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La Giornata del 6 marzo. Polemica sui Giusti: bontà "insensata"?

Gabriele Nissim sabato 28 febbraio 2015
"Ieri e oggi, i Giusti sempre necessari” è il tema della terza Giornata europea dei Giusti, istituita dal Parlamento europeo. Il 3 marzo a Palazzo Cusani si aprono le celebrazioni milanesi con il convegno “La Giornata europea dei Giusti. La memoria del bene e l’educazione alla responsabilità”, cui parteciperanno anche il ministro degli Esteri Gentiloni e il sindaco di Milano Pisapia. Sempre a Milano il 6 marzo al Giardino dei Giusti saranno ricordati Razan Zaitouneh, attivista siriana dei diritti civili rapita nel 2013; Ghayath Mattar, giovane pacifista ucciso in Siria nel 2011; Mehmet Gelal Bey, turco sindaco di Aleppo che si oppose al genocidio del 1915; la Guardia costiera italiana e l’attivista italo- eritrea Alganesh Fessaha, che rischiano la vita per i migranti; Rocco Chinnici, magistrato ucciso dalla mafia nel 1983. La Giornata sarà celebrata anche a Praga, Varsavia, Düsseldorf e in Israele; nuovi Giardini dei Giusti saranno inaugurati anche ad Assisi (Perugia) e Orzinuovi (Brescia). Quando nel 2012 proposi ai deputati del Parlamento europeo la risoluzione, che poi portò all’approvazione della Giornata europea dei Giusti, dovetti rispondere a due particolari interrogativi. Alcuni tra i miei più cari amici nel mondo ebraico sostenevano che il concetto di Giusto riguardava solo la Shoah e non bisognava usare questo termine per altri genocidi, perché in questo modo si sarebbe banalizzato il carattere unico dello sterminio ebraico. Se si fosse usato questo termine per altri crimini di massa si sarebbe così creato confusione. Dunque sarebbe stato un errore ricordare le diverse memorie in un’unica giornata. Era meglio che ogni memoria particolare (Shoah, foibe o genocidio degli armeni) fosse ricordata in una giornata diversa, così si sarebbe rispettata una gerarchia tra le diverse sofferenze, perché la memoria della Shoah doveva essere anteposta. La seconda osservazione riguardava invece lo stesso significato della memoria del bene. Ricordare con troppa enfasi i Giusti avrebbe significato creare alibi per le nazioni che avevano rimosso le loro responsabilità per il comportamento che avevano tenuto durante la Shoah o altri crimini di massa. La memoria dei “buoni” avrebbe così nascosto i crimini degli ingiusti e dato l’impressione che di fronte ad un male estremo ci fosse stata una resistenza morale superiore alla realtà dei fatti.Alla prima obiezione risposi, allora, che la memoria della Shoah, lo sterminio più efferato, acquisiva un senso solo se diventava uno strumento di monito per l’umanità intera, per prevenire ogni forma di genocidio che riguardasse gli ebrei come i non ebrei. Proprio dalla riflessione su quella tragica esperienza era stata individuata una categoria di persone – i Giusti – che con il loro coraggio avevano cercato di spingere la storia in un’altra direzione. La ricerca e la valorizzazione di questi uomini in ogni genocidio poteva così offrire alle nuove generazioni degli straordinari esempi morali per comportarsi in modo degno. Sarebbe stato miope e riduttivo escludere da questa memoria esemplare i soccorritori che erano andati in aiuto degli armeni nell’Impero ottomano, dei tutsi in Ruanda, o dei cambogiani finiti nei gulag di Pol Pot. Giusto non è solo il non ebreo che salvava l’ebreo, ma qualsiasi uomo che andava in soccorso di un altro uomo.Dopo alcune resistenze e incomprensioni, finalmente questa mia proposta è stata accolta in Israele da alcuni dei più importanti studiosi della Shoah come il grande storico Yehuda Bauer e il professore Yair Auron. Si è infatti tenuta nel novembre dello scorso anno una grande conferenza sui genocidi alla Open University di Ra’anana, dove i due professori, ricordando il ventennale del genocidio ruandese, hanno sottolineato come in Israele si rischiava di commettere un grave errore nel momento in cui la memoria della Shoah fosse stata separata dalla memoria degli altri genocidi. Le nuove generazioni in Israele sarebbero state infatti educate in modo distorto se si fosse insegnato loro che il male nella storia era stato solo