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Lirica. Cacciato il tenore che ferma la prima di «Manon Lescaut» con la scusa del fumo

Giacomo Gambassi, inviato a Genova sabato 26 marzo 2022

Il tenore Marcelo Álvarez nella «Manon Lescaut» prima di essere cacciato

A Genova va declinata al maschile la celebre aria “Sola... perduta... abbandonata...” che prepara il finale di Manon Lescaut. Lungo il golfo del capoluogo ligure ad essere cinta «d’amarezze e di paure» e a sussurrare «Io cado» non è tanto la protagonista del capolavoro di Giacomo Puccini a un passo dalla morte nell’America dove è stata esiliata, quanto il cavaliere che l’ama. O meglio, è colui che interpreta Renato Des Grieux, il tenorissimo (che fu, verrebbe adesso da dire), Marcelo Álvarez. Da solo sceglie di salire sul palcoscenico per la prima al Carlo Felice nonostante non sia nelle condizioni di esibirsi. Perduto si ritrova sotto i riflettori dopo la sua prima aria “Tra voi, belle, brune e bionde”, all’inizio dell’opera, in cui mostra evidenti défaillance vocali. Poi cade miseramente nel duetto del primo incontro con Manon quando non riesce ad attaccare nel “Perdonate al mio dir”, resta muto per alcune battute, tenta di emettere qualche nota ma è come bloccato. Alza la mano verso l’ottimo Donato Renzetti che sul podio ferma l’orchestra. E si abbandona a un grido che non sa di provocazione ma di disperazione: «Basta. Non è possibile cantare con tutto questo fumo…».

Il treno incriminato alla prima di «Manon Lescaut» a Genova - Lauricella/Teatro Carlo Felice di Genova

Se la prende con la regia di Davide Livermore il tenore agitato e con il treno sbuffante di finto vapore che il prolifico creativo torinese fa entrare in scena per portare sulla ribalta la protagonista, il fratello Lescaut e il ricco spasimante Geronte di Ravoir. Verità o scusa? Racconterà fin da subito il sovrintendente Claudio Orazi che durante le prove «i limitati effetti scenici» c’erano già e nessuno se n’era lamentato. All’invettiva segue l’uscita di scena di Álvarez. Poi ecco le sue urla che da dietro le quinte rimbalzano in sala. Riappare anche sul palco. Per tornare a lamentarsi: della messinscena e non di se stesso. Avrebbe potuto ammettere di non essere in grado di proseguire e l’assoluzione collettiva sarebbe arrivata.

Il tenore Marcelo Álvarez nella «Manon Lescaut» prima di essere cacciato - Lauricella/Teatro Carlo Felice di Genova

Il pubblico tenta un timido applauso. Ma chi è avvezzo di lirica comprende il gioco del tenore e accompagna il sipario che cala con sonori «buu». Lo shock del teatro è cristallizzato nel volto impietrito del soprano Maria José Siri, una rodata ed efficace Manon, che assiste alla sceneggiata del collega mentre è al suo fianco. Non muove ciglio. Resta immobile e tesa. Livermore attraversa la platea con un’espressione nera: chiamato in causa dalla star. Si scoprirà al termine della serata che Álvarez avrebbe voluto proseguire la recita. Nessuno sa in quale modo. Ma arriva l'immediata defenestrazione da parte dei vertici del teatro: viene cacciato e mandato a casa. «Stupisce – spiega il sovrintendente Orazi – il comportamento di un tenore d’esperienza internazionale il quale avrebbe potuto semplicemente e comprensibilmente dichiarare con sincerità di non sentirsi bene e congedarsi con dignità dalla scena».

