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Geopolitica. Gilles Kepel: «Il dialogo con il mondo arabo? Parta dall'economia»

Alessandro Zaccuri martedì 10 settembre 2019

Il politologo e orientalista Gilles Kepel (Giorgio Boato)

Gilles Kepel lo considera il suo ultimo libro. «Mi è già capitato di affermarlo altre volte – ammette – ma adesso faccio sul serio: con la sconfitta militare del Daesh si è conclusa la stagione di cui sono stato testimone». Più che una ricapitolazione, però, il presunto volume d’addio ha tutta l’aria di un rilancio. Si intitola Uscire dal caos (traduzione di Federica Frediani, Raffaello Cortina Editore, pagine 416, euro 29,00) e passa in esame «le crisi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente» nell’arco di tempo che va dagli anni Settanta alla cronaca degli ultimi mesi.

La sintesi è già di per sé molto autorevole, perché porta la firma di uno dei più affermati studiosi del mondo arabo (in realtà la definizione che Kepel predilige è quella, classica, di “orientalista”), tra i primi in assoluto a concentrarsi sul fenomeno dell’islamismo e, più in generale, a teorizzare La rivincita di Dio: così, nel 1991, un suo celebre saggio definiva il ritorno dell’elemento religioso sulla scena internazionale. Negli ultimi anni Kepel (che nei giorni scorsi ha presentato Uscire dal caos al Festivaletteratura di Mantova) si divide tra l’École Normale Supérieure di Parigi e l’Università della Svizzera Italiana, dove è responsabile di una piattaforma per il confronto tra l’Europa e il Medio Oriente: «Con una particolare attenzione ai giovani imprenditori – sottolinea – . Abbiamo il dovere di costruire ponti tra una riva e l’altra del Mediterraneo. Ciascuno con i propri mezzi, è chiaro. Papa Francesco, per esempio, segue la strada del dialogo interreligioso, della quale la recente Dichiarazione di Abu Dhabi sulla fratellanza universale rappresenta un momento fortemente simbolico».

Qual è stato, in quest’ultimo mezzo secolo, il ruolo esercitato dall’economia nelle crisi mediorientali?

«Determinante, anche se non sempre avvertito. Ricordo il clima che si respirava in Siria nel 1974, all’epoca del mio primo viaggio in quel Paese. C’era molto orgoglio per "la guerra di ottobre", come la si chiamava allora, e che oggi perfino gli arabi chiamano "la guerra del Kippur" anziché "guerra del Ramadan". Ancora non era chiaro che nel conflitto del 1973 contro Israele non era stata la Siria a vincere e neppure l’Egitto, ma l’economia fondata sul greggio. Nel momento in cui assumevano il controllo della regione attraverso i petrodollari, i sauditi rafforzavano la loro opera di promozione del rigorismo religioso wahabita, dando luogo all’alleanza tra il Corano e il barile destinata a dominare i decenni successivi. Ma questo connubio ora è oggetto di negazione, come dimostra appunto il rifiuto di chiamare con il suo nome la guerra del ’73».

Perché questo ripensamento?

«Per una serie di ragioni che rimandano, di nuovo, alla sfera economica. Da quando la produzione del petrolio di scisto ha sancito il primato energetico degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita ha perso non solo la sua posizione di vantaggio in sede commerciale, ma anche l’interesse a sostenere il wahabismo, che a questo punto minaccia di distruggere dall’interno il regime di Riad. Le recenti aperture del governo saudita vanno interpretate secondo questo criterio».

A che cosa si riferisce?

«A un episodio la cui portata va molto al di là del mero dato di costume. Il decreto del settembre 2017, con il quale re Salman ha autorizzato le donne a guidare, ha aperto una breccia nel rapporto tra la monarchia saudita e le autorità religiose wahabite, il cui potere di controllo risulta molto limitato rispetto al passato. È chiaro che i problemi restano, come conferma l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi. Ma il quadro complessivo, ormai, è completamente cambiato. Il petrolio saudita non viaggia più verso gli Stati Uniti, ma in direzione della Russia. Per paradossale che possa apparire, Vladimir Putin è il salvatore dell’Arabia Saudita, che a sua volta sta salvando la Russia per quanto riguarda l’approvvigionamento di petrolio. Un discorso analogo vale, sul fronte dell’esportazione di gas, per le relazioni tra Mosca e Teheran, che tra l’altro permettono al Cremlino di introdurre un elemento di disturbo nella politica statunitense. A dispetto dei suoi proclami bellicosi, infatti, il presidente Trump non ha alcuna intenzione di intervenire in Iran né altrove. Le ripetute provocazioni nei suoi confronti sono altrettanti tentativi di trascinarlo nella trappola mediorientale».

In Uscire dal caos lei insiste molto sulla sconfitta del Daesh: è un fatto assodato?

«Sotto il profilo militare sì, senza dubbio. La disfatta sul campo, però, non coincide affatto con l’estinzione del radicalismo. A breve pubblicheremo gli esiti di una ricerca condotta nelle carceri francesi, nelle quali si sta delineando una "quarta generazione" jihadista. Si tratta di musulmani, per lo più giovani, che si dicono disposti a condannare le atrocità del Daesh e tuttavia ne condividono le premesse ideologiche: la lotta contro l’Occidente corrotto, la necessità di assoggettare la società ai valori dell’islam e via di questo passo. L’esperienza ci insegna a essere prudenti. Abbiamo imparato a diffidare dei periodi di latenza che fanno seguito alla caduta di un leader o di un movimento terroristico. È proprio in questo interregno che prendono vita nuove forme di radicalizzazione».

Quali contromisure si potrebbero prendere?

«In primo luogo occorre individuare con esattezza l’oggetto e il campo di intervento. Bisogna cercare di capire qual è la situazione per evitare di muoversi sulla base di false premesse, come talvolta rischia di accadere anche nell’ambito del dialogo interreligioso. Ed è proprio questo sforzo di realismo a riportarci all’economia. Finora, purtroppo, nelle società arabe non si è sviluppata una cultura del lavoro e della ricchezza in senso moderno. A prevalere è stata invece la logica della rendita, della quale i petrodollari rappresentano la manifestazione più evidente. Avviare processi economici virtuosi è una delle priorità alle quali dobbiamo attenerci nell’immediato».

Questo riguarda anche l’immigrazione?

«Se guardiamo al caso italiano, dobbiamo ammettere che, allo stato attuale, è ancora la giustapposizione a prevalere. Non sto dicendo che l’integrazione sia impossibile, ma che siamo soltanto nella fase iniziale di un processo del quale ignoriamo lo sviluppo. D’altro canto, non dobbiamo dimenticare che proprio l’efficacia del sistema di integrazione è all’origine della terribile serie di attentati di cui la Francia è stata vittima negli scorsi anni. Era il Paese nel quale l’assimilazione aveva funzionato meglio, per questo i jihadisti l’hanno colpita con tanta durezza. Anche se non ha distrutto la trama dell’integrazione, in terra francese il terrorismo ha comunque contribuito a mettere in dubbio il principio di convivenza, sostituendolo a tratti con nuove forme di odio sociale. Anche su questo occorre vigilanza».