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Intervista. Il regista Gallione: «Il teatro è presidio»

Angela Calvini martedì 10 gennaio 2017

Il regista Giorgio Gallione e Neri Marcoré al Teatro dell'Archivolto di Genova

Amore e morte. Una luce rossa inonda di sangue il candido abito di Violetta, che canta disperata l’addio alle sue illusioni e all’amato Alfredo, in un paesaggio surreale, fatto di bianchi alberi senza vita e funeree presenze. È una visione allucinata, essenziale e potente, la Traviata, diretta da Massimo Zanetti, che ha segnato con successo l’apertura della stagione lirica del Carlo Felice di Genova a dicembre.

C’è molto teatro, soprattutto Beckett, in questo taglio visivo lineare e psicanalitico, «una sorta di allucinazione pre o post mortem» racconta Giorgio Gallione, regista capace di passare con disinvoltura dagli acuti di Violetta agli spettacoli di Gaber-Luporini (Un certo signor G), dalla Famiglia Addams in musical ai monologhi di Daniel Pennac (Monsieur Malaussene con Bisio, La lunga notte del dottor Galvancon Marcoré), Stefano Benni e Michele Serra, Luis Sepulveda.

Una parabola originale e tutta genovese quella di Gallione, classe 1953, dagli esordi con la comicità surreale dei Broncoviz (il gruppo formato tra gli altri da Maurizio Crozza, Ugo Dighero, Carla Signoris) sino alla istituzione 30 anni fa del Teatro dell’Archivolto, una delle realtà più vivaci del panorama teatrale italiano. Dal palcoscenico del Teatro Modena (restaurato nel 1997), l’Archivolto, diretto da Gallione insieme a Pina Rando, dal 1986 ha prodotto più di 130 spettacoli con attori come Claudio Bisio, Neri Marcorè, Marina Massironi, Giorgio Scaramuzzino, Eugenio Allegri. Per il 2017 Gallione ha in lavorazione un’altra opera lirica, La rondine di Puccini per il Carlo Felice e a marzo per l’Archivolto il nuovo Momenti di trascurabile felicità dai libri di Francesco Piccolo, un «varietà dell’anima», come lo definisce lui, con i due saltimbanchi Ugo Dighero e Maurizio Lastrico.


Giorgio Gallione, come si passa dall’imponenza di una “Traviata” al minimalismo di un monologo di Pennac?

«Il mondo dell’opera e del teatro dovrebbero essere molto più vicini di quanto sono. In fondo l’opera è recitar cantando. A me essere eclettico serve per confrontarmi con altri spazi e altri numeri. Come regista mi arricchisco».

Come definirebbe la sua “Traviata”?

«La definirei un’opera in bianco, nero e rosso, come il sangue, che rappresenta le ferite della vita. Sono partito dal romanzo di Dumas, La signora delle camelie, dove la percezione della fine è perennemente presente, facendone una tragedia senza speranza. Credo che Traviata sia in linea con le più grandi tragedie greche. Ho puntato molto sull’impatto visivo, ma non volevo modernizzare a tutti i costi. Solo portare lo spettatore nello stato mentale di Violetta. La “Rondine” di Puccini, invece, è la Traviata senza la tisi (ride). Per ora è solo un progetto, ma abbinato a Traviata, per la loro grande attualità».

Come è arrivato all’opera lirica, partendo dal teatro satirico?

«Ho iniziato la mia attività di regista nel 1981 con Il matrimonio di Bertolt Brecht. La lirica è arrivata solo nel ’93, ma legata alla musica contemporanea e quindi secondo un percorso pertinente. Iniziai con La visita meravigliosa di Nino Rota, dedicandomi alla musica del Novecento, da Bernstein a Weill e Glass, firmando spettacoli per la Scala di Milano, il Regio di Torino, l’Arena di Verona, l’Opera di Roma. Quando arrivò nel 2007 il Simon Boccanegra di Verdi diciamo che mi ero fatto le ossa. Io amo da morire i monologhi, ma rischierei di essere di maniera se facessi solo quelli. Mi piace esplorare nuovi territori».

E l’avventura con i Broncoviz? Da lì è uscita tutta una generazione di nuova comicità genovese.

«Il nostro primo spettacolo è stato Gli accidenti di Costantinopoli nel 1986. Noi cinque eravamo tutti compagni alla Scuola del Teatro Stabile di Genova, ci ispiravamo ai Monty Pyton e avevamo l’utopia di cercare la nostra cifra originale. Dopo 10 anni, tutti hanno iniziato il loro bel percorso personale, ed io ho collaborato ancora con Crozza come capoprogetto delle prime due sue stagioni su La7. Ma poi avrei dovuto dedicarmi solo alla tv, invece ho preferito il teatro».

La scelta di rimanere nella sua città?

«Vivere a Genova mi ha permesso di crescere in modo naturale, al di fuori delle sirene di città come Roma e Milano, dove peraltro ho lavorato. Essere isolati, clandestini, ai confini dell’impero può essere un vantaggio. Genova è la città della ricchezza nascosta, c’è nel dna e nella cultura dei genovesi una riservatezza che sfocia in ironia. Un fil rouge che collega da Villaggio a De André, da Grillo a Luca e Paolo. Siamo un po’ aspri: per noi la comicità è il tragico visto di spalle».

È questo che l’ha spinta 30 anni fa a lanciarsi nell’avventura del Teatro dell’Archivolto?

«L’Archivolto è un presidio culturale in un quartiere iperpopolare e iperproletario come Sampierdarena, ora divenuta la zona dove vive la più grande comunità ecuadoregna d’Italia. Quando siamo arrivati noi nel 1986 il Teatro Modena, ultimo residuo della Sampierdarena borghese dell’800, aveva le pulci e in parte era occupato da una bisca clandestina. Lo abbiamo ristrutturato piano piano, abbiamo aperto il teatro dalla mattina alla notte con laboratori, spettacoli, iniziative. Tutte le sere entrano ed escono 500 persone, siamo un faro nel quartiere, anche se non senza difficoltà».


Quali le proposte del vostro teatro?

«Fin dai suoi esordi ha operato nel settore del teatro di prosa e del teatro ragazzi indirizzati sul teatro contemporaneo e spingendo l’acceleratore su tre pedali: il comico d’autore, non digestivo, che allena il pensiero divergente; la contaminazione con la letteratura, iniziata 20 anni fa con la mia collaborazione con Michele Serra, e poi con Baricco, Auster, Sepulveda; il teatro civile, da Pasolini alla migrazione sino a don Gallo, cui dedico uno spettacolo, dal 12 gennaio, su musiche di De André che racconta Genova vista dagli ultimi».