Agorà

Il bilancio. Festival dei volti e dei Gabbani

Massimiliano Castellani martedì 14 febbraio 2017

Francesco Gabbani (Ansa/Ettore Ferrari)

Se è vero che Sanremo è lo specchio del Paese reale, allora l’Italia del «buon giorno Maria » ( Toto Cutugno aveva previsto la venuta della De Filippi) si è specchiata in Occidentali’s Karmadi Francesco Gabbani e l’ha premiato con la vittoria del 67° Festival. In epoca di crisi politica ed economica, di tragedie umane, di disperazione, di violenza e solitudine (nonostante i tanti “Amici” virtuali di Facebook e televisivi di Maria) il Paese, come cantava Drupi, chiede Regalami un sorriso. E l’anarchico carrarino Gabbani l’ha accontentato con un degno sequel della sua Amen( brano con cui vinse Sanremo Giovani 2016). Il suo scimmione nel balletto sanremese, curato dallo «scimmiografo» Filippo Ranaldi, 28enne coreografo di X-Factor, è diventato immediatamente virale, dai social ai condomini nazionalpopolari.

Al ritornello «lezioni di Nirvana / c’è il Buddha in fila indiana / per tutti un’ora d’aria, di gloria», il popolo in età tra gli 0 e gli 80 anni ormai si scatena con coreografie da salotto: pantofole rosse (le «pianelle» della Bertè) danzano. Intorno al testo dei fratelli Gabbani (Francesco scrive con Filippo) da giorni ci sono filologi, semiologi e politologi a lavoro. Se Umberto Eco fosse ancora tra noi, dopo aver fotocopiato e applicato la Fenomenologia di Mike Bongiorno a quella di Carlo Conti e Maria De Filippi, siamo certi che scimmiotterebbe Gabbani. Il quale, al di là del citazionismo pop (Morris, Eraclito, Shakespeare e Marx), ha giocato con la musica, come fa da sempre, e anche per questo ha vinto. «A 33 anni, dopo tanta gavetta, ormai pensavo di smettere», disse dopo che lo scorso anno aveva trionfato nelle Nuove proposte. A furor di popolo è stata riconosciuta la «leggerezza di Italo Calvino, un sanremese non a caso...»: Francesco non si vanta, ma l’ha letto. Come non si vanta del successo, sa bene – come diceva l’anarchico Bianciardi – che «è solo il participio passato di succedere».

Gabbani ha quasi chiesto scusa a Fiorella Mannoia, che ha salutato Sanremo con una profezia: «Che sia benedettanon ha vinto, ma come tutte le canzoni che ho portato al Festival poi sono rimaste nel tempo». E come negarlo: Caffè nero bollente, Come si cambia, Quello che le donne non dicono eLe notti di maggio sono scolpite nella memoria collettiva. Fiorella, dopo diciannove anni, ha avuto il coraggio di tornare sul palcoscenico del baraccone televisivo contiano-defilippiano e “versi” come «la vita è perfetta / per quanto sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta», hanno lasciato il segno anche nella giuria della Società Dante Alighieri e del Laboratorio Itals dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che l’ha insignita del premio “Dove il sì suona”: «Ambasciatrice della canzone italiana nel mondo». Linguisti e glottologi del calibro di Serianni, Balboni, Antonelli, Caon e Cartago – i giurati della Dante Alighieri – dietro al testo della Mannoia hanno giudicato come i migliori del Festival Vietato morire di Ermal Meta e Occidentali’s Karma di Gabbani. D’Alessio non si dà pace ma le giurie, popolari e non, hanno decretato il podio all’unanimità.

Il Paese reale chiede di sorridere con il giusto disimpegno, perché Gabbani balla con la scimmia, è vero, ma le canta e le suona, specie a quelli che hanno reso «l’intelligenza demodè». Ma il Paese chiede anche spiritualità e l’ha trovata nella canzone della Mannoia. E poi urla il suo no alla violenza con l’accorato appello di Ermal: «Figlio mio ricorda bene che / la vita che avrai / non sarà mai distante / dell’amore che dai». Ecco, vedremo cosa daranno in futuro questi due nuovi bei volti del cantautorato, Meta e Gabbani. Entrambi possiedono il dono della scrittura, Meta ha realizzato testi per Emma, Mengoni, Renga, la Michielin, Patty Pravo. Gabbani ha scritto Il bambino col fucileper Celentano, e quella potrebbe essere la sua direzione dopo questo Sanremo che ha benedetto proprio tutti: santi, giullari e navigatori del web.