Agorà

CINEMA. «Fratelli allo sbando simbolo della crisi»

Luca Pellegrini giovedì 26 aprile 2012
​È così enorme e insopportabile il baratro tra ricchezza e povertà, benessere (di pochi) e fame (di molti), sono così stridenti le angosce quotidiane tra chi deve decidere da quale pista di sci scendere e chi quale paio di guanti rubare, che la collisione sembra inevitabile. Dolente, acerbo,  viscerale è il film di Ursula Meier, Sister, applauditissimo Orso d’Argento a Berlino, in sala dall’11 maggio, che apre oggi il Trento Film Festival: in una stazione sciistica delle Alpi il dodicenne Simon ruba ai turisti ricchi per sopravvivere e tenere in piedi un simulacro di rapporto con la giovane sorella. Tutti sono complici, tutti sono vittime: ladri e derubati, l’immoralità del furto e quella della povertà. «A farmi decidere di girare il film  – confida la regista franco-svizzera –  è stata la voglia di continuare a lavorare con Kacey Mottet Klein, piccolo interprete anche del mio precedente, Home. Senza dubbio ho anche notato che in questi anni, nonostante la crisi che attraversa, la famiglia è veramente un punto di riferimento. Mi intrigava parlarne. Non in modo convenzionale, però».Un film «verticale» e non sociale, lo ha definito. Perché?Oscilla sempre tra due dimensioni spaziali, l’alto e il basso: su c’è il  dominio bianco di chi sta bene, in basso il fango sporco di chi sta male. Ho girato tra le Alpi svizzere, che riflettono la mia idea: il fumo esce dalle industrie della valle e si mischia alle nuvole. È la collisione, il tentativo di commistione tra due mondi. Ma Sister è prima di tutto una storia d’amore: un bambino si sente abbandonato e cerca con ogni mezzo di tenere la sorella vicino a sé.Nel suo film però c’è anche una tentazione politica.Simon prende la funivia come desiderio di ascensione sociale, intuisce il potere del denaro e del capitalismo, ossia come i soldi siano funzionali anche al mantenimento dei rapporti. Per questo, quando li ha, vuole pagare, credendo in quel caso di aver raggiunto la felicità. Ha capito come la corruzione insidia il sistema capitalistico e per questo diventa un piccolo Robin Hood, vorrebbe ridistribuire le ricchezze. Ma in fondo lui tradisce tutti: il mondo di sopra riposa sulla fiducia, uno lascia il paio di sci sulla rastrelliera e non pensa ci sia qualcuno che lo possa rubare.Perché ha scelto Léa Seydoux per il ruolo della sorella?Veramente quando ha accettato non era ancora una grande star, come è diventata dopo Mission: Impossible 4 e Midnight in Paris. Ha una grazia tutta sua, non ci fa mai capire da dove venga, lascia lo spettatore libero di inventarsi il suo passato, di sentire tutta la sua sofferenza e la sua fragilità.«Sister» è anche un urlo, quello finale di Simon. Pensavo che il grido venisse dal mio immaginario o dalla realtà che stiamo vivendo. Ma è cresciuto in me dall’infanzia, quando sui campi di sci mi ero scontrata con una storia simile. Simon paga violentemente per le sue azioni, per la solitudine in cui si trova, l’indifferenza di cui è circondato. Il suo è un urlo che si amplifica nel mondo. Nessuno dei personaggio del film è positivo. C’è almeno uno spiraglio di luce? La fine del mio film è ambigua, si entra nel mondo e nell’ordine della sopravvivenza, ma non so cosa succeda poi. È vero che Louise, negli ultimi istanti, cerca Simon, ma questa è anche l’immagine di una separazione: si vedono sulla funivia, lei sale e lui scende. C’è sorpresa, non felicità. Capiscono che tra loro non ci saranno mai legami normali, ma ora li contraddistingue almeno una ricerca d’amore. È la prova che in quel mondo di mezzo, quando entrambi hanno toccato il fondo, quando capiscono d’avere bisogno l’uno dell’altra, una speranza, forse, s’è accesa.