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IL CASO. Scristianizzazione, la sfida della Germania

Andrea Galli mercoledì 14 settembre 2011
«La tendenza sul lungo periodo della religiosità in Germania mostra – a dispetto di tutti i tentativi di ridimensionarla – una tale caduta che si deve parlare di un’implosione di dimensioni epocali». Si apre così, senza molto fronzoli, Gesellschaft ohne Gott. Risiken und Nebenwirkungen der Entchristlichung Deutschlands (“Società senza Dio. Rischi ed effetti collaterali della scristianizzazione della Germania”), libro che ha fatto discutere il mondo protestante e cattolico teutonico. Pubblicato da GerthMedien, una casa editrice di taglio evangelico, è firmato da Andreas Püttman, classe 1964, già vincitore del Katholischen Journalistenpreis, premio per il giornalismo promosso dai media cattolici tedeschi, e a lungo ricercatore presso la fondazione Konrad Adenauer come sociologo dei processi culturali. Un lavoro di analisi che Püttman continua con passione pur essendo stato colpito da una malattia invalidante. Il saggio è una sorta di fotografia della situazione del cristianesimo in Germania, al di là di rappresentazioni di comodo o consolatorie, e mette di fronte alla realtà in primis i rappresentanti del mondo evangelico e cattolico, infine invita credenti e non credenti a riflettere sulle conseguenze di questo cambio radicale di paradigma, che si profilano inquietanti per quanto in buona parte imprevedibili. I nudi dati e le statistiche non sono tutto e sono soggetti a interpretazioni complesse, ma hanno una loro forza. Qualche esempio. Se i Land dell’ex Germania Est sono insieme all’Estonia e alla Repubblica Ceca i territori europei a più alto tasso di ateismo, è la Germania nel suo complesso, secondo l’ultimo Eurobarometro, ad attestarsi al di sotto della media europea di “religiosità”, con solamente il 47% della popolazione che afferma di credere in Dio. Dal 1950 a oggi il numero dei protestanti è crollato da 43 a 25 milioni, un dimezzamento nel giro di due generazioni, con una perdita di 6,6 milioni di fedeli dal 1970. La Chiesa cattolica aveva all’incirca 25 milioni di fedeli negli anni ’50 e così si presenta oggi, ma ha dilapidato negli ultimi decenni la crescita di cui aveva goduto grazie all’immigrazione e al boom demografico: dal 1989 a oggi ha fatto registrare anch’essa un -2,2 milioni, l’equivalente dell’arcidiocesi di Colonia, con un’erosione ogni anno dello 0,6% delle proprie fila. E se nel 1950 un cattolico su due era fedele alla Messa domenicale, secondo un sondaggio del gennaio 2009 elaborato dall’Istituto demoscopico Allensbach, uno dei principali del Paese, solo l’8% dei cattolici dell’Ovest e il 17% di quelli dell’Est dichiarano di recarsi tutte le domeniche in chiesa. Anche l’età media dei praticanti non è incoraggiante: superiore ai 60 anni sia per i cattolici che per i protestanti. Un dato che corrisponde a un altro recente rilevamento di Allensbach, secondo cui solo il 15% dei tedeschi sotto i 30 anni, ovvero i potenziali genitori della nuova generazione, considera l’educazione religiosa importante per i figli. Il restringimento del tessuto cristiano si coglie anche analizzando il grado di adesione alle verità di fede. Se solo il 58,7 % dei cattolici e il 47,7% dei protestanti crede che Dio ha creato la terra, ancora meno sarebbero coloro che credono nel concepimento verginale di Maria o nella Resurrezione dei morti. Solo il 38% dei tedeschi, assai meno di coloro che si definiscono ancora cristiani, considerano il Natale innanzitutto una festa religiosa. Come sintetizza il sociologo Thomas Gesincke, il cristianesimo «per molti è diventato un mero sfondo culturale su cui imbastire una propria personale religione». Ovvero, come disse già nel 1988 all’assemblea della Conferenza episcopale l’allora arcivescovo di Paderborn, il cardinale Degenhardt, il panorama che si presenta all’interno della Chiesa tedesca è quello di una moltitudine di “pagani battezzati”. Püttman dettaglia questo depauperamento spirituale in decine di pagine, che risultano un’esemplificazione dura ma onesta di un allarme lanciato più volte da Benedetto XVI. Come nella lettera sul ritiro della scomunica ai vescovi lefebvriani, quando il Papa scrisse che «in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento». E l’autore ne approfitta, in un momento in cui il dibattito sul multiculturalismo è diventato centrale in Germania, per far capire a coloro che pensano che il sentimento anti-islamico possa riavvicinare di per sé opinion leader e gente comune alle dimenticate “radici cristiane”, che ciò è tutto da vedere: le forze della secolarizzazione si accaniscono oggi contro l’islam anche perché è la realtà rimasta a fare muro, frontalmente, contro di esse; il mondo protestante, mentre langue nella sua sterilità, è blandito dal pensiero dominante perché considerato assimilato in toto alla civiltà “laica e liberale”; quello cattolico… dipende: rispettato all’occorrenza, quando osa smarcarsi e contraddire apertamente il relativismo imperante torna a essere un avversario, da censurare e piegare in modo del tutto simile a quanto avviene con l’islam. Di questa situazione è segno la copertura del pontificato ratzingeriano da parte dei media: «Nel 2005 con la morte di Giovanni Paolo II, l’elezione di un Papa tedesco e il suo viaggio in Germania, ci fu una triplice ondata cattolica nel Paese, che generò la sensazione di un revival della religione. Poiché però il programma di Benedetto XVI non è di farsi benvolere o essere applaudito, ma di annunciare il suo messaggio, la luna di miele non è durata a lungo». Un problema? Più un’opportunità. Ricorda Püttman che è nel coraggio della verità, a costo dell’impopolarità o del disprezzo, la chiave di un ritorno di Dio non fittizio: «Il programma più sintetico lo formulò il Consiglio della Chiesa evangelica a Stoccarda nel 1945: “Annunciare con più coraggio, pregare con più fiducia, credere con più gioia, amare con più passione”. Questi sono i punti di una possibile rivitalizzazione spirituale. I cristiani devono superare la loro timidezza, la loro pigrizia e anche la loro incompetenza riguardo alla fede che professano».