Agorà

Musica. Gazzè, trascendenza del nuovo adolescente

Massimiliano Castellani giovedì 29 aprile 2021

Il cantautore Max Gazzè, 53 anni, al suo 11° album in carriera

In mezzo a tanta musica leggera, anzi leggerissima, c’è quella di Max Gazzè, classe 1967. Con La matematica dei rami, 11° album in carriera, la sua musica spicca sempre rispetto al resto del cantautorato nostrano. Risalta per sensibilità, per sguardo profondo sul mondo, di ieri e di oggi, e per una narrazione così originale da farne l’ultimo dei surrealisti nell’affollata bottega artistica pop-rock. Surrealista non solo per via del baffo alla Salvador Dalì mostrato, da trasformista qual è, sul palco dell’ultimo Festival di Sanremo, dopo che per presentare l’esilarante brano Il farmacista aveva debuttato nella mise leonardesca, con un postmoderno n.11 stampato sulla schiena del suo da Vinci: «Omaggio alla “rockstar” Leonardo che però, se trasportato nel nostro tempo, avrebbe fatto il calciatore, come l’omonimo Leonardo brasiliano (ex Milan, ora dirigente del Psg), in quanto trattasi dell’ultimo genio riconosciuto dalla pubblica opinione», dice con un sorriso ironico Gazzè che con gli altrettanto surrealisti della Magical Mistery Band guidati dal fraterno Daniele Silvestri si sono chiusi nella tana romana del Terminal2Studio «la nostra factory» e hanno registrato 9 canzoni inedite (più una cover dei CSI) di un disco che colpisce per la solita capacità di stupire, cambiando continuamente registro.

«Questo disco è una produzione frutto di più esperienze, in cui ognuno è giudice e testimone dell’altro», sottolinea con orgoglio artigianale. Per una volta ha riposto il basso e inciso brani «non tutti miei, ma che a me piace considerare figli adottivi». Si va così dai figliocci pop, a quelli elettronici, a saggi di rock progressive, in modo che la lancetta degli orologi molli della Persistenza della memoria (opera del 1931) di Dalì, giri a tempo della sua musica, che sì, «può fare», e magari «salvarci sull’orlo del precipizio », in cui siamo finiti un po’ tutti.

Colpa della pandemia, che il suo Farmacista cura con «trifluoperazina » e «polvere d’amore ». Scusi Gazzè, ma siccome non tutto il pubblico sanremese ha afferrato il senso, chi è Il farmacista?.

Innanzitutto è il protagonista di una canzone d’amore, scritta con mio fratello Francesco e Francesco De Benedittis, e che tenevo nel cassetto da un po’ di tempo. È anche un gioco, un soggetto a metà tra Frankestein Jr e un antico alchimista produttore di pozioni magiche da far bere alla sua amata che non risponde agli impulsi desiderati... Così con «stramonio... noci, zafferano, lavanda e passiflora» prova a togliere quella patina di apatia del cuore che, a volte, ricopre e cancella il sentimento e il desiderio amoroso.

«L’amore è un’iniezione letale, prima o poi raggiunge il cuore e tu te ne accorgerai quando stai per morire...». Questo è il senso de Il vero amore che lei canta?

La parola amore si incolla a qualsiasi evento del nostro esistere. Amore con la 'A' maiuscola, spesso cambia il senso e la direzione. La ricetta per guarire dai mali quotidiani è trovare i giusti ingredienti, amalgamarli al meglio e fare le cose con amore per trasformarle in arte, che ritengo sia l’unica vera vaccinazione salvavita.

Ma in questo preciso momento Il Farmacista sta vaccinando?

Diciamo che a differenza di molti virologi e presunti scienziati- tuttologi, sta andando alla ricerca della soluzione. Va alla radice dei problemi. Il nodo della questione però è diventato: dove finisce il politico e dove comincia la “biopo-litica”? L’uomo saggio, non del tutto contaminato da questo tempo pandemico, invoca: lasciatemi la libertà di scegliere e di capire che cosa devo fare della mia esistenza e del mio futuro.

