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Musica. Il direttore Gatti: «Wagner spiega la differenza fra talent e talento»

Pierachille Dolfini giovedì 16 marzo 2017

Una foto di scena dei "Maestri cantori" da stasera al teatro alla Scala

Walther e Beckmesser come i concorrenti di Amici o X-Factor. Ripassi la trama dei Maestri cantori di Norimberga di Richard Wagner, con la loro gara canora, e non puoi non pensare a un talent di oggi. Quello che per Daniele Gatti altro non è che «una strada facile per arrivare a successo in una società dell’immagine». Il direttore d’orchestra, da settembre alla guida del Concertgebow di Amsterdam, stasera torna sul podio del Teatro alla Scala e lo fa con l’unica commedia di Wagner. Quattro ore e mezza di musica (l’opera inizia alle 18 e, intervalli compresi, arriva alla soglia della mezzanotte, repliche sino al 5 aprile) che a Milano arriva nell’allestimento pensato per l’Opernhaus di Zurigo (nel 2012 sul podio c’era sempre Gatti, allora direttore musicale del teatro svizzero) da Harry Kupfer. «Riportando a Milano un titolo che mancava da 27 anni – racconta il musicista milanese, classe 1961 – chiudo un decennio wagneriano iniziato proprio alla Scala nel 2007 con Lohengrin».

Una commedia, I maestri cantori, anche attuale, visto che parla di un concorso canoro… Non sarà un talent, ma gli assomiglia molto, maestro Gatti.

«Oggi un talent starebbe stretto a Walter perché lui non cerca il successo, ma la possibilità di conquistare il cuore della donna che ama, Eva. E quando scopre che la mano della ragazza è il premio del concorso, mette nell’impresa tutto se stesso. E vince, anche a costo di stravolgere le regole. Wagner nella sua commedia racconta sì una sfida canora, ma dietro questa gara c’è qualcosa di più, c’è la capacità di alcuni, forse di pochi, di cogliere il nuovo, ma anche la saggezza di essere tecnicamente preparati per affrontare questo nuovo. Tradizione e innovazione devono dialogare, come avviene nello spettacolo di Kupfer, ambientato tra le rovine di una cattedrale in ricostruzione. Si deve costruire su basi solide, ma anche essere capaci di andare oltre ciò a cui si è legati».

Come Wagner mette in musica questa contrapposizione tra innovazione e tradizione?

«I maestri cantori ci raccontano cos’è davvero il talento, non qualcosa da esibire in maniera estemporanea, ma da coltivare e da educare. Anche un dilettante può avere talento, ma, diversamente da un professionista, non conoscendo le regole del gioco non può rendere l’arte universalmente fruibile. Wagner con quest’opera parla di noi artisti e con la figura di Hans Sachs ci ricorda il diritto e il dovere che abbiamo di trasmettere il bello. Lo fa con un linguaggio che userà solo per I maestri cantori e non metterà più nelle sue opere, un unicum che si presenta come la summa della musica tedesca, parte dalle radici di Bach e arriva sino a Mendelssohn e Schumann».

I titoli di Wagner hanno occupato periodi consistenti della sua vita artistica in questi anni: il Parsifal che ha diretto a Bayreuth e al Metropolitan, il Tristano portato a Parigi e a Roma, I maestri cantori che arrivano a Milano dopo Zurigo e Salisburgo. Da dove arriva questo rapporto strettissimo con il compositore tedesco?

«Quando scopri Wagner non puoi più farne a meno. Resti affascinato dalla vastità delle proporzioni delle sue opere che sono perfette. Mi conquistano l’umanità dei suoi personaggi e la bellezza della sua musica. Non posso pensare al mio essere musicista senza di lui. La stessa cosa vale per Giuseppe Verdi, che, certo, è all’opposto: con lui vai subito al nocciolo, è come un limone che si spreme e subito ti da’ il succo della vicenda, sempre impregnata di umanità. Mi ritengo un privilegiato nel poter passare dall’uno all’altro compositore».

Una staffetta che avverrà anche sul podio dell’Opera di Roma. C’è anche all’orizzonte la direzione musicale?

«A novembre, quando ho inaugurato la stagione con il Tristano, sono uscite molte notizie su un mio incarico imminente. Nulla di fondato, però. I miei impegni mi lasciano libere poche settimane all’anno e per accettare una direzione musicale occorre avere molto tempo da dedicare al teatro. Forse, per mettermi una medaglia, potevo prendermi questo incarico, ma non è ciò che mi interessa. Mi piace lavorare su progetti e con il sovrintendente Carlo Fuortes abbiamo costruito un percorso di quattro titoli, quattro aperture di stagione, per cementare il rapporto: quest’anno faremo La dannazione di Faust di Berlioz con la regia di Damiano Michieletto e poi due Verdi, non sappiamo ancora quali, però. Se ho del tempo mi piace dedicarlo ad un’istituzione italiana perché mi sento debitore nei confronti del mio paese per quello che mi ha dato formandomi come musicista e come uomo. Ho ripreso a dirigere a Santa Cecilia, in ottobre aprirò la stagione sinfonica della Scala con la Seconda di Mahler. Poi poche altre orchestre, Berlino, Vienna, Monaco e il Concertgebow di Amsterdam che guido stabilmente da settembre: nel 2019 faremo un titolo verdiano mentre dal 2020 le opere di Wagner in forma di concerto».

Un’agenda piena. Ma cosa fa nel tempo libero?

«Leggo molto. In questo periodo Tolstoj: ho letto Resurrezione e ora ho tra le mani Guerra e pace. Mi piace rileggere i grandi capolavori. Mi interessa molto la storia, in particolare quella del Novecento italiano e la Rivoluzione francese. E anche la teologia».