Il tenore sostituto Riccardo Massi e il soprano Maria José Siri nella «Manon Lescaut» a Genova - Lauricella/Teatro Carlo Felice di Genova

A salvare lo spettacolo sarà Riccardo Massi, impegnato nello stesso ruolo per le serate successive. Era la “riserva” d’emergenza, seduta in platea. Nei venti minuti di interruzione viene fatto vestire. Scalda la voce in qualche modo, mentre lo speaker annuncia agli spettatori il cambio ma anche che la recita sarebbe ripresa dall’inizio. Nastro riavvolto. Quasi a voler far dimenticare la figuraccia del protagonista al pubblico giunto ben numeroso – posti in massima parte occupati – per l’attesa prima di un titolo che torna a Genova a distanza di 14 anni. E alla fine per Massi sarà un trionfo.

Il trionfo finale alla prima di «Manon Lescaut» a Genova - Lauricella/Teatro Carlo Felice di Genova

Quando, dopo quattro ore in teatro ( fra interruzioni, intervalli e replay), si esce dal Carlo Felice, viene subito da dire che la Manon genovese è da applaudire. Come fa l’intera sala una volta calato il sipario. Nessuno sente la mancanza del tenore bandito. Anzi, lo spettacolo prende quota senza di lui. Certo, il primo atto (ripetuto) è segnato dal terremoto Álvarez. Orchestra meno precisa del solito. Cantanti incerti. Massi mostra un approccio così cupo che lascia perplessi. Però, e correttamente, gli spettatori lo avvolgono di applausi dopo l’aria in cui Álvarez aveva palesato le sue difficoltà e poi dopo la romanza “Donna non vidi mai”. Anche José Siri non sembra a proprio agio. Però è solo un’impressione. Perché con il secondo atto avviene la svolta. O, si può affermare, la risurrezione. È un’altra Manon quella che il pubblico ascolta. A cominciare da quanto esce dalla buca. Renzetti ha un feeling particolare con l’orchestra del Carlo Felice (di cui è direttore emerito) e si avverte. La sua è una lettura energica e puntuale, ricca di sensibilità e penetrante ma dentro i giusti limiti, com’è ben testimoniato anche dall’intermezzo.

Il tenore sostituto Riccardo Massi e il soprano Maria José Siri nella «Manon Lescaut» a Genova - Lauricella/Teatro Carlo Felice di Genova

Il momento più alto si raggiunge nel secondo atto con il duetto fra Manon e Des Grieux: José Siri incanta e conquista (come succederà nel resto della rappresentazione fino alla commovente “Sola... perduta... abbandonata”); Massi trova la quadra e tocca le corde più profonde di chi lo ascolta, complice il suo timbro sensuale e il physique du rôle da “bel tenebroso”. Ottima la prova sia di Massimo Cavalletti, un Lescaut incisivo, sia di Matteo Peirone, un Geronte che sa ben alternare i volti del personaggio.

Il soprano Maria José Siri nella «Manon Lescaut» a Genova - Lauricella/Teatro Carlo Felice di Genova

La regia di Davide Livermore, in coproduzione con il Teatro San Carlo di Napoli, il Liceu di Barcellona e il Palau de les Arts di Valencia, è un viaggio nel tempo di un Des Grieux ormai maturo che con il suo abito bianco sarà accanto a se stesso giovane per gran parte dell’opera e lo guiderà nelle sue azioni. Come a dire, che non si pente di alcun ché: né della passione tormentata per Manon, né del perdono concesso alla giovane che l’aveva abbandonato preferendogli gli agi e le “cene galanti” di Geronte, né della scelta di seguirla nel suo esilio americano. E l’anziano Des Grieux è un cittadino statunitense che torna a Ellis Island, la porta poco dorata dei migranti appena sbarcati a New York, della loro “selezione”, delle loro lacrime. E lo storico hub d’accoglienza diventa – nella memoria del protagonista – prima la stazione parigina dell’incontro con Manon, poi il palazzo-bordello di Geronte, quindi la pensilina del porto della deportazione per tornare a essere alla fine il complesso di Ellis Island dove la coppia vivrà gli ultimi momenti insieme fra i fragili malati fermati al loro ingresso nel Paese. E Manon viene elevata a simbolo del migrante che non ce la fa: nella baia di New York, più di un secolo fa; nel Mediterraneo, guardando al mondo d’oggi.