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Pop. Il "credo" di Giorgia: "La mia essenza sta nella musica"

Massimiliano Castellani martedì 13 dicembre 2016

La cantante e autrice romana Giorgia (Eolo Perfido)

Canta da quando era sul seggiolone di casa Todrani. È sulla scena, illuminandola, da un quarto di secolo: sette milioni di dischi venduti, l’ultimo, Oronero (Michroponica, distribuito da Sony Music), è il suo decimo album. Eppure Giorgia, romana, classe 1971, si presenta sempre con l’aria scanzonata della ragazzina acqua e sapone che Pippo Baudo “lanciò dal palco” dell’Ariston, Festival di Sanremo 1994. «E poi, e poi sarà come morire…», intonava con timbro cristallino, struggente, la “pischella” con la testa a Roma e la voce ad Harlem, cresciuta nelle cantine della capitale spaziando tra jingle pop, atmosfere jazz e impressionanti acuti soul. Il tutto sotto l’orecchio attento di papà Giulio Todrani, cantante e musicista (ex Juli& Julie e Io vorrei la pelle nera) che, come Baudo, aveva intuito che stava per nascere una stella. Nei giorni in cui è partita la macchina organizzativa della 67ª edizione di Sanremo, giova ricordare che per Giorgia alla seconda prova, nel 1995, fu subito il trionfo: con Come saprei - scritta da Eros Ramazzotti - vinse Festival e premio della critica Mia Martini.

Ma forse quella era ancora una Giorgia più interprete che cantante e autrice - come in Oronero - dei suoi testi…

«A dire la verità del mio primo disco (Giorgia) avevo scritto tutti i brani. Poi ci sono stati degli anni in cui mi sentivo frustrata perché nessuno si accorgeva che pure io scrivevo... La sfida di una cantante è sempre quella di dare la precedenza alla melodia, mentre il pubblico vuole prima di tutto il mio canto. Essere anche interprete, è un aspetto che mi piace più oggi di allora e comunque con Oronero sono tranquilla perché ho realizzato ciò che volevo, un disco di parola».

La tranquillità è uno stato d’animo che l’anima “melancomica” di Giorgia va cercando da sempre. Ma forse l’ha trovata in Credo in cui canta: «Cancellerò il passato per non tornare indietro…»

«Mentre riguardo in uno specchio i segni di chi ero… – continua, canta e sorride – . Io “Credo” sì, ma prima di tutto nella potenza e il coraggio di avere fede in ciò che si è e in ciò che si fa. Per credere, in una religione, nell’amore, nell’amicizia, nelle relazioni con gli altri, devi prima fare un cammino dentro te stesso. Se riesci a sopravvivere a tutti i dolori e se saprai gestire bene anche le gioie che la vita ti riserva, allora penso che arriverai a credere nell’anima, che ci sia un aldilà oltre a questo nostro affannarci sulla terra. Io so che l’anima conosce e non si vanta».

«Parlano di me una donna facile / con le difficoltà di un giorno semplice / parlano di te che sei fragile /ma cammini a testa alta senza chiedere». Il suo autoritratto è qui, nell’incipit di Oronero?

«La mia essenza è in tutto ciò che ho cantato e che canterò ancora. So essere forte e fragile, come tutti, anche nello stesso attimo. Ho sempre paura di prendermi troppo sul serio e sento la continua esigenza di sdrammatizzare. La romanità in questo mi aiuta parecchio, riesco a trovare la battuta giusta al momento giusto. In Oronero poi rispetto al passato sono riuscita a dosare al meglio quella leggerezza che è in grado di scavare anche in profondità».

Oronero va letto anche come sinonimo di petrolio e quindi come una denuncia ai tempi di crisi che stiamo vivendo?

«Penso che si possa fare un’azione politica partendo dalla denuncia della crisi del “petrolio interiore” che ognuno di noi cerca e conserva nelle sue quattro mura di casa e nella realtà che lo circonda. Il petrolio poi rappresenta questa società che ha fatto del potere economico la distruzione dell’altro. Non ci si ferma davanti neppure alla morte di un bambino che tentava di mettersi in salvo dalla fame, dalla guerra. Io prima che una cantante sono la mamma di Samuel, la donna di casa, la compagna di un uomo (il cantante e ballerino Emanuel Lo) che vive calandosi ogni giorno nella vita reale che è fatta di tanto “oronero”: ricchezza e successo spesso mascherate da corruzione e violenza. Per questo dico e canto: basta oronero! ».

Sembrano parole di papa Bergoglio, non ha ancora cantato per lui?

