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Intervista. GILMOUR (ex Pink Floyd): "Voglio scuotere i giovani"

Massimo Gatto (Hampton) sabato 29 agosto 2015
Sono passati dieci anni dalla reunion dei Pink Floyd sul palco londinese del Live 8, nove mesi da The endless river, epitaffio dell’epopea di Echoes e Comfortably numb arrivato a sorpresa sul mercato lo scorso autunno per svuotare definitivamente gli archivi e scrivere, senza rimpianti, la parola fine su un’avventura durata quasi cinquant’anni. Ora il cammino di David Gilmour riparte da Rattle that lock, il nuovo album solista nei negozi il 18 settembre. «Per lui lavorare al predecessore On an island contemporaneamente alla preparazione del concerto ad Hyde Park con i vecchi compagni, fu d’aiuto per allentare la tensione», ricorda la moglie-scrittrice Polly Samson, autrice di cinque dei sette testi del progetto. Gilmour non voleva che la storia dei Pink Floyd si concludesse con una nota amara e il Live 8 fu l’occasione giusta per un ultimo abbraccio con gli ex compagni. L’ultimo inchino, prima di proseguire da solo. Per sempre. O almeno così assicura quando dice «so che alla gente piace aggrapparsi alle cose, ma vivere di passato non fa per me e non mi alletta neppure l’idea di stadi stracolmi e interminabili calendari di concerti, voglio solo divertirmi con gli amici e con il pubblico che mi ha sempre seguito. A questa età, penso di meritarmelo». Siamo ad Hampton, nel Middlesex, a bordo dell’Astoria, la sontuosa “houseboat” fatta costruire agli inizi del Novecento dal leggendario impresario di music hall Fred Karno, lo scopritore di Charlie Chaplin, e acquistata dal chitarrista nell’86 per trasformarla nel suo studio di registrazione sul Tamigi. «Al centro di queste nuove canzoni c’è l’individuo nella sua lotta contro le tante costrizioni della vita», spiega lui, che oggi resiede ad Hove, cittadina dell’Est Sussex vicino Brighton. Numerosi gli ospiti. In A boat lies waiting spuntano le voci di David Crosby e Graham Nash, in Today quella di Mica Paris, mentre nella jazzata The girl in the yellow dress ci sono Jools Holland alle tastiere e di Robert Wyatt al corno. Co-produce il chitarrista dei Roxy Music Phil Manzanera, reduce dall’esperienza di direttore artistico della Notte della Taranta 2015. Il 14 e 15 settembre, rispettivamente all’Arena di Verona e all’Ippodromo del Visarno di Firenze gli unici appuntamenti italiani del nuovo tour. Naturalmente esauriti già da mesi. David, perché ha scelto un titolo come Rattle that lock, forza quella serratura? «Vuol essere un’esortazione ai giovani affinché si scuotano dal torpore e combattano per la propria felicità tenendo bene a mente che ogni porta chiusa è un’oppressione». Il pezzo che intitola l’album è ispirato al secondo libro del Paradiso perduto di Milton, giusto? «Giusto. L’argomento l’ha scelto mia moglie. L’idea del demonio inteso come un angelo precipitato dopo aver sfidato Dio è la stessa della canzone». Canzone costruita sul jingle che nelle stazioni francesi precede gli annunci. «Un giorno, mentre mi trovavo con mia moglie ad Aix en Provence in attesa del Tgv per Parigi ho sentito questa musichetta e l’ho registrata con l’iPhone. Ti mette addosso, infatti, una gran voglia di ballare. In studio ci ho lavorato un po’ sopra ed è venuto fuori un intero pezzo. Col placet, naturalmente, dell’autore del jingle Michaël Boumendil». Le voci, invece, sono quelle del Liberty Choir, composto in maggioranza da ex detenuti del carcere londinese di Wandsworth, dove pure il figlio adottivo del musicista, Charlie (nato dalla relazione della moglie con lo scrittore Heathcote Williams e adottato da Gilmour al momento del matrimonio), ha trascorso quattro mesi nel 2011 per aver profanato durante una protesta giovanile, in preda ad alcol e droghe, il cenotafio che a Witehall ricorda i caduti inglesi della Prima Guerra Mondiale. Perché un coro sui generis? «Riunirsi in un collettivo del genere dà speranza e ottimismo ai detenuti, contribuendo a tenerli lontani dalle vecchie tentazioni. Almeno per una sera alla settimana, il coro dà loro qualcosa da fare, li valorizza attraverso l’arte, elevandone il morale». Come sono cambiate le sue canzoni nel tempo? «Quando incisi On an island vivevo un una tranquilla fattoria in cui le canzoni nascevano abbastanza lentamente, mentre ora che sto a Brighton c’è molto più dinamismo nell’aria; e questo si sente». Sua moglie si è occupata ancora una volta del grosso dei testi. «A volte Polly dà forma ai miei pensieri, altre volte racconta semplicemente delle storie; è il caso di Girl with a yellow dress, retta da una trama che avrebbe potuto benissimo essere quella di un suo romanzo». Quanto conta questa dimensione “familiare” della sua musica? «Polly conta nella mia musica, come io credo di contare nella sua attività letteraria; è una donna intelligente, dotata di particolare buon gusto, quindi sarei completamente pazzo a non seguire i suoi consigli. Avere una relazione con una persona così vivace e brillante è un dono del cielo. Ci amiamo da ventitrè anni e questa è la cosa più meravigliosa della mia vita». A boat lies waiting parla di Rick Wright, cui assieme a Nick Mason avevate già dedicato The endless river. «La musica l’avevo scritta circa diciotto anni fa, quindi molto prima che Rick ci lasciasse. Ascoltandola, Polly ha detto che il suono del piano le ricordava il rollio di una barca sul mare. Rick amava navigare e il mare rappresentava per lui una grandissima passione. Così da cosa è nata cosa». Intanto a Pompei è in svolgimento una mostra fotografica ispirata al film girato 44 anni fa tra le rovine dell’Anfiteatro. A curarla è Adrian Maben, regista del film. «Ricordo che amammo molto tutti e quattro l’idea di ambientarlo lì. Io, Roger, Rick e Nick accettammo la proposta di Maben per divertimento, ma facemmo benissimo perché venne fuori un gran bel film». Ad ottobre al Koko di Londra si esibirà con le Pussy Riot. «Me l’hanno proposto loro e ho accettato di buon grado. Sarà piacevole fare un paio di pezzi assieme. Credo del mio repertorio».