Agorà

La grande guerra. Fratelli nell’inutile strage

Roberto I. Zanini giovedì 16 ottobre 2014
Le celebrazioni per il centenario della Grande Guerra devono essere «un utile apporto alla causa della pace». Le parole sono del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e hanno dato il "la" ai tre giorni del convegno internazionale "Inutile strage. I cattolici e la Santa Sede nella Prima guerra mondiale", che si è aperto ieri pomeriggio a Roma. Studiare la guerra per imparare la pace, concetto che inverte in senso cristiano il detto latino secondo il quale per avere la pace bisogna prepararsi alla guerra. E da quella «inutile strage» che aprì quel XX secolo che prometteva, per dirla con l’ironia premonitrice di Leopardi, «magnifiche sorti e progressive», c’è da imparare molto di più di quel che sembra, anche a guardare dall’interno i suoi ingranaggi perversi. Come ha spiegato il presidente del Pontificio Comitato di scienze storiche (primo organizzatore del convegno), padre Bernard Ardura, «se la Grande Guerra fu un violento scontro tra Stati, fu anche luogo di incontri, di riconciliazioni e di profonde e durevoli relazioni tra uomini spesso lontani gli uni dagli altri a motivo delle loro opinioni politiche o delle loro credenze religiose, ma riconciliati nel condividere per mesi e anni l’angoscia, le paure, la vicinanza della morte, le ferite, nelle disumane condizioni delle trincee, delle fortezze o dei campi di battaglia». Tanto più che, ha aggiunto il monaco francese aprendo i lavori, «la Prima guerra mondiale è scoppiata in una Europa globalmente cristiana, e la tentazione di mescolare fino a confonderle guerra e religione non fu illusoria. E oggi se il ritorno sugli eventi di quel conflitto potesse aiutarci a capire l’incongruenza della strumentalizzazione della religione e della sacralizzazione della guerra e della violenza, avremmo capito quanto la Storia sia magistra vitae».La prima strumentalizzazione messa in atto da chi nel 1914 spingeva per entrare in guerra, ha sottolineato il cardinale Parolin, fu di contrapporre il desiderio di pace all’amor di patria. Allo stesso tempo «si deve riconoscere che si guardava generalmente alla guerra con favore, come momento di rigenerazione della nazione... Si contava su una guerra breve; fu un’interminabile catastrofe». Con la mobilitazione di 65 milioni di soldati, la cancellazione di 3 imperi, 20 milioni di morti e 21 milioni di feriti. Eppure, ha aggiunto Parolin, questo centenario «ci rammenta che alla vigilia dello scoppio del conflitto la situazione non era ineluttabile. Di fatto il periodo di relativa distensione che precedette l’episodio di Sarajevo, facendo indietreggiare l’eventualità di una guerra continentale, condusse i responsabili a sottovalutare i rischi dei loro interventi e a lanciarsi in operazioni erroneamente ritenute brevi, limitate e decisive». In questo contesto risulta ancor più importante la posizione inascoltata assunta da san Pio X il 2 agosto 1914, cinque giorni dopo la dichiarazione di Guerra dell’Austria alla Serbia e 19 giorni prima di morire: «Angosciosamente invio l’esortazione Dum Europa a tutti i cattolici del mondo per implorare la cessazione dei conflitti appena scoppiati "per la salvezza e la vita di tanti individui e popoli". Un testamento di pace fra i più alti che siano stati consegnati alle future generazioni».Analoga posizione assunse Benedetto XV col messaggio a tutti i capi dei popoli belligeranti del primo agosto 1917 in cui, ha detto il cardinale, «egli spiegava la sua missione di "Padre comune", che "tutti ama con pari affetto i suoi figli", missione che imponeva "una perfetta imparzialità verso tutti i belligeranti", "senza distinzione di nazionalità e di religione, come Ci detta e la legge universale e il supremo ufficio spirituale a Noi affidato da Cristo"... Preoccupato di "giungere quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage"». Il Segretario di Stato Vaticano ha insistito sulla fondamentale scelta della Santa Sede di seguire nei conflitti «una via che non è quella della mera neutralità, bensì quella della perfetta imparzialità... Mentre la neutralità implica una certa estraneità se non indifferenza... l’imparzialità contiene in sé un agire, ispirato a una rivendicata equità, nonché orientato verso un bene superiore».Alla stregua di quel documento di Benedetto XV, ha ricordato Parolin, si possono leggere il radiomessaggio di Pio XII del 29 agosto 1939, il radiomessaggio di San Giovanni XXIII del 25 ottobre 1962 nel pieno della crisi di Cuba, l’enciclica Pacem in terris, il discorso di Paolo VI all’Onu del 4 ottobre 1965, i vari interventi per la pace di San Giovanni Paolo II nei tanti conflitti che si sono succeduti nel corso del suo pontificato... Senza dimenticare, ha concluso il cardinale, che «chi si impegna a coltivare non deve dimenticare che la crescita dipende dal vero Agricoltore che è Dio e che la vera pace, quella che il mondo non può dare, ce la dona Gesù».