Agorà

Teatro. Così Gifuni legge ed esalta i versi di Caproni

Fulvio Fulvi martedì 12 giugno 2018

L’attore Fabrizio Gifuni al Teatro “Franco Parenti” di Milano, dove ha letto e interpretato alcuni lavori del poeta Caproni

Un poeta incisivo, percutent, come lo definì la critica francese, un autore di versi amari e intensi che riduce la parola all’essenziale: il minor numero possibile di verbi e aggettivi. Niente retorica, nonostante le rime. Perché, diceva, la parola è per sua natura «mistificazione della realtà»: Giorgio Caproni (1912-1990) ha incarnato forse più di altri nella letteratura italiana l’idea – misteriosa e misticheggiante – del “poeta fingitore” alla Fernando Pessoa, uno che, secondo il maestro portoghese dell’eteronimia, «arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente/ E quanti leggono ciò che scrive/ nel dolore letto sentono bene/ non i due che egli sentì/ ma solo quello che non gli appartiene». Ed è proprio questo il ritratto che emerge da Fatalità della rima, lo spettacolo di Fabrizio Gifuni andato in scena domenica scorsa al teatro “Franco Parenti” di Milano (in tournée nella prossima stagione): una drammaturgia imbastita con versi e brani tratti da interviste e conferenze tenute da Caproni sul mestiere del poeta, una specie di “autopsicografia”, potremmo dire, letta, anzi interpretata, da un attore che, anche con espressioni del viso e del corpo, restituisce al pubblico un senso proprio all’Enea della Didascalia o al protagonista del Congedo del viaggiatore cerimonioso, come anche ai temi, cari al poeta livornese, del rapporto con la madre e della natura, un senso al quale forse il suo autore nell’atto creativo non ha mai pensato. E Gifuni lo fa senza stravolgere nulla. Dal recital è scaturito il ritratto di un poeta che “finge”, ovvero “forma”, “modella” con le parole la realtà che lui conosce e vive ma che gli altri, a cominciare dal lettore, possono trasformare in emozioni impreviste, mai venute alla luce prima. Accade come quando si guarda un quadro sorprendendone significati arcani, sconosciuti allo stesso artista che l’ha dipinto perché legati alla nostra personale esperienza interiore provocata dalle immagini o dalle forme dell’opera. «Caproni, a differenza di altri suoi colleghi, riconobbe il fatto che un attore può scoprire nei suoi versi cose che lui non aveva mai pensato mentre si abbandonava alla scrittura – spiega Gifuni –, è per questo che il teatro rappresenta uno dei pochi luoghi dove la condivisione con il pubblico, l’incontro vivo, può portare a una conoscenza nuova di ciò che sembrava smaterializzato: ecco perché ho affrontato con entusiasmo que- sta ennesima avventura sul palcoscenico».

Dopo Dante, Jacopone da Todi, Pavese, Gadda, Pasolini, Testori, gli autori che lei ha scelto finora per questa complessa ricerca sul corpo della lingua italiana, è la volta di un poeta come Caproni, forse il meno sperimentatore rispetto agli altri del Novecento...

«Quando scriveva risparmiava il più possibile sul rumore delle parole... È un autore che si distingue per asciuttezza e concretezza, per il valore lessicale e musicale delle composizioni. Non a caso arriva alla poesia dopo aver studiato musica, composto corali a quattro voci e suonato il violino in un’orchestra. Ma non bisogna parlare di musicalità dei suoi versi, piuttosto si tratta proprio di musica, come le note sul pentagramma. Caproni conosceva benissimo la metrica, che ha reinventato scrivendo versi».

E non disdegnava le rime, paradossali, parodistiche, che rompono l’unità tra senso e ritmo, come lei ha mostrato nella performance al Parenti...

«In questo Caproni incarna la tradizione del canzoniere. E non è un caso che io abbia deciso di chiudere lo spettacolo con Litania, i versi su Genova che possiedono una straordinaria forza ritmica e fisica. E non è un caso che lo stesso Caproni amava definirsi, un “poeta minatore” che nelle buie gallerie dell’anima (espressione presa all’amato Machado) estrae “nodi di luce”».

Quanto è importante che un attore “interpreti” un poeta “leggendo” pubblicamente le sue composizioni?

«Per Caproni è la prima volta in assoluto che questo si fa. In base alla mia esperienza ritengo che il corpo dell’attore deve partecipare. Da quindici anni conduco questo progetto sulla lingua italiana in cui il gesto interpretativo è conclusivo di un meticoloso lavoro di ricerca dei testi “da mettersi addosso”: perché la voce è corpo e non un’entità separata. Un’idea niente affatto scontata: in molte scuole di recitazione, infatti, questo non si insegna».

Così, però, il libro diventa uno strumento astratto, una specie di pretesto...

«Ho scoperto seguendo questo metodo che i libri sono oggetti transitori in cui le parole si sono depositate, vengono dai corpi dei loro autori, ma sono staccate. Leggerle ad alta voce dal libro significa che tornano ad essere abitate nel corpo dell’attore, in una dimensione fisica. Questo lavoro sui grandi scrittori e poeti ha cambiato il mio rapporto con i libri che diventano così come fossero oggetti animati: conservano tracce sonore del corpo dell’autore, le parole vengono risvegliate».

Il suo lavoro in teatro dedicato ai grandi della lingua italiana può servire anche a ricostruire il tessuto culturale del nostro Paese lacerato da una crisi d’identità che si trascina ormai da decenni? Può servire a recuperare le nostre radici che sembrano perdute?

«Sì, è soprattutto un viaggio affascinante, indispensabile per un attore. Un’esigenza mia. Comunque, è vero: l’Italia è abitata da una lingua formidabile, anzi da mille lingue, da dialetti che innervano il “grande fantasma” della lingua italiana. È una ricchezza da valorizzare. Una croce e una delizia insieme. Un lavoro necessario per capire dove si sta andando nei tempi incerti che viviamo. Ci vorranno anni per comprendere cosa eravamo e cosa siamo diventati, dopo Dante, Jacopone e i grandi scrittori e poeti del Novecento, cosa sarà? Serve una mappa cromosomica del nostro Paese anche dal punto di vista della letteratura, un timone, una guida. A cosa si può fare riferimento per uscire dalla crisi? Ma il nostro patrimonio culturale non deve essere considerato come un rifugio, una fuga dalla realtà, anzi, dobbiamo calarlo completamente nel nostro quotidiano».

E il ruolo dell’attore?

«È fondamentale. L’attore gioca ( to play), con un materiale vivo, da rendere vivo con la sua parola».