Agorà

L'intervista. Giappone, la lunga strada della conversione

lunedì 11 luglio 2016

Il Centro studi asiatici, nato per iniziativa dei missionari Saveriani in Giappone, ha appena completato una interessante raccolta di storie di conversioni locali alla fede cattolica narrate in prima persona in un decennio. Della conversione in Giappone – realtà che sarà evidenziata quest’anno dal 50° anniversario della pubblicazione de Il Silenzio, opera più nota dello scrittore cattolico giapponese, Shusaku Endo, morto vent’anni fa, ma anche dall’uscita entro l’anno del film Silence, diretto da Martin Scorsese e ispirato dal libro – abbiamo parlato con padre Tiziano Tosolini, missionario in Giappone da 17 anni, studioso e saggista, che del Centro saveriano è ispiratore e direttore.«Purtroppo in Giappone non praticare la religione è considerato un fatto normale, mentre credere e praticare è visto come cosa fuori dal comune» dice Giovanni Kanmuri in una delle esperienze raccolte in Storie di conversione. È proprio così?«Sicuramente in Giappone la religione resta anzitutto un fatto culturale e familiare. Le religioni giapponesi tradizionali, buddhismo e shintoismo, non hanno un catechismo, la gente sostanzialmente non le conosce ma ne segue alcuni aspetti. Non ci sono in Giappone celebrazioni obbligatorie per fede e a essere seguite sono quelle che dipendono dalla tradizione nazionale, locale e familiare. I giapponesi non necessariamente praticano quanto previsto dalla religione a cui dichiarano di aderire e – anche per uniformità sociale – l’interesse religioso è sempre un po’ nascosto. Di conseguenza, per un cristiano che congiunge invece conoscenza e pratica della fede i problemi si moltiplicano».

Quello di non potere parlare di religione, di non potere esprimere la propria fede apertamente negli ambiti più normali è un limite riscontrato dai convertiti. Come si spiega?«Non si parla di religione un po’ perché non si vogliono creare divisioni, differenziazioni. Ovviamente, però, non parlarne impedisce il dialogo, che è anche utile per perfezionare la propria fede. Da me vengono spesso cristiani per discutere della loro conversione perché, in quanto straniero, li metto a loro agio. La risposta credo più ovvia alla domanda: “perché non ci sono guerre di religione in Giappone?” è che, semplicemente, le fedi si ignorano. Esiste anche un problema sociale, con un concreto rischio di estraneazione. Noi cristiani siamo, concretamente anche se non cronologicamente, all’avvio della presenza in questo Paese. Da qui la difficoltà di mediare la nostra fede con comportamenti che sarebbero lontani dal cristianesimo. Prendiamo, per esempio, la questione degli antenati: un cristiano nato in una famiglia buddhista dovrà accettare di essere separato dai genitori dopo la morte... un problema questo molto sentito tra i giovani».

Un’altra convertita, Agnese Fumiyo Negoro, evidenzia la diversità tra la fede che si è scelta, il cattolicesimo postconciliare, e la tradizione più antica della cristianità giapponese. Quanto è sentita questa problematica?«Le famiglie tradizionalmente cristiane, diciamo quelle territorialmente concentrate nell’area di Nagasaki, eredi della cristianità perseguitata per oltre due secoli dall’inizio del 1600, trovano grandi difficoltà a passare la propria fede ai figli. Faticano a adeguarsi ai cambiamenti in quanto la loro tradizione è frutto di una fede più antica, anche con un forte senso del martirio e dell’isolamento. Occorre invece aprirsi e trasmettere la propria fede, diventare missionari... Un passaggio importantissimo che vedo concretizzarsi tra i convertiti recenti. Non conservazione della fede, ma trasmissione della fede è la sfida che tocca anche noi missionari. La Chiesa, a distanza di quasi cinque secoli dallo sbarco di san Francesco Saverio in Giappone, è ancora immatura e la gerarchia fatica a promuovere l’innovazione. La tentazione è di mantenere le peculiarità di un cristianesimo indigenizzato, per noi missionari invece la forza è l’universalità della Chiesa. Qui la spinta all’inculturazione resta ancora forte, ma non nel senso inteso dalla Chiesa universale e difatti per i cattolici giapponesi un viaggio a Roma è momento di scoperta, di conoscenza di una realtà davvero universale.

Si è speculato molto sull’attrattiva del cristianesimo come estensione di un più generico interesse per la cultura occidentale. Quanto c’è di vero?«Io non credo che la curiosità o l’interesse per la cultura dell’Occidente aprano alla conversione. Contrariamente alle fedi tradizionali, il cristianesimo è visto come troppo intellettuale. Il Giappone ha assorbito tantissimo dall’esterno ma ha mantenuto la sua anima, in una stratificazione di esperienze di ogni genere, anche occidentali, prese per quello che possono interessare o servire. La percezione da cui partono i convertiti è che “qualcuno ci vuol bene”. In una realtà dove i concetti di gratuità, creazione, amore, trascendenza, eternità sono perlopiù ignoti, l’approccio è più sentimentale che conoscitivo. Sentire che qualcuno ti vuole bene vale più di un libro, un quadro, un’opera d’arte. I convertiti delle storie raccontate hanno relativizzato qualcosa che ritenevano importante, continuano a amare le proprie cultura e tradizione ma in modo diverso. In sostanza, Gesù Cristo non viene anteposto alla cultura di origine ma è affiancato alla propria vita».

Nelle esperienze da voi raccolte, si intravede anche la "sfida" rappresentata dagli immigrati. Una situazione che sempre più chiama in causa la Chiesa giapponese.«Sicuramente. Basti pensare che a fianco di 440mila cattolici giapponesi, abbiamo 600mila immigrati battezzati Provengono in particolare da Perù, Brasile, Messico, Filippine... paesi cristiani e di conseguenza trovano nella parrocchia un luogo di aggregazione, il centro delle vita comunitaria. Una concezione diversa da quella della cattolicità locale. Gli immigrati hanno anche un modo molto diverso di rapportarsi con i sacerdoti, i missionari e le donne fanno da ponte, perché ancora una volta sono più ricettive. Molti sacerdoti giapponesi offrono posti per radunarsi, cercano di imparare spagnolo o portoghese, ma con la crescita delle comunità straniere si prospetta l’incognita della loro accettazione. La sfida attuale si può sintetizzare nell’alternativa tra una Chiesa duale – locale e immigrata – oppure di una integrata e a sua volta aperta al mondo.