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INTERVISTA AL TEOLOGO BOESPFLUG . Globalizzazione della Croce

da Parigi Daniele Zappalà giovedì 4 dicembre 2008
«Le immagini cristiane riguardano soggetti coi quali entrare in relazione intersoggettiva. In fondo, l'icona è una presenza in vista di un incontro. A ben guardare, non si tratta di una verità, né dell'illustrazione di un tema, né della presentazione di una tappa o di una storia. L'icona scavalca l'illustrazione e la narrazione». Lo storico e teologo domenicano François Boespflug, docente all'Università di Strasburgo, ha maturato questa convinzione dopo oltre 30 anni di ricerche sulla rappresentazione divina lungo la storia del cristianesimo. Un lavoro adesso condensato nel vasto volume Dieu et ses images. Une histoire de l'Eternel dans l'art (Dio e le sue immagini. Una storia dell'Eterno nell'arte), edito in Francia da Bayard. Professore, il cristianesimo si scoprì iconofilo, "amico" delle immagini, solo in modo progressivo. Perché? «Ancor oggi, la rappresentazione di Dio nell'arte cristiana è vista come una sorta di paradosso. Tanto più dagli altri monoteismi, più scettici o addirittura ostili verso le immagini. Il teologo ebreo Martin Buber ha scritto che "al contempo senza immagine e immaginato è il Dio dei cristiani". Parla dell'immagine di un Dio che dovrebbe non avere immagini. Il dogma cristiano ha infatti sempre sottolineato che per ogni pittore la raffigurazione di Dio è un'impresa impossibile. L'imitazione del reale, la mimesis, non può essere impiegata, dato che Dio non ha una forma, essendo un Essere puramente spirituale. Al contempo, a partire dall'arte paleocristiana, Dio è stato espresso progressivamente da un capitale di figure antropomorfe molto familiari e sempre più abituali. Ma queste immagini, come sottolinea Buber, sono soprattutto un elemento del presente vissuto dei credenti». In che epoca, la raffigurazione divina acquistò piena legittimità? «Molte residue diffidenze si dissiparono dopo il secondo concilio di Nicea (787). Grazie anche all'eredità dei Padri della Chiesa, il concilio sostenne in un testo molto preciso che quando si crede nel Verbo incarnato non vi è ragione di rifiutare la sua icona. Ciò si tradurrà in un diritto di creazione, d'esposizione e di venerazione delle immagini di Cristo, della Vergine, degli Angeli e dei Santi. Grazie a un chiarimento dogmatico straordinario, verrà stabilita una sorta di piattaforma definitiva sulla legittimità dell'iconografia cristiana». Quali fattori influenzeranno la proliferazione d'immagini in epoca medievale? «Non ho mai creduto alla teoria del bisogno, fondata su un'opposizione fra autorità e fedeli. Ovvero, a un bisogno d'immagini rivendicato dal popolo dei fedeli e al quale le autorità ecclesiastiche dovettero cedere. Di fatto, sono numerosi gli esempi di grandi vescovi teologi che ebbero il gusto delle immagini. Credo molto più a ciò che definirei il dinamismo espressivo delle forti intuizioni. Una religione vissuta in modo intenso da una civiltà deve essere espressa. E dopo le parole, il cristianesimo ha conquistato in modo logico altri registri espressivi, dalle arti plastiche al teatro, dalla musica alla letteratura. Hanno poi influito fattori più specifici, come la riflessione su certi passaggi evangelici, in particolare di Giovanni, in cui Gesù impiega il verbo "vedere"». L'arte cristiana porta in sé le tracce dei grandi sconvolgimenti storici? «È molto difficile imporre all'insieme delle rappresentazioni di Dio una periodizzazione fondata sulla storia politica, demografica, economica e persino ecclesiastica. Fra uno sconvolgimento epocale come la grande peste e le immagini sacre, ad esempio, non vi fu una stretta correlazione. In un'epoca in cui tutti associavano la peste a una punizione divina, non si osserva un incupimento dello stile. Questa storia iconica sembra dunque possedere una certa autonomia, un altro ritmo legato alle permanenze profonde del senso della fede». Quali sono state le epoche di maggiore fioritura? «Fra l'estrema fine dell'XI secolo e la prima metà del XII secolo, in epoca romanica, vengono creati i 5 grandi schemi iconografici della Trinità ancor oggi noti. Un'altra fase che definirei miracolosa copre la fine del Trecento e l'inizio del Quattrocento. In queste epoche, gli stili godranno del favore di tutti gli strati della popolazione. Non si può parlare di un'iconografia delle élite, di un'altra dei borghesi o ancora dei ceti popolari». L'epoca contemporanea segnerebbe la crisi dell'arte sacra. Condivide? «In Europa, a partire dalla fine del Seicento, i grandi artisti cominciano ad interessarsi ad altri temi. Ma non senza momenti di tormento. Nel suo Autoritratto con Cristo giallo, Gauguin sembrerà dire: come artista autonomo di una nuova generazione, fingo di occuparmi solo di me stesso, ma in realtà continuo a pensare a Lui. Al contempo, l'immagine sacra migra sempre più negli altri continenti, conoscendo spesso fuori dall'Europa un successo ancor oggi crescente». In che modi si esprime questa nuova vitalità? «Per fare un solo esempio, l'iconografia della Trinità conosce oggi in Messico un successo senza precedenti. Ed anche in altri Paesi, si assiste a una sorta di euforia nell'arte sacra. Inoltre, viviamo nell'epoca della globalizzazione della crocifissione. Il successo senza precedenti di questo tema pare legato in ogni continente al bisogno di denunciare le ingiustizie e gli orrori del nostro tempo: Nagasaki, la Shoah, il Ruanda, le spoliazioni dei contadini sudamericani e tanto altro. I drammi contemporanei trovano nell'uomo in croce un'immagine dall'eloquenza insuperabile. E nessuno poteva prevederlo».