Agorà

Intervista. Gigi Lentini: «Leao come me, Milan più forte del Var»

Massimiliano Castellani domenica 15 maggio 2022

Gianluigi Lentini, ex attaccante di Torino, Milan e Atalanta

Carmagnola è nota agli storici della letteratura e a noi ex liceali per il Conte di manzoniana memoria. Per le memorie di cuoio invece, è il paese natale di Gigi Lentini, classe 1969. E lì, l’ex cuore Toro anni ’90, ma con trascorsi di rilievo, al Milan e all’Atalanta, vive il riposo del guerriero. A 53 anni ha appena preso il patentino d’allenatore di seconda categoria, ma guarda il calcio dall’oblò, quello della televisione. «Vado poco allo stadio, Toro o Milan qualche volta, per il resto preferisco le partite in tv. Ho cambiato vita, l’ho fatto spesso nel corso degli anni in cui ho imparato a dire che potrei fare tutto, ma anche niente», lo dice con il sorriso scanzonato di quando capelli al vento e orecchino luccicante saltava l’uomo e crossava al centro per i bomber di turno, Casagrande «fortissimo» o Van Basten «il più grande di tutti, anche di Maradona».

Ma c’è un calciatore in cui si rivede in questo momento storico? «Leao del Milan. Sì, lui con quella progressione e quella voglia di mangiarsi tutta la fascia è un po’ un Lentini del terzo millennio – sorride –. Molto forte, mi piace». Un talento Leao, che passa per un irregolare, proprio come dicevano del Gigi granata. «Mi paparazzavano con una ragazza, pubblicavano la foto ed ecco confezionata la leggenda del Lentini “re delle notti brave”. Posso assicurare invece che sono stato un professionista serio, il primo ad arrivare agli allenamenti e l’ultimo ad andare via, chi ha giocato con me può testimoniare. Quelli del Toro sicuramente possono confermare che il Lentini della stagione 1991-’92 era una forza della natura: lo ricordano ancora anche i tifosi del Real Madrid...

«Quella semifinale di Torino, 2-0 al Real (doppietta di Casagrande) rimane la partita perfetta, la più grande emozione della mia vita calcistica. Poi ci giocammo la finale di Coppa Uefa con l’Ajax. Meritavamo di vincerla quella Coppa, l’abbiamo persa malamente, 2-2 all’andata e poi ad Amsterdam tanta sfortuna e finì 0-0. Quel tiro al 90’ di Sordo... la traversa balla ancora». Quel Toro poteva entrare nella leggenda e invece c’è finita solo l’immagine di Emiliano Mondonico che alza al cielo la sedia della panchina. «Un momento storico la rabbia del “Mondo”. Se ci ripenso mi viene il magone. Quella notte ad Amsterdam rimane il più grande rimpianto di una carriera in cui sono arrivato all’apice e poi ho avuto i miei incidenti di percorso a frenarmi e rovinare tutto».

L’apice lo tocca l’estate del ’92 quando al terzo tentativo Silvio Berlusconi riesce a portarlo al Milan, pagando la cifra record, per allora di 60 miliardi di lire (4 volte più di quanto spese il Napoli per Maradona). «Lo sanno tutti che se fosse stato per me non sarei mai andato al Milan. Bastava solo che il Torino di allora avesse avuto una società un po’ più solida e ambiziosa che sarei rimasto a vita, come ha fatto Totti alla Roma. Anche perché io non ho mai amato quelli che cambiano maglia per qualche dollaro in più... Tipo Donnarumma. Ma come si fa a lasciare il Milan con lo stipendio che aveva? E poi per andare dove, al Psg?»

È quello che si chiedono ancora i tifosi milanisti, i quali ricordano ancora i quattro anni, 1992-’96, del Lentini rossonero. «Con l’esperienza e la maturità di oggi dico che avrei potuto fare molto di più e meglio. Il Milan mi ha permesso di vincere (3 scudetti e una Champions) e di togliermi tante soddisfazioni, ma purtroppo quell’incidente d’auto dell’agosto del ’93 ha cambiato il mio destino. La ripresa è stata dura e difficile. Non ero più quel giocatore d’alto livello che avevano preso dal Toro». Per molti tifosi, ma anche critici attenti, nel triennio 1990-’93 Gigi Lentini era addirittura da Pallone d’Oro. Lo pensava anche Fabio Capello che mi voleva bene e aveva piena fiducia in me. Mi dispiace non averlo ripagato fino in fondo. L’incidente mi ha tagliato le ali e ho rischiato di chiudere anticipatamente con il calcio. Chiuse solo con il Milan e ricominciò all’Atalanta, con il suo pigmalione Emiliano Mondonico.

«Il “Mondo” mi telefonò dicendomi: «Gigi, vuoi continuare a fare vacanza o torni a giocare con me?». Con lui all’Atalanta tornai ai miei livelli. Mondonico per me è stato un padre per gli insegnamenti e un fratello maggiore per la libertà che mi concedeva di esprimermi. Potevo anche mandarlo a quel paese, poi finiva lì e ci volevamo più bene di prima. È stato l’allenatore che ha saputo sfruttare al massimo le mie caratteristiche. Mi dispiace solo non avergli regalato quella Coppa Uefa, sarebbe stata la nostra vittoria della vita». Quella, la vittoria della vita, oggi spera di conquistarla Stefano Pioli contro l’Atalanta di Gasperini. A 180’ dalla fine chi vincerà questo derby tricolore tra il Milan di Pioli e l’Inter di Simone Inzaghi?

«Onestamente la squadra più forte è l’Inter, ma il Milan ha dimostrato di essere all’altezza della situazione arrivando a giocarsela fino in fondo, ora dipende solo da loro. Oggi con l’Atalanta non sarà facile. Speriamo che ci siano arbitraggi più attenti. Qualche episodio dubbio quest’anno c’è stato... Anche contro il Torino l’Inter ha beneficiato di un rigore scandaloso. Mi chiedo: come è possibile con il Var commettere certi errori? Però non voglio neanche credere alla malafede o che siamo ripiombati all’epoca dei sospetti, altrimenti non ha più senso questo calcio». Nel calcio odierno c’è ancora un Lentini in campo, suo figlio Nicholas, che però ha scelto un altro ruolo. «Gioca in porta perché davanti era troppo scarso – sorride –. Ha 25 anni Nicholas, fa il portiere, gioca nel Carmagnola, in Promozione. Ormai il treno del professionismo per lui è passato, ma si diverte e soprattutto a differenza mia ha studiato e si è laureato».