha tenuto ieri a Milano lei ha denunciato il rischio di un nuovo fascismo.

«Essere cresciuti sotto il socialismo reale crea una discreta sensibilità verso i totalitarismi, glielo assicuro. Ho sviluppato un sistema di allarme che scatta molto presto, non appena si parla di limitazione dei diritti o si esaltano le virtù del nazionalismo sovranista. L’accusa di cosmopolitismo, poi, è una spia incontrovertibile. Era un’imputazione classica mossa dal comunismo, ora torna utile alle destre che vorrebbero ripristinare un sistema di divisioni già condannato dalla storia».

Che cos’è per lei la poesia?

«Un’attività paradossale: richiede un raccoglimento assoluto e un’assoluta conoscenza di sé, ma non si realizza pienamente finché non va incontro agli altri, al mondo. In questo, e forse non soltanto in questo, è simile alla preghiera».