quello che aveva colpito gli ebrei. Così è stata presa la decisione non solo di celebrare la Giornata europea dei Giusti nella stessa università, ma anche di inaugurare, il 10 marzo, nel villaggio di Neve Shalom un memoriale che ricordi, accanto a quello famoso di Yad Vashem, anche i giusti degli altri genocidi. La seconda obiezione, e cioè che la memoria del bene possa oscurare quella del male, è invece quella più radicata, anche se non è mai espressa chiaramente ed esplicitamente. Questa paura di parlare del bene ha come fondamento una visione pessimista della condizione umana che in ultima analisi toglie agli uomini la prerogativa di essere artefici del proprio destino. Sembra quasi che il male sia l’elemento prevalente della natura umana e che gli uomini siano condannati ad essere soltanto degli eterni peccatori. Essi così devono essere richiamati costantemente ad ammettere le loro colpe e solo lo spazio del pentimento sembra essere il possibile ambito della libertà. Così troppo spesso nelle Giornate della memoria ai giovani viene trasmesso un messaggio negativo: devono liberarsi delle colpe dei padri ricordando l’orrore, ma non si spiega loro che ogni uomo con il suo libero arbitrio può spingere la storia in una diversa direzione. Ecco perché spesso la tematica dei Giusti viene relegata in secondo piano, perché deve prevalere il meccanismo dell’auto-pentimento. Non si capisce che in questo modo si toglie ai giovani il gusto della speranza e della responsabilità. Invece la valorizzazione degli esempi morali positivi nei tempi bui dell’umanità, lungi dal creare degli alibi per gli ingiusti, diventa uno stimolo per l’emulazione di fronte alle sfide del tempo presente: le storie dei Giusti fanno comprendere come l’esito della storia non è mai scontato, perché i singoli individui, ieri come oggi, possono sempre fare la differenza. Lo scrittore ebreo russo Vasilij Grossman, testimone delle più grandi atrocità di massa del Novecento – dalla carestia in Ucraina allo sterminio degli ebrei russi, ai gulag staliniani – scriveva in Vita e destino che nonostante tutti i loro sforzi i carnefici di ogni tipo non erano riusciti a cambiare la natura umana, perché quei comportamenti che definiva come atti di «bontà insensata» mostravano l’irriducibilità dell’essere umano di fronte ai regimi totalitari. Tanto sorprendenti erano le sue affermazioni, se si pensa che lo scrittore aveva non solo sofferto la perdita della madre per mano dei nazisti, ma era stato oggetto della campagna antisemita di Stalin e i suoi manoscritti erano stati sequestrati perché denunciavano la realtà del gulag. Grossman continuava a vivere in un mondo apparentemente senza speranza, eppure registrava la forza dell’umano, perché era consapevole che anche se c’erano poche fiammelle di luce, l’uomo avrebbe avuto la forza di risorgere e di liberarsi dalla morsa dei lager e del totalitarismo. Grossman era paradossalmente ottimista perché riteneva che i genocidi, di cui era stato testimone, non erano eventi incomprensibili, ma opera di scelte umane che avrebbero generato una resistenza da parte degli uomini migliori. La lezione di Grossman vale anche per questi giorni quando si guarda alle vicende del mondo arabo-musulmano. Ancora una volta prevale una visione catastrofica del mondo, come se fosse ineluttabile che l’Is e il fondamentalismo omicida possa vincere su tutti i fronti, al punto che per alcuni esponenti politici qualsiasi arabo e musulmano può diventare una minaccia e non si comprende che potrebbe diventare la principale vittima di questa ondata integralista. Altri addirittura propongono l’indifferenza e sostengono che il problema non ci riguarda. Ecco perché abbiamo voluto dedicare la terza Giornata europea dei Giusti alla ricerca e alla valorizzazione dei resistenti morali arabi e musulmani che fanno da argine al clima di terrore. Si è molto parlato in Francia della la storia di Ahmed Merabet, il poliziotto musulmano che si è immolato per difendere la redazione di Charlie Hebdo, e di Lassana Bathily, l’impiegato che si è prodigato per nascondere gli ebrei nel supermercato, ma sono tante le storie di resistenza ai crimini più efferati che avvengono tra Libia, Siria, e Iraq.