«Non ho avuto ancora questa fortuna, ma lo seguo molto e mi piace tanto questa apertura “pop” di papa Francesco. Ricordo invece come uno dei momenti più belli del mio inizio carriera quella giornata del ’94 in cui ho cantato per papa Wojtyla. Sul sagrato di San Pietro mi ero presentata con un gruppo gospel, ma quando si è trattato di salire sul palco dissi a mio padre: “Oh, io c’ho paura, me ne vado…”. Mio padre mi prese per un braccio e mi disse: “M’andovai Giorgia… sali, su”. Poi è stato fantastico, attimi di adrenalina incredibili: non dimenticherò mai il carisma e la dolcezza di quei pochi minuti trascorsi con papa Giovanni Paolo II».

“Gocce di memoria” quelle che riaffiorano... Ma quando ha capito che cantare sarebbe diventato il suo mestiere?

«Non l’ho mai capito perché mi sono sempre rifiutata di considerarlo un mestiere. Cantare per me è una certezza necessaria. Poi c’è quello spazio di mestierato che è la parte burocratica, fatta di strategie, promozione, marketing, tutti aspetti che agli inizi mi hanno messo in crisi. Ho pensato, ma se per la musica devo fare tutto questo allora smetto... Ma è una fase che ho superato, grazie al calore del pubblico e alle enormi emozioni che mi regala continuamente il “cantare puro”. Questo è il mio oro vero».

Soddisfazioni, successi, tour con bagni di folla cominciati subito dopo quel Sanremo del ’95.

«Allora non mi sono resa conto di tante cose. Ero come dentro una centrifuga. Da Sanremo tornai a casa con 40 di febbre. Poi con mia cugina, vestite con lo stesso completo, andammo a fare shopping in via del Corso come facevamo sempre, ma uscendo da un negozio ci ritrovammo assediate... Decine di persone che mi chiedevano l’autografo. Il selfie no, ancora non c’era, pensa quanto tempo è passato… Però il botto vero è arrivato con Vivo per lei cantata con Andrea Bocelli che è la persona più divertente che conosco nel mondo della musica. Con Andrea poi ho condiviso un altro momento incredibile cantando assieme sempre per il Papa, alla sala Nervi».

Oltre a Bocelli con quale altro collega ha stabilito un rapporto speciale?

«Il mio più grande amico rimarrà per sempre Pino Daniele. Era il mio idolo da ragazzina, ed è stato bellissimo conoscerlo, collaborare (ha prodotto l’album Mangio troppa cioccolata, ndr) e poi scoprire che con gli anni era nata un’amicizia sincera. Mi manca infinitamente Pino, il non poterlo più chiamare per chiedergli “ciao come stai?” , il non sapere che non sta studiando nuovi accordi con la sua chitarra a volte mi rende tanto triste, ma poi penso che in fondo è ancora qui e con la sua musica e la sua voce riesce a riempire quel vuoto che ha lasciato».

Dopo “Amiche per l’Abruzzo” siete pronte per un evento musicale in favore dei terremotati dell’Umbria?

«Sempre pronte. Con Laura Pausini, Elisa, Fiorella Mannoia e tutte le altre cantanti del progetto per l’Abruzzo terremotato, siamo una potenza. Abbiamo creato una squadra vera fatta di sincerità, stima reciproca, priva di personalismi, invidie o gelosie. E questo nonostante nessuno degli uomini che “governano” la musica ci abbiano mai invogliate per farci riunire... Noi invece appena possiamo siamo disponibili a metterci a disposizione di chi ha bisogno di aiuto. In questi anni l’ho fatto anche personalmente: per i bambini e i genitori dell’asilo Tartallegra, per il progetto Karibu Africa. Sono una gattara e collaboro con l’Enpa (Ente protezione animali). Se posso mi spendo volentieri per la mia città, mi fa male vedere Roma derisa e maltrattata per colpa, come dice Elio, di “trent’anni di magna-magna…”».

Ha citato la Mannoia, ora fa anche l’attrice (in7 minutidi Michele Placido), ma a Giorgia il cinema non l’ha cercata?

«Infatti, non capisco perché non mi chiamano - sorride divertita - In passato ho avuto un paio di possibilità, ma poi ho lasciato stare... In tv mi sono divertita molto con Fiorello e ultimamente anche con Mika, ma quando vado in video a volte sono spaventata, non ho ancora imparato ad essere naturale. Cosa invece che non mi capita in radio, quella è una dimensione più mia, basta la voce, non c’è bisogno di trucchi».

Ma a suo figlio piace la voce di Giorgia?

«Ora sì, quando era più piccolo invece lo infastidiva e piangeva, associava le mie canzoni al fatto che partivo. Andavo in tour, e una cosa che soffro ancora molto è quando non posso rientrare a casa dopo un concerto per stare con lui. Però adesso Samuel ascolta, si informa e crescendo magari sarà il manager ideale che non ho mai trovato...».