Per questo lei invoca e cantaUn’altra adolescenza...

Sono un cinquantenne consapevole che «invecchiare è solo un’altra adolescenza». Il procedere dell’età non deve diventare un ostacolo, semmai la possibilità di alleggerire il peso delle nostre convenzioni cristallizzate, ricercare altre opportunità, essere più flessibili al cambiamento e scoprire nuove passioni da coltivare. La metafora del ramo che si piega ma non si spezza, è anche l’equazione matematica del nostro essere che deve contemplare tutte le variabili. Tipo, cambiare idea all’improvviso su questioni che davamo ormai come indiscutibili e indiscusse: quando mi accade, allora sì che giubilo!

La gioia di un padre è fatta anche di sofferenze e apprensioni come canta in Figlia, brano scritto ed emotivamente condiviso con Daniele Silvestri.

Da una poesia di mio fratello è uscita questa canzone molto ispirata che parla di una figlia che cresce, che è un po’ il «ruggito di un torrente» e tu genitore sei sponda o guado a seconda del momento. Oggi soffriamo assieme ai nostri figli – sono padre di 5 ragazzi – perché questo dovrebbe essere il loro tempo, quello della percezione dell’altro. E invece, causa virus, è un tempo negato, recluso, in cui però dovremmo cercare di fargli capire che la tecnologia interna dell’anima ha funzionato per millenni e ora non può essere completamente resettata dalla demagogia social. L’annullamento dei rapporti umani ci ha scaraventati in uno status di solo «zoe», non c’è più «bios», e i figli spesso non hanno gli strumenti di confronto e dei buoni punti di riferimento che li porti a fare esperienza del trascendente.

Manca un po’ a tutti quella “mistica” che avete riassaporato anche tra le note dei CSI, con la loro storica e struggente Del mondo.

I CSI per un giovane musicista come me che quando tornò in Italia proveniva dalle esperienze underground di Bruxelles, Parigi e Londra, furono la scoperta di una realtà musicale unica e distaccata rispetto al resto del panorama nazionale... Questa canzone è ancora la cartina di tornasole della società in cui viviamo. L’uomo non deve mai smettere di cercare quello slancio verso la trascendenza. L’abbiamo incisa con questo spirito e così l’abbiamo eseguita nella serata delle cover di Sanremo. La telefonata con i complimenti per l’esecuzione ricevuta da Francesco Magnelli mi ha commosso. Giovanni Lindo Ferretti non l’ho sentito, rispetto religiosamente la sua privacy, ma spero che magari un giorno accada di rispondere a una sua chiamata...

Anche i vincitori dell’ultimo Festival di Sanremo, i Måneskin, hanno omaggiato Lindo Ferretti e la sua Amandoti (brano del 1987 dei CCCP).

Conosco bene i Måneskin, li ho visti crescere in questi anni ed è stato un po’ come se avessero vinto anche i miei figli che condividono il loro linguaggio. Siamo di fronte a una piccola rivoluzione musicale, ad una nuova ed interessante onda d’urto agitata creativamente dal rock dei Måneskin, ma anche da giovani cantautori e da diversi artisti che si esprimono con il rap e la trap. La musica ha il potere e il dovere di scombinare le carte in tavola e fuoriuscire dalle strettoie in cui a volte c’è il rischio di venire incanalati tutti quanti in maniera coercitiva.

La musica vuole tornare a farsi sentire dal vivo e liberarsi dalla tragica morsa del virus.

La scorsa estate al mio tour hanno assistito 200mila persone, c’è stato un solo positivo al Covid. I nostri governanti devono capire una volta per tutte che la musica è nutrimento dell’anima ma anche delle pance di 300-400mila operatori dello spettacolo, ai quali va garantito il diritto al lavoro. Io, nel rispetto delle norme, sono pronto a ripartire da luglio con La matematica dei rami. Dobbiamo ricominciare e come canto in Considerando dobbiamo «semplicemente vivere, è un grado sopra